Verso il referendum sulla giustizia

Sinistra per il Sì. Parla la renziana Paita (e Renzi?)

“Il garantismo è nel dna della sinistra”, dice la capogruppo al Senato di Italia viva

Marianna Rizzini

Dal convegno di Libertà Eguale alle parole di Raffaella Paita: il fronte del Sì al referendum sulla giustizia prova a crescere a sinistra, tra garantismo rivendicato, libertà di voto e tensioni irrisolte nel campo riformista

Una giornata (lunedì 12 gennaio, a Firenze) per dire Sì da sinistra al referendum sulla riforma della giustizia, su impulso di Libertà Eguale, con (tra gli altri) Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli, Claudia Mancina, Enrico Morando, Michele Salvati, Giorgio Tonini e, da Italia Viva, la presidente dei senatori renziani Raffaella Paita. E’ già abbastanza per far sperare al fronte del Sì che Matteo Renzi in persona, oltre a lasciare libertà di voto come oggi, possa domani dire parole inequivocabili? Paita, intanto, si sente “totalmente a casa in Iv” nel ribadire “le ragioni di una sinistra garantista” e nel rispetto della sua storia politica personale.

Altro forte indizio, chissà, di uno slittamento dell’intero gruppo verso un Sì convinto? Partendo dall’inizio, cioè dalle “motivazioni profonde” che portano la presidente dei senatori renziani a schierarsi apertamente, Paita ricorda il suo lungo impegno in Libertà Eguale: “Per me si tratta di un percorso naturale che si inserisce nella storia del referendu migliorismo e del riformismo di una parte della sinistra di provenienza Pci, poi confluita nel Pds-Ds-Pd. Esiste insomma a sinistra un patrimonio di garantismo e di battaglie per la separazione delle carriere che ricorrono in varie piattaforme di riforma, a partire da quella tentata da D’Alema, per finire in tutte le tesi congressuali riformiste all’interno dei vari partiti della sinistra democratica italiana. Tesi che parlavano non soltanto di separazione delle carriere, ma di necessità di una riforma organica sul tema della giustizia. Quindi, ripeto, mi sento a casa nel mio partito e mi sento coerente con quello che ho sempre sostenuto e che la sinistra ha sempre sostenuto”. Anche la vicenda giudiziaria personale, a valle dell’assoluzione sulla mancata allerta per l’alluvione di Genova, dopo anni di titoli cubitali infamanti, ha contribuito, per Paita, “a irrobustire l’idea che la giustizia italiana abbia bisogno di una riforma e che sia del tutto salutare una separazione di ruoli tra pubblici ministeri e giudici”. Nel corso dell’iter parlamentare, Paita (con Iv) però ha scelto di astenersi. “Nel gruppo esistono sensibilità diverse, motivo per cui l’orientamento è stato comunque quello di lasciare libertà di voto. Io personalmente, con l’astensione, ho voluto dare un messaggio di critica forte rispetto a ciò che non è stato accettato delle nostre proposte migliorative. Penso per esempio alla questione dei giudici laici e all’insufficienza di una riforma che non parte dall’idea di superare l’obbligatorietà dell’azione penale. Segno di debolezza e di assenza di coraggio: sul tema dell’obbligatorietà dell’azione penale si poteva fare qualcosa di più in direzione garantista”. Poi Paita ha fatto un altro passo in avanti: “Se, a livello d’aula, la decisione di astenermi era motivata dal desiderio di provare a cambiare quel testo fino all’ultimo, di fronte a un quesito secco non posso piegare la mia storia o le mie idee a ragioni di realpolitik. E questo non fa certo venire meno la critica politica sulle mancanze della proposta del centrodestra. Né cambia la mia solida collocazione in un centrosinistra in cui milito da quando avevo tredici anni”. Per realpolitik intende l’alleanza con i Cinque stelle? “Io dico che ci sono persone, a partire dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che su questo tema hanno sempre avuto posizioni diverse dalle mie e vanno rispettate per la coerenza, esattamente come io rivendico il mio diritto di essere coerente con le mie idee. Il problema sono quelli che continuano ad accettare che in quel partito non ci sia spazio per altre tesi. Ecco, dovrebbero fare forse una battaglia per la libertà di voto”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.