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Cortocircuiti
Le lacrime di Landini per il "presidente eletto" Maduro
La Cgil abbraccia il regime chavista, che ha cancellato sindacati e democrazia, con cui ha un legame storico fin dal 2005. E il segretario generale considera il Venezuela una “democrazia” nonostante la più grande frode elettorale del secolo
Ha detto proprio così Maurizio Landini: “Eletto dal popolo”. Nel presidio della Cgil sotto l’ambasciata americana per “condannare e reagire all’aggressione di Trump nei confronti del Venezuela”, a una domanda del Foglio sulla solidarietà del sindacato all’opposizione al regime di Maduro il segretario generale ha risposto che “l’opposizione venezuelana dovrebbe essere preoccupata se nel suo paese può arrivare uno che può bombardare e decidere di arrestare un presidente eletto dal popolo: in democrazia non dovrebbe avvenire”.
Insomma, gli esuli venezuelani, secondo Landini, avrebbero dovuto manifestare insieme alla Cgil a sostegno di Maduro e contro Trump che lo ha catturato. E invece i venezuelani erano lì a contestare la Cgil e a celebrare con gioia l’arresto del dittatore che ha tolto tutte le libertà civili, economiche e politiche e ha costretto 8 milioni di venezuelani a emigrare. Il più grande esodo della storia dell’America latina.
Il problema è tutto in quelle due definizioni landiniane: considerare Nicolás Maduro “un presidente eletto dal popolo” e il Venezuela chavista una “democrazia”, quando il dittatore è stato l’artefice della più grande e clamorosa frode elettorale del secolo. La simpatia della Cgil verso il regime bolivariano è consustanziale con la segreteria di Landini. A gennaio del 2019, durante il congresso che lo incoronò segretario generale, nel mezzo della crisi politica venezuelana, quando Maduro fece un golpe istituzionale contro il Parlamento e le democrazie occidentali riconobbero il presidente dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó, la Cgil approvò una mozione a sostegno del dittatore: “Condanna l’autoproclamazione di Guaidó a presidente e le ingerenze straniere verso la presidenza democraticamente eletta di Maduro”. Scoppiò la polemica e la Cgil fu costretta a un’imbarazzante retromarcia. La mozione venne ritirata e modificata con una versione più equidistante: né con Maduro né con gli Stati Uniti.
“La Cgil non sta con Maduro né con le ingerenze esterne”, disse il sindacato specificando che “i dittatori noi li abbiamo sempre combattuti, in patria e fuori”, ricordando l’impegno contro “il golpe bianco” in Brasile contro Lula per escluderlo dalle elezioni. Non era quella esattamente una prova dell’opposizione alla dittatura socialista in Venezuela, come ha dimostrato il tempo. Anzi, il contrario. Perché quando, negli anni successivi Maduro ha man mano represso la libertà di parola, arrestato e torturato migliaia di dissidenti e fatto fuori tutti i leader dell’opposizione arrestandoli, escludendoli dalle elezioni o costringendoli all’esilio, la Cgil è rimasta in silenzio.
Era quello un silenzio imbarazzato. D’altronde l’affinità ideologica e i legami della Cgil con il “Socialismo del XXI secolo” in salsa venezuelana sono forti. Nel sindacato c’è sempre stata una corrente bolivarista, che guardava con interesse al socialismo sudamericano, ai movimenti ispirati alla teologia della liberazione, soprattutto nell’ufficio Internazionale. Lì dove c’è un gruppo dirigente che ha appreso la lezione dello storico sindacalista della Fiom Claudio Sabattini, già capo dell’ufficio Internazionale e maestro dello stesso Landini, soprannominato “Sandino” in onore del rivoluzionario del Nicaragua. Tra i “sandinisti”, allievi di Sabattini, non a caso c’è anche Giorgio Cremaschi, sindacalista uscito dalla Cgil che ora sostiene apertamente il “legittimo presidente Maduro”: eletto dal popolo, aggiungerebbe Landini.
Ma la storia d’amore tra il regime chavista e la Cgil non può essere limitata alla segreteria di Landini e ai “sandinisti”: ha radici profonde. Nel 2005 l’allora presidente e fondatore del regime Hugo Chávez tenne un lungo discorso dalla balconata della Camera del lavoro di Milano, sotto uno striscione con scritto “Viva la rivoluzione bolivariana”: si ricordavano i 200 anni del giuramento di Monte Sacro, quello con cui il libertador Simón Bolívar a Roma si impegnò a liberare il Sud America dalla dominazione spagnola. Era chiaro il messaggio: la liberazione dall’imperialismo, stavolta statunitense, doveva essere terminata e il libertador ora si chiamava Chávez. Il caudillo, accolto sulle note di “Bandiera rossa” e da una folla inneggiante a Mao e Lenin, affiancato da Dario Fo e Franca Rame, ci tenne a ringraziare per l’invito Michele De Palma, all’epoca sconosciuto capo nazionale dei Giovani di Rifondazione comunista e ora segretario generale della Fiom nell’èra Landini.
A sinistra c’è la convinzione che Chávez sia diverso da Maduro, un po’ come Lenin da Stalin, eppure già nel 2005 il regime chavista aveva mostrato la sua natura autoritaria. Basti pensare che negli anni precedenti Chávez aveva già stroncato lo sciopero generale indefinito che aveva bloccato l’industria petrolifera nazionale licenziando 18mila lavoratori della Pdvsa, il 40 per cento del personale della compagnia statale. Per quello sciopero Chávez perseguì anche i sindacalisti, costringendo alla clandestinità Carlos Ortega, il leader della Ctv (Confederación de trabajadores de Venezuela), il principale sindacato del paese. A febbraio del 2005 Ortega venne imprigionato, e poi condannato a 16 anni nel carcere militare di Ramo Verde da cui riuscirà a fuggire l’anno successivo, ma neppure l’arresto di un sindacalista impedì qualche mese dopo, a ottobre, alla Cgil di accogliere Chávez come l’erede di Simón Bolívar e il libertador della classe lavoratrice.
Tornando ai tempi più recenti. A differenza della rivendicata campagna contro il “golpe bianco” contro Lula, che in realtà sarebbe una sorta di “golpe giudiziario” da parte di magistrati anti-corruzione che si ispiravano al pool di Mani Pulite, la Cgil è rimasta silente rispetto a tutto ciò che è accaduto in Venezuela. Non una parola sui media eliminati, sugli studenti ammazzati, sulle proteste represse, sui partiti chiusi, sui dissidenti incarcerati, sugli oppositori perseguitati, sui milioni di rifugiati. Neppure un sit-in davanti all’ambasciata del Venezuela dopo la clamorosa frode elettorale nelle presidenziali del 2024. Ma appena gli Stati Uniti hanno catturato il dittatore, pardon il “presidente eletto”, l’anima sandinista della Cgil si è risvegliata dal torpore ed è scesa in piazza a protestare contro l’imperialismo americano e “in difesa del popolo venezuelano”. Nel frattempo il popolo venezuelano, nelle piazze di tutto il mondo, ringraziava Trump e festeggiava l’arresto di Maduro.
Dopo il voto regionale