Ansa
L'editoriale del direttore
Il gran romanzo della legge elettorale
Schlein ripete da mesi di non voler trovarsi nelle condizioni di “governare con la destra”. Per evitarlo, la legge perfetta è quella che sta preparando Meloni. Ma non lo può dire. Cortocircuiti (anche a destra)
Nella comunicazione politica esistono due parole che messe insieme, una accanto all’altra, tendono di solito ad avere un effetto soporifero, a volte persino letale, qualcosa a metà tra una goccia di bromuro e una dose di lassativo. Sono due parole che, come capita esattamente con i lassativi, andrebbero utilizzate con cura, senza abusarne, ma sono due parole che tendenzialmente, agli occhi di un lettore, generano un effetto soporifero. Due parole, un incubo ma una cornice cruciale per il nuove anno: legge elettorale. Il primo problema della legge elettorale è la difficoltà che si ha sia nello spiegare di cosa si sta parlando sia nello spiegare la necessità di cambiare leggi a un ritmo che non ha alcun paese al mondo. Nel caso specifico, la legge elettorale di cui sta parlando in questi giorni la maggioranza, in vista di una possibile approvazione che, se avverrà, avverrà solo dopo il referendum costituzionale di marzo, è una legge elettorale così composta: un proporzionale con soglia di sbarramento al tre per cento (significa che se un partito vuole correre da solo deve ottenere almeno il tre per cento per entrare alla Camera), un premio di coalizione per le alleanze che superano il 40 o il 42 per cento (attualmente il premio non c’è ma la coalizione più forte ha più possibilità di aggiudicarsi i collegi uninominali che mettono a disposizione un terzo dei collegi del Parlamento), un sistema di selezione dei candidati al Parlamento che potrebbe beneficiare dell’opzione delle preferenze (punto ancora tutto da chiarire) e un’indicazione conseguente del candidato premier della coalizione (che verrebbe dunque scelto prima e non dopo le elezioni). Arrivati a questo punto dei ragionamenti sulla legge elettorale il lassativo o il bromuro di solito hanno fatto effetto.
E per provare dunque a offrirvi un antidoto agli sbadigli generati dalla legge elettorale, proveremo a raccontarvi qualche dettaglio gustoso che riguarda un romanzo interessante che riguarda le traiettorie non sempre incrociate dei principali leader delle due coalizioni. Giorgia Meloni vuole cambiare la legge elettorale perché pensa che con la legge attuale vi siano più probabilità di pareggio per i propri avversari. Sulla carta ha ragione: nel 2022, il centrodestra ottenne la stragrande maggioranza dei collegi uninominali grazie alla decisione del centrosinistra di non coalizzarsi, e se oggi il centrosinistra dovesse coalizzarsi avrebbe più possibilità rispetto al 2022 di non perdere. Non perché il centrosinistra abbia saputo aumentare il consenso dei suoi partiti (cosa non accaduta) ma perché il centrosinistra al momento sembra in grado di sommare i consensi dei vari partiti (ma chissà se poi sarà davvero così).
Dall’altra parte, il centrosinistra, di cui non conosciamo neanche il leader, come maliziosamente ha ricordato qualche giorno fa Giorgia Meloni prima di aprire Atreju, invitando entrambi i due principali leader dell’opposizione a confrontarsi con lei, non potendo essere il leader della maggioranza a scegliere quale leader dell’opposizione considerare come il suo competitor, si trova in una situazione imbarazzante. Elly Schlein ripete da mesi di non voler in nessun modo ritrovarsi nella prossima legislatura nelle condizioni di “governare con la destra” (lo ha detto settimane fa da Fabio Fazio, nel nostro piccolo abbiamo ricordato alla leader del Pd che il suo percorso politico sembra essere autolesionisticamente costruito tutto sulla volontà di non governare a basta, né con la destra né senza la destra). Ma in verità per governare “senza inciuci” la legge elettorale perfetta per Elly Schlein è quella che non può endorsare. Ovvero quella che sta studiando Giorgia Meloni: il proporzionale con premio alla coalizione. Dunque al momento siamo qui. Meloni vuole una legge che Schlein dice di non volere e che in realtà desidera. Ma la legge che Meloni vuole e che Schlein desidera potrebbe creare un problema sia a Schlein che a Meloni. Per Schlein, una legge con l’indicazione del candidato premier prima delle elezioni spingerebbe il centrosinistra ad accelerare la scelta di un candidato premier diverso da Schlein prima delle elezioni (se chiedete a Franceschini se quel nome potrebbe essere anche Silvia Salis, non sentirete da Franceschini particolari dubbi). E per Meloni, conseguentemente, una legge elettorale che potrebbe offrire al centrosinistra lo stimolo per provare a essere più competitivo potrebbe essere un problema non da poco, considerando quanto bene abbia fatto in questi anni al centrodestra avere una Schlein come capo dell’opposizione. Le complicazioni però, romanzo compreso, non sono finite qui.
E le ragioni per non cambiare la legge elettorale potrebbero contenere degli elementi gustosi per gli appassionati di politica. Abbiamo detto che cambiare la legge elettorale darebbe maggiori garanzie di successo rispetto a oggi alla coalizione in grado di superare il 40 o il 42 per cento dei consensi (nella storia delle leggi elettorali non sono stati pochi i casi in cui chi ha voluto cambiare legge per vincere alla fine si è ritrovato a perdere anche a causa della legge appena cambiata). Conseguentemente dovremmo dire che non cambiare le legge elettorale significherebbe, a destra come a sinistra, muovere un passo per scongiurare che alle prossime elezioni vi possa essere un vincitore chiaro. E a non volere un vincitore chiaro, a destra come a sinistra, potrebbero essere tutti coloro che, per ragioni diverse, essendo delle minoranze, sperano di poter avere maggiore potere contrattuale in un Parlamento più in bilico rispetto a oggi. E così non ci vuole molto a capire che, se a destra e a sinistra esistono degli avversari di Schlein e di Meloni, quegli avversari potrebbero trovare un modo per collaborare facendo di tutto per sabotare la nuova legge elettorale e creare così le condizioni per poter tutti contare un po’ di più in un contesto in cui il partito più forte in caso di caos potrebbe contare un po’ meno. Come si vede, dunque, ogni combinazione di legge elettorale può creare difficoltà a destra quanto a sinistra, con la sinistra anti Schlein che potrebbe trarre benefici sia da un non fare nulla sia da un fare qualcosa e con la destra meno meloniana che potrebbe trarre benefici dal non cambiare nulla.
Chi naturalmente osserva con curiosità e interesse lo scenario che porterebbe a un maggiore caos è chi ha ambizioni quirinalizie ma non si trova in Fratelli d’Italia e chi invece ha ambizioni di tornare in campo provando a sfruttare un possibile scenario di non vittoria di nessuno (scenario da lupi o se volete essere più maliziosi scenario da draghi). La legge elettorale, solitamente, produce sonnolenza e noia ma se imparerete a osservare i posizionamenti e i balletti intorno alla legge elettorale come indicazioni utili per leggere le rivalità e le ipocrisie delle coalizioni avrete più strumenti utili per distinguere la fuffa dalla realtà, le strategie dalle chiacchiere, i politici veri dagli apprendisti stregoni. Un orologio intanto ha cominciato a far tic tac. E se il rumore vi sembrerà avere un suono sinistro, non è un’impressione: è semplicemente politica.