Il racconto

Meloni e il caos: i dubbi sull'ingresso dell'Ucraina nella Ue. Il pericolo infiltrazioni filorusse. Tajani in Groenlandia

Carmelo Caruso

Il governo a sostegno di Kyiv ma scettico sull'ingresso nella Ue per il dopo Zelensky. Cosa accade se vincono i filorussi? Le sfere d'influenza americane di Trump e la scelta di Meloni di "non scivolare verso la Cina"

Roma. Tre idee drammaticamente pratiche. Sono di Meloni, del suo governo, e sono la risposta alla complessità, ai predatori Coca-Cola e mandarini, Trump e Xi Jinping. Primo: il globo si sta dividendo in due grandi sfere d’influenza. O America o Cina. Con Meloni l’Italia “non scivolerà verso la Cina come in passato, con Conte”.  Secondo. L’Italia non invierà truppe in Ucraina perché, come ha ripetuto  Fazzolari, non si offrono pretesti a Putin ora che si negozia la pace. Terzo. Il governo è per usare il meccanismo dell’articolo 5 Nato,  ma è scettico sull’ingresso dell’Ucraina nella Ue, ora, e subito. Lo è per una ragione: la capacità di infiltrazione russa è enorme. Chi garantisce, pensano a  Chigi, che dopo Zelensky non ci possa essere un partito filorusso al potere? Chi assicura che l’Ucraina non possa essere usata come cavallo di Troia, dal Cremlino, per paralizzare ulteriormente l’Europa dove vige il sistema di veto, meccanismo che Meloni non vuole superare? Le speranze si sciolgono prima dei ghiacciai. 


Trump non si è ancora comprato la Groenlandia (ma è pronto a farlo) e l’Europa prova a vestirsi di renne e di coraggio.  Tajani partirà, presto, in missione, con i suoi omologhi, e la commissaria Kallas, verso la Groenlandia. Alla Farnesina si preparano dossier sull’Artico e si lavora per la liberazione degli italiani in Venezuela.  Questa è la cronaca: Meloni, ieri, in una nota, ha ricordato la strage di Acca Larentia, “pagina dolorosa della nostra nazione”. Invoca meritata e “vera e definitiva pacificazione nazionale”. Venerdì, ci sarà la conferenza stampa di fine anno mentre nel pomeriggio Meloni sarà in chiesa, presso la Basilica di Santi Ambrogio e Carlo al Corso, con i presidenti di Camera, Senato, con Mattarella e l’opposizione, per ricordare le vittime di Crans- Montana. Lunedì, infine, è previsto il Cdm e si dovrebbe fissare la data del referendum sulla separazione delle carriere.  Siamo a quarantotto ore dal vertice di Parigi, dei Volenterosi, dalla dichiarazione, congiunta, a tutela della Groenlandia e il Pd attacca Meloni. Enzo Amendola, ex ministro per gli Affari Europei (cara Schlein, cosa attende ad affidargli la delega al mondo e alla complessità?) dice che siamo di fronte “all’attuazione della strategia Trump: allineamento ed espansione”, “al dominio dell’emisfero occidentale” e dispiace per Meloni, ma – ed è sempre Amendola – “in questo passaggio storico la premier non è all’attacco e la sua autorevolezza è quella di una centrocampista”. L’opposizione definisce la politica estera di Meloni una politica di sudditanza a Trump, il predatore, ma anche l’opposizione deve affrontare la questione: soldati in Ucraina sì o no? Il premier spagnolo, il socialista Sánchez ha scelto e ha detto che è pronto all’invio di soldati. E’ questa la posizione del Pd? Meloni ha dichiarato che “l’Italia non invierà soldati in Ucraina”. Salvini la rivendica come vittoria, Fazzolari aveva spiegato, da tempo, che annunciare l’invio di soldati non avvicina la pace ma la allontana e offre  pretesti a Putin per continuare la sua macelleria. Due sono le angosce di Meloni. Trump e l’Ucraina. Se le fotografie parlano, e in politica parlano, quelle di Meloni a Parigi raccontano con chi sta e cosa pensa. E’ una galleria di nove immagini. Nelle prime due c’è Meloni che fa il suo ingresso all’Eliseo. La terza e la quarta sono da scenario:  l’Eliseo sotto la neve. Nelle altre quattro c’è Meloni ritratta di spalle insieme al genero di Trump, Jared Kushner. L’America di Trump vista da Chigi è l’America che racconta Federico Rampini, guidata da un Trump “scientifico” che vuole sottrarre l’Europa dalla sfera d’influenza cinese. Le sue minacce sulla Groenlandia, pensano al governo, hanno ricordato all’Europa “l’importanza dell’Artico”. Tutte le azioni di Trump vengono lette come una battaglia America-Cina, così come i dazi che servivano a “recidere i cordoni commerciali”. L’Artico, lo ha detto Giulio Tremonti, “per Trump è un casello autostradale, ma se cade in mani cinesi, la Cina sostituisce il Mediterraneo, cambia il planisfero”. E’ una lettura del mondo pratica, come pratica è la perplessità dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue. Meloni ha sempre dato priorità alla richiesta di ingresso dell’Albania perché prima va concluso il processo di integrazione dei “paesi balcanici e solo successivamente valutare le altre richieste”. C’è una ragione in più. Cosa accade se dopo Zelensky, durante la ricostruzione, l’Ucraina scegliesse, in libere elezioni, dei partiti filorussi? Si procede a colpi di annullamento come accaduto in Romania nel 2024 con il candidato Georgescu?  Salvini parlò allora “di euro golpe in stile sovietico”. E si ricordano i casi in Polonia, l’Ungheria, tutta la destraccia che FdI frequenta ma vorrebbe ripulire. Meloni somiglia alle belle delle favole: è convinta di poter trasformare i predatori, le bestie, in principi, ma è la prima in verità a diffidarne. La pensa come Giuliano da Empoli che nel suo libro, “L’ora dei predatori”, scrive: “I grandi imperi della storia si rigenerano trasferendo il caos che producono al di fuori dei loro confini”

 

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio