foto Ansa

un paese per giovani

Appello per una svolta a destra. Il manifesto politico di Luca Zaia

Luca Zaia

La questione settentrionale e l’urgenza dell’autonomia. L’Italia come potenza di equilibrio e paese a misura di giovani. No alla caricatura  di una destra “contro gli immigrati”. Libertà, responsabilità, identità: le chiavi per governare il futuro. L'intervento dell'ex governatore leghista del Veneto

L’Italia è il paese più bello del mondo. Lo dico con obiettività. Una parte decisiva del patrimonio culturale globale è qui; se togliessimo quanto ha dato l’Italia ai più importanti musei del mondo, la maggior parte di essi potrebbe chiudere le porte. Non esiste cittadino del pianeta che non cresca immaginando di visitare, prima o poi, Venezia, Roma, Napoli, Firenze… Ne sono consapevole ogni giorno perché, dopo anni di amministrazione di un territorio come il Veneto – e dopo l’esperienza da ministro – tocco con mano cosa significhi custodire e rinnovare questa eredità straordinaria. Ma la bellezza, da sola, non garantisce il futuro. La storia insegna che anche le civiltà più avanzate possono declinare se vivono di rendita. Il Sacro Romano Impero d’Occidente non è crollato per mancanza di cultura o ricchezza, ma perché la rendita di posizione aveva offuscato la capacità di leggere il cambiamento. Credo che questa sia la lezione più attuale per l’Italia di oggi. Siamo davanti a una stagione unica. Un governo stabile, uno standing internazionale rafforzato, indicatori economici migliorati in una congiuntura globale durissima, segnata dal ritorno della guerra come categoria della storia, non ultimo quanto sta avvenendo in Venezuela. Viviamo, anche se indirettamente, in un’economia di guerra. Non esistono automatismi favorevoli: esiste solo la qualità delle scelte politiche. Come centrodestra sentiamo oggi una responsabilità storica: dimostrare di essere una forza di governo capace di leggere il presente per cantierare il futuro. Per i ragazzi di oggi, adulti di domani.
Mi è stato chiesto, in questo spazio, di analizzare cinque punti cardine, ma vi sarebbero molti altri aspetti da trattare: sanità, sociale, politiche ambientali. Vi sarà, se lo vorrà il Foglio, occasione. 

 

Autonomia: uno stato responsabile per tutti

Parto da qui. L’autonomia non è una concessione né un capriccio identitario. E’ prevista dalla Costituzione repubblicana dal 1948. Il problema non è mai stato il testo costituzionale, ma il modello centralista che si è affermato sin dall’inizio, figlio della paura e della fragilità di un paese uscito martoriato dalla Seconda guerra mondiale.  Quel modello poteva avere una logica allora. Oggi ne vediamo i limiti. Il centralismo ha prodotto due Italie, senza risolvere né la questione meridionale né quella settentrionale. Ha deresponsabilizzato i territori, ha reso inefficiente la spesa pubblica, ha trasformato le diseguaglianze in diseguaglianze strutturali. Credo che l’autonomia sia, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Avvicinare le decisioni ai cittadini significa ridurre le catene decisionali e rendere chi governa misurabile sui risultati. Significa costruire uno stato più adulto. Quando iniziammo questo percorso in Veneto, ricordo bene le parole dell’allora presidente Giorgio Napolitano – che certo non proveniva dalla mia area politica – quando spiegò che l’autonomia “è una vera assunzione di responsabilità”. 

Lo ha ricordato con maggior chiarezza e rigore il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo al Festival delle Regioni e delle Province autonome, affermando che “la nostra Costituzione si ispira al principio e al valore dell’autonomia” e che la Repubblica “è una e indivisibile e, al tempo stesso, riconosce e promuove le autonomie”. Parole, queste del presidente Mattarella, che sono una lezione di equilibrio istituzionale che condivido pienamente e che considero una bussola per chi governa.
Non posso non sottolineare come esista una questione meridionale inaccettabile moralmente e intollerabile: cittadini costretti a fare le valigie per curarsi fuori regione, bimbi che in base a dove nascono hanno un futuro diverso… inaccettabile! Questa sperequazione va colmata senza esitazioni. Ma esiste anche una questione settentrionale che non può più essere taciuta o peggio ancora liquidata come la secessione dei ricchi, un atto di egoismo. Dobbiamo anche affrontarla senza alcun complesso di colpa nell’interesse del paese: poche regioni, in larga parte del Nord, producono il residuo fiscale che tiene in piedi servizi essenziali in tutta l’Italia.
Solidarietà e sussidiarietà non si mettono in discussione, sono complementari. Nord e Sud non sono avversari, sono parti dello stesso destino nazionale, sono gemelli siamesi. La morte o la vita dell’uno è la morte o la vita dell’altro. Lo dico senza ipocrisia: se il Nord chiede più efficienza, meno burocrazia, condizioni migliori per produrre, lo fa nell’interesse dell’Italia intera. 
Il centrodestra deve avere il coraggio di dirlo: o l’autonomia la facciamo per scelta, oppure la dovremo fare per necessità.
Assieme abbiamo anche il compito di vigilare contro un rischio serio: il neo-centralismo. Il pericolo non esiste nella misura in cui il cono di visuale va da Campione d’Italia a Canicattì e la sintesi nazionale sarà rispettosa delle identità e delle peculiarità territoriali.

 

Politica estera: l’Italia come potenza di equilibrio

L’Italia è sempre stata centrale nella storia. Per geografia, per cultura, per vocazione mediterranea. E’ stata Magna Grecia, Impero romano, Regno delle due Sicilie, Repubblica di Venezia, ponte tra mondi diversi, tra Oriente e Occidente. E’ un paese cosmopolita per natura, non per moda ideologica.
La nostra emigrazione nel mondo è una risorsa straordinaria. Gli italiani non hanno esportato criminalità, riempendo le galere altrui, ma lavoro, competenze, spirito di iniziativa. Dal Brasile all’Argentina, dagli Stati Uniti all’Australia, o al Venezuela oggi al centro delle cronache, esiste un’Italia diffusa che continua a riconoscersi nel paese d’origine. Oggi, guardando solo al Veneto, possiamo contare più veneti nel mondo che in Patria. Quello degli italiani all’estero, figli dei grandi flussi migratori, è un network che è punto di forza unico in un contesto globale, in quanto molti oriundi ricoprono posizioni alte a livello istituzionale, culturale e imprenditoriale di vertice in tutti i paesi in cui sono ospitati. 
Sono convinto che oggi l’Italia possa giocare un ruolo internazionale ben superiore al suo peso demografico. Non siamo una potenza militare, ma possiamo essere una superpotenza di diplomazia ed equilibrio, grazie anche all’ottimo lavoro di relazioni internazionali della presidente Meloni, che non si vedeva da molti anni e ha ridato posizione e standing al paese. La stabilità politica restituisce credibilità. In un contesto in cui l’Europa, così com’è, non ha ancora lo standing geopolitico che meriterebbe, il centrodestra europeo deve interrogarsi su questo limite: non esiste un’Europa forte senza stati forti, responsabili, autorevoli.
L’Italia può essere ponte tra Europa e Stati Uniti, e di conseguenza baricentrica nella diplomazia del Mediterraneo.
Interlocutore credibile, fattore di stabilità. Io credo che questo sia uno dei compiti più alti della nostra politica estera: non schierarsi per riflesso, ma mediare con identità.

 

Sicurezza e ordine pubblico: libertà e regole

Il rispetto delle regole non è di destra o di sinistra: il popolo ce lo ricorda tutti i giorni, guardandoci e giudicandoci. Sono il fondamento della convivenza civile. Aiutare chi fugge dalla guerra o dalla fame è un dovere morale. Governare i flussi migratori è un dovere politico. Le due cose devono procedere insieme.
E’ inaccettabile la caricatura di una destra “contro gli immigrati”. Noi siamo contro l’illegalità, che è ben altra cosa, molto più seria. I dati sulla popolazione carceraria raccontano un fallimento che non può più essere ignorato. Nelle carceri italiane gli stranieri sono circa un terzo: intorno a 19-20 mila persone, pari a circa il 31-32 per cento della popolazione detenuta complessiva. A fronte di una presenza di immigrati in Italia del 10-11 per cento.
La certezza della pena non è vendetta, è civiltà. Costruire carceri adeguate, far scontare le pene, far lavorare i detenuti, con progetti di inclusione, formazione, significa dar compimento al dettato costituzionale che prevede la riabilitazione, con un abbattimento del 98 per cento delle recidive post pena, contro una recidiva di almeno il 70 per cento di coloro che non hanno partecipato in carcere ad alcun progetto. La strada è chiara: dietro le sbarre si lavora, come percorso di responsabilità e di riscatto.
Lo stato deve difendere le forze dell’ordine. Sicurezza non significa militarizzazione, ma presenza. Non è accettabile che esistano luoghi nelle nostre città in cui i cittadini abbiano paura di vivere. Dismettiamo il termine “microcriminalità” e usiamo solo quello corretto: criminalità. Non è un dettaglio: è l’anticamera della violenza. Lo vediamo nelle grandi metropoli italiane, dove fenomeni come maranza e baby gang hanno preso troppo piede, e vediamo ogni volta che il buonismo finisce per giustificare ciò che invece va prevenuto e fermato. E’ un errore pensare che questi segnali riguardino casi isolati nelle metropoli: o si interviene con decisione, oppure il degrado si estenderà sempre di più. Il popolo si aspetta certezza della pena, è inaccettabile andare in galera solo quando si superano i quattro anni di condanne cumulate. Se la giustificazione è quella del sovraffollamento, cosa seria e inumana, la soluzione è una sola: inasprire le leggi e costruire nuove carceri, magari approfittando delle tante ex caserme che giacciono in luoghi isolati del paese. 

 

Giovani: la vera infrastruttura nazionale

Il mondo è sempre più piccolo, più veloce, più connesso. La mobilità giovanile non va demonizzata, va capita. Non tutti quelli che partono fuggono. Molti all’estero si formano, sperimentano, crescono. E’ il segno del nostro tempo. Il problema è se e perché non tornano. Io credo che l’Italia debba diventare un paese davvero youth friendly, a misura di giovani. Le leggi devono essere pensate anche per chi non è maggioranza elettorale, cioè i nostri ragazzi. Servono politiche per la casa, per il lavoro, per la formazione. Come centrodestra dobbiamo lanciare iniziative nazionali capaci di attrarre giovani da tutto il mondo, anche intercettando i nuovi fenomeni come il nomadismo digitale. Dobbiamo ridare vita alle nostre città. Venezia è un simbolo: senza giovani non c’è futuro; senza futuro, la bellezza diventa scenografia. Diamo ai giovani la possibilità di costruirsi una vita, trasformiamo gli affitti dei precari, con la garanzia dello stato, in basi per un mutuo per l’accesso alla casa. Puntiamo su di loro con politiche nuove e coraggiose. 

 

Destra e libertà 

La destra vincente è quella liberale. Quella liberticida perde. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili, del fine vita, delle unioni civili non possono essere tabù ideologici. La destra, il centrodestra, di oggi non è quella di cinquant’anni fa, e non sarà quella di domani. Le questioni legate ai diritti civili e al fine vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Interpellano la coscienza individuale prima ancora dell’appartenenza politica. Una destra matura non impone visioni, ma costruisce regole chiare, rispettose, capaci di tenere insieme libertà personali, responsabilità collettiva e ruolo dello stato. Senza rinunciare alla propria identità, senza arretrare dinanzi le proprie idee. Basta entrare oggi in una scuola dell’infanzia o in una classe delle elementari per rendersene conto: i bambini italiani crescono accanto a bambini di altre culture, storie e provenienze. Possiamo far finta di non vederlo, oppure possiamo governare questo fenomeno con intelligenza. L’identità non è un riflesso automatico: si insegna, si trasmette, si costruisce. E si rafforza anche nel rispetto dell’identità altrui, di quelle famiglie che il nostro paese ospita e che ne fanno ormai parte. La nostra storia lo dimostra: Venezia dialogava con Bisanzio in un confronto continuo, aperto, talvolta competitivo, prendendo il meglio da quell’incontro e rafforzando così la propria civiltà. E’ la lezione che dobbiamo applicare oggi: integrazione non come rinuncia, ma come governo consapevole della complessità. 
I cittadini stanno guardando con favore le scelte liberali di questo governo. Il futuro ci vedrà impegnati in scelte non facili ma dobbiamo sempre aver chiaro che il popolo si aspetta, come è stato fatto sinora, coraggio. Saper pianificare l’Italia del domani, con linee chiare, talvolta gettando il cuore oltre l’ostacolo. Con un centrodestra fatto di coerenza e princìpi, sempre protagonista delle scelte e mai rinunciatario. Perché, frase che ripeto spesso e che ho voluto anche titolo di un mio libro, “solo i pessimisti non fanno fortuna”. 

 

Luca Zaia
esponente della Lega, ex governatore del Veneto

Di più su questi argomenti: