Ansa
Intervista
Perché dalle Olimpiadi può svettare una nuova destra. Parla Attilio Fontana
“Crisi da affrontare, riforme da attuare con spirito non partigiano. Siamo pronti”, ci dice il presidente della Lombardia. "Non sarà un evento importante solo per Milano o per Cortina e nemmeno per la Lombardia e il Veneto, ma per l’Italia intera"
E’ tradizione, la notte di san Silvestro, fare voti e propositi per l’anno che verrà. Non è difficile immaginare che per Attilio Fontana il primo augurio sia un pieno successo delle Olimpiadi invernali che si aprono tra un mese. “Non sarà un evento importante solo per Milano o per Cortina e nemmeno per la Lombardia e il Veneto – spiega al Foglio il presidente della regione – ma per l’Italia intera, per la credibilità del nostro paese e la sua capacità di risolvere i problemi affrontandoli nel modo giusto”. I problemi certo non mancano, anzi non sono mai mancati fin dall’inizio. Si spera tra l’altro, che non torni il caldo: “Non dipende da noi, ma anche questo fa parte del successo o meno”. Il presidente lombardo insiste nel leggere i Giochi con uno sguardo nazionale e internazionale. In tutta la nostra conversazione, su ciascuno degli argomenti che trattiamo (la sanità e la crisi dell’auto, l’Ucraina e l’Europa, l’autonomia e le riforme), vuole guardare oltre i confini regionali, anche se il territorio resta pur sempre la base di partenza, anzi la culla di ogni ulteriore proiezione politica. L’altro filo conduttore è l’esigenza di uscire da una politica diventata, rovesciando il noto detto di Clausewitz, una guerra condotta con altri mezzi. Il presidente della Repubblica ha ricordato i Giochi olimpici nel suo messaggio, Fontana lo ha apprezzato e ringraziato pubblicamente.
“E’ un elemento in più che ci stimola in questi giorni al massimo impegno. Da parte nostra – aggiunge – abbiamo fatto tutto quel che era necessario e non dimentichiamo che per due anni non abbiamo potuto lavorare a causa del Covid e il governo dell’epoca ritardò anche la nomina della società che avrebbe dovuto realizzare le opere infrastrutturali. Il tempo che ci rimase fu compresso”. Soprattutto due punti nel messaggio di Mattarella hanno colpito Fontana; e in essi si ritrova in modo particolare. “Il primo è che giunti a questo momento della nostra storia occorre affrontare i problemi di fondo con spirito non partigiano. L’ho scritto sei mesi fa in una lettera al Corriere della Sera e ho proposto una Costituente per la sanità – ricorda – La riforma è una delle cose da fare con la condivisione di entrambe le parti”. L’altro punto riguarda i giovani. “Bisogna dare loro un po’ più di ottimismo, invece di continuare a prospettare un futuro di disastri”. A sentirlo parlare è chiaro quanto sia lontano dalla fascinazione trumpiana che ha colto anche una parte della Lega. Prendiamo proprio la sanità: è tornata al centro dell’agone politico, ma ha prodotto solo polemiche. “Se continuiamo a nasconderci dietro gli interessi di parte e accusare chi tenta di affrontare il problema in modo sostanziale, va a finire che non arriveremo mai alla conclusione – sottolinea il presidente della Regione Lombardia – Dire che ci vogliono altri soldi, come se ciò bastasse a risolvere problemi che invece sono di sistema, è una delle cose peggiori. Invece dobbiamo avere il coraggio di sostenere apertamente che occorrono scelte strutturali e debbono essere sostenute da tutti. Qui deve prevalere davvero lo spirito evocato da Mattarella. E’ la giusta strada che la politica deve ritrovare, la strada necessaria per il futuro del nostro paese”, insiste Fontana.
Le regioni, a suo avviso, sono le sedi migliori per compiere questo doppio mutamento, di metodo e di contenuto. “Da un lato perché sono più coscienti dei problemi, dall’altro perché rappresentano sia il centrodestra sia il centrosinistra. Nessuno può accusarmi da destra e nessuno può accusare da sinistra Michele De Pascale, presidente dell’Emilia Romagna, se insieme compiamo una scelta condivisa”. Il compito non è certo facile, si tratta di riformare la riforma decisa e realizzata in una fase storica e sociale del tutto diversa, basti pensare a quanto sia invecchiata l’Italia negli ultimi due decenni. “La cronicità è diventata la parte più rilevante. Quella riforma metteva al centro l’ospedale che oggi va visto non come unico punto di riferimento, bensì come punto finale. Non sempre in ospedale, quindi, ma solo quando non se ne può fare a meno”.
Il Foglio ha aperto il 2025 con un invito all’ottimismo che sembrava provocatorio. Nonostante tutto, non avevamo torto; le cose non sono andate così male. Il presidente della Lombardia è d’accordo guardando in particolare alla sua regione. “I nostri imprenditori e lavoratori hanno dato risposte che vanno oltre le aspettative. Per ora abbiamo superato difficoltà molto serie, se si pensa all’energia, ai costi delle materie prime, ai dazi: tutto sembrava doverci portare a una crisi, invece piccole e grandi formichine hanno saputo risolvere in parte i problemi peggiori”. Qual è adesso la sfida che questo tessuto produttivo, dimostratosi così solido, deve affrontare? E’ l’intelligenza artificiale? “Sì, sono convinto che sia questa; ed è la via che come regione abbiamo intrapreso, sostenendo le nostre attività produttive soprattutto nel cogliere le opportunità che derivano dalle nuove grandi innovazioni tecnologiche. Debbo dire che questa impostazione è stata apprezzata dai nostri imprenditori”.
Lo stesso spirito non partigiano vale per crisi come quella dell’automotive. Di nuovo, occorre un ampio consenso, partendo dal territorio e le regioni sono gli strumenti migliori, ribadisce Fontana. “La Ue ha fatto una scelta devastante, ma il lavoro realizzato dalle regioni è stato davvero molto importante. Ricordo sempre il nostro assessore Guido Guidesi che si è messo a capo di un’alleanza delle 40 regioni coinvolte dalla crisi e ha fatto sentire la loro voce in modo costante e forte; adesso sembra che si stia compiendo qualche passo indietro. Se si dovessero rivedere le politiche europee, gran parte del merito andrebbe a Guidesi e a quelli che hanno collaborato con lui. Si rischiava di sprecare un grande patrimonio che ci appartiene sull’altare di una scelta ideologica”.
Spirito europeo, dunque, una casa comune, ma partendo dalle fondamenta, riconoscendo e rispettando le diversità, secondo l’ispirazione della Lega d’antan: “Prima che l’Europa delle nazioni, l’Europa dei territori che tenga conto delle singole esigenze e sensibilità. Lasciare tutto nelle mani di grandi organismi e istituzioni come quelle nazionali è sbagliato, i territori possono dare risposte più efficienti”. L’Europa nel suo insieme, non solo la Unione europea, è schiacciata tra la Cina neo imperiale di Xi Jinping e gli Stati Uniti neo protezionisti di Donald Trump, il territorio non è un ambito troppo angusto? “Sono convinto che l’Europa dovrebbe riacquistare una grande centralità, deve avere la forza di far valere le proprie capacità e la propria importanza tecnologica, umana, culturale, ridare spinta a quella forza propositiva che è sempre stata parte del nostro continente”, precisa Fontana. Certo Trump non aiuta, al contrario. “Eppure qualche piccolo passo avanti lo abbiamo visto con la riduzione dei dazi sulla pasta italiana. Il presidente americano forse si è reso conto dell’errore compiuto. Anche questo è un esempio che partendo dalle esigenze che vengono dal basso si trova la soluzione migliore”.
Un territorio così grande, così ricco e così vario, come il nord-est d’Italia, si sente sotto-rappresentato e non compreso? “Anche qui ci sono molti problemi, quello principale riguarda le condizioni per competere con il resto del mondo e dell’Europa. E’ necessario affrontare questa realtà. Se invece riteniamo che dobbiamo portare avanti le stesse politiche in tutto il paese, rischiamo solo di farci del male”. E qui arriviamo all’autonomia differenziata che divide non solo l’opposizione, ma anche la maggioranza di governo. “Quando parliamo di autonomia non lo facciamo per egoismo, la vogliamo per consentire alle nostre regioni di essere competitive – rilancia Fontana – Altre aree del mondo hanno tempi molto più rapidi di quelli che Roma ci vorrebbe imporre. E’ un problema che riguarda anche il resto del paese. Per essere chiari, io non penso che il modello lombardo debba rimanere in Lombardia, semmai dovrebbe essere esteso; non deve essere il paese che cerca di modificare il nostro modello, ma il contrario. L’equivoco è che si voglia migliorare il nord e peggiorare il sud. Nessuna contrapposizione, vogliamo che il sud riparta perché è un vantaggio anche per noi”.
Tra i primi auspici per il 2026 c’è quindi che la riforma dell’autonomia venga realizzata. Ma Fontana tiene a insistere che non si tratta di una vittoria del nord sul sud, questa rappresentazione della realtà la considera sbagliata prima ancora che faziosa. “Se viene letta così abbiamo perso tutti. Finché una parte politica fa la sua battaglia per contrapporsi e speculare con l’intento di ottenere qualche consenso, essa va contro l’interesse generale”. E’ una lettura che prevale nell’opposizione e Fontana non nega che ci sia anche nella maggioranza. “Ancor più bisogna fare come diceva Mattarella, litigare al mattino e trovare l’accordo il pomeriggio. La riforma dell’autonomia deve essere una riforma di tutti e per tutti”. Roma contro Milano: è una lettura anche del risiko bancario che ha visto Mediobanca, simbolo del primato finanziario milanese, crollare a favore di un’alleanza tra Siena e Roma che evoca i tempi del papa re. Ma Fontana non pensa che la centralità di Milano come capitale della finanza venga messo a rischio. E dà una risposta diplomatica. “Leggiamo anche in modo positivo questa corsa a venire a Milano. Se dovessi vedere qualcosa di preoccupante accenderei una luce rossa, ma qui ci sono gli anticorpi per reagire. Del resto l’interesse fondamentale dell’investitore è far funzionare le cose e ottenere un profitto”.
Tornare alla centralità territoriale apre le porte alla nascita di due Leghe. Fontana è d’accordo sul progetto, ma getta acqua sul fuoco: “La Lega è nata come un partito vicino ai territori, quindi che ci sia un’attenzione a questo fa parte del nostro dna. Non c’è nessuna contraddizione. Io credo nell’Europa dei territori, dei popoli e delle regioni. E’ l’impostazione del grande presidente Piero Bassetti (primo a guidare la Lombardia nel 1970, ndr) da sempre sostenitore di questa necessità di sposare la territorialità con la globalità”. Una linea non scontata così come non è scontato scegliere Bassetti già democristiano, cattolico sociale, quale punto di riferimento politico-culturale. Con lui Fontana ha un ottimo rapporto: “Ci confrontiamo spesso perché abbiamo molte idee che collimano”, spiega. Per esempio che “fatte le regioni bisogna fare il regionalismo”, famosa battuta bassettiana.
Abbiamo cominciato con i voti per il 2026. Tra questi c’è una pace giusta, ma intanto l’Ucraina va difesa, e con le armi non solo con le parole. “Alla base di tutto c’è la Costituzione che aborre la guerra come soluzione dei conflitti – ribatte Fontana – Quindi prima la pace e il dialogo, valutando naturalmente le singole situazioni. Mi pare che il governo stia seguendo un atteggiamento equilibrato e stia cercando di interpretare questi due valori”. Tutto il governo? “Credo che ci siano solo delle piccole differenze. Tutto il governo sostiene il valore della pace, poi la pace in certi casi va declinata con il sostegno a chi deve essere difeso. Quello che ha detto Papa Leone è importante, non possiamo accettare che la guerra sia inevitabile e dobbiamo combattere affinché non lo diventi. E’ difficile certo, ma non dobbiamo mollare”. E sul contrasto tra Europa e Trump, cosa si può immaginare per i prossimi mesi? “Mi auguro che il presidente americano ricominci a vedere come alleati fondamentali l’Europa e il mondo occidentale. Siamo sempre stati filo atlantici, dalla parte delle democrazie occidentali e degli Usa. Uno sforzo deve essere fatto anche dall’Unione europea. Invece vedo una partigianeria che va contro l’interesse concreto. Le nostre relazioni sono fondamentali per noi e anche per gli Usa”. Insomma, europeismo e atlantismo. Una doppia riflessione da parte dell’amministrazione americana e da un’Europa che rischia di chiudersi a riccio. Con la consapevolezza che oggi il centro geopolitico si sposta a oriente. Di là si corre e qui ci si perde in regole e regolette. Dunque meno regolamenti più investimenti? “Dobbiamo renderci conto che in questo mondo nuovo, se l’Europa vuole competere non può restare quella del secolo scorso”.