Ansa
l'editoriale del direttore
“Meloni potrebbe diventare la leader europea di una nuova fase dell'unificazione”, dice Mario Monti
L'ex presidente del Consiglio e commissario europeo analizza il 2026, in Italia e in Europa: la fine del Pnrr, la debolezza delle opposizioni e l'ascesa di Donald Trump. Tra i temi centrali c'è la necessità di un bilancio europeo solido, con il 2026 che dovrà essere l'anno in cui l'Europa ridefinisce il proprio posizionamento
Conferme e delusioni. Aspettative e sconforti. Sorprese e fallimenti. Paletti e preoccupazioni. E poi posizionamenti da studiare con cura. Sull’Europa, sull’economia, sulla crescita, sulla giustizia, sulla difesa della democrazia e su quello che è stato il vero punto cruciale del discorso di Sergio Mattarella, nell’ultimo giorno dell’anno che si è appena chiuso: la difesa dei valori non negoziabili di una repubblica matura. Mario Monti, ex presidente del Consiglio, ex commissario europeo, oggi senatore a vita, accetta di tracciare con noi delle linee utili per capire quali saranno, nell’anno che si apre, le sfide, le opportunità e gli ostacoli che si andranno a concretizzare nei prossimi mesi di politica italiana, in un anno delicato per mille ragioni: le elezioni che si avvicinano, l’economia che arranca, l’aggressione all’Europa che aumenta, le demagogie che riaffiorano e il Pnrr che volgerà al termine. Con Mario Monti scegliamo di partire proprio da qui. Il 2026 sarà l’ultimo anno del Pnrr. E all’ex premier chiediamo se alla fine dei conti il Piano nazionale di riforme, costruito con l’Europa, avrà prodotto più benefici o più distorsioni, e se in altre parole il Pnrr, alla fine del percorso, avrà rafforzato la resilienza dell’economia italiana o ne avrà in parte drogato i meccanismi. “Quando si tireranno le somme finali – dice Monti – il Pnrr avrà portato benefici rilevanti in molte situazioni specifiche. Ma nel complesso temo che avrà dato alla crescita dell’Italia un impulso molto inferiore a quello sperato alla luce dell’enorme quantità di sovvenzioni e prestiti ricevuti. Due lezioni da trarre, secondo me”. Prego. “A livello italiano, dovremmo abbandonare l’idea che la crescita sia frutto di fiumi di denaro, preferibilmente pubblico, meglio se a fondo perduto, meglio ancora se proveniente dall’Europa. A livello europeo, è indispensabile che l’Ue abbia un proprio bilancio ben più consistente di quello attuale e possa ricorrere anche al debito comune. Ma non per ripetere il tentativo di finanziare dal centro la crescita dei singoli stati membri, bensì per provvedere ai beni pubblici europei: un vero mercato unico, infrastrutture digitali e finanziarie che riducano la dipendenza da quelle americane ormai meno affidabili per il rischio geopolitico, un sistema di difesa meno dipendente da un alleato imprevedibile. Senza questi e altri beni pubblici europei, i singoli paesi non avranno né crescita né sicurezza”. Chiediamo a Monti se l’Europa è oggi più debole o più forte rispetto all’era pre Trump e gli chiediamo anche se la pressione americana abbia indebolito l’Unione o, paradossalmente, le abbia offerto nuove ragioni per crescere e difendere sé stessa. “La pressione americana ha stordito l’Europa. Una cosa è sentirsi chiedere di contribuire molto di più alla difesa; è nostra colpa grave non esserci preparati per tempo a questa richiesta di Trump, giustificata e prevista. Ma quel che ha annichilito l’Europa è stato il resto, non prevedibile tra alleati e neppure tra paesi in normali relazioni: l’ostilità dichiarata verso la Ue, con forme di bullismo denigratorio; il maggiore rispetto e cordialità accordati alle autocrazie che alle democrazie liberali, connotato che fino a un anno fa gli Stati Uniti e l’Europa condividevano; l’appello ai paesi e alle forze politiche europee vicini al movimento Maga affinché si battano contro l’integrazione europea”. Ma...?
“Allo stordimento iniziale, nella maggior parte dei leader europei sta subentrando l’indignazione. E’ un’indignazione ancora velata, perché si teme che una postura meno deferente potrebbe portare Trump a ritirare l’ombrello di sicurezza che tuttora protegge l’Ucraina e l’Europa. Ma gli scambi forse si faranno più franchi, e più duri, se negli europei si farà strada un dubbio non infondato: se il presidente Trump, il vicepresidente Vance e il segretario di stato Rubio pensano degli europei e della Ue quello che apertamente dicono, quanto è credibile, già oggi e ancor più in futuro, che gli Stati Uniti si ritengano impegnati dall’articolo 5 del Trattato della Nato a intervenire a difesa di paesi europei sottoposti a eventuali attacchi armati? Attacchi magari provenienti da potenze autocratiche che ancora di recente Washington considerava potenziali nemici, ma con le quali sembrano ora emergere maggiori affinità”. In questo senso, per Monti, “il 2025 è stato per l’Europa l’anno dell’amaro risveglio. Il 2026 dovrà essere l’anno in cui l’Europa ridefinisce il proprio posizionamento. Mantenga la Ue la speranza di un riavvicinamento con gli Stati Uniti, ma senza cedere neppure un briciolo della sovranità che si è costruita in particolare nel campo della moneta, delle regole del mercato, del digitale. Costruisca, senza ostilità verso gli Stati Uniti, un coordinamento con i molti paesi del mondo che non intendono rinunciare allo stato di diritto, alla distinzione tra interessi privati e interesse pubblico, all’apertura degli scambi internazionali, alla cooperazione multilaterale. Se qualche stato membro della Ue, preferendo una lealtà verso Putin o verso Trump (o entrambi) rispetto alla lealtà alla costruzione europea, impedisse alla Ue di promuovere tale coordinamento, lo facciano i paesi europei interessati, con il Regno Unito, il Canada, l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud e tanti altri. L’Europa non è affatto un relitto, alla deriva in un mondo trumpiano. E’ stata, accanto agli Stati Uniti che pro tempore hanno deciso di lasciarlo, al centro di un grande sistema democratico che ha portato al mondo ottant’anni di pace e di progresso e che molti vogliono rinvigorire, non gettare alle ortiche”.
Tema: che cosa significa per la nostra democrazia il fatto che, nel dibattito pubblico, dichiararsi “filoamericano” venga talvolta interpretato come una posizione di fatto filorussa? “A volte può trattarsi di un incrocio di pregiudizi. Altre volte, nell’ultimo anno, è semplicemente derivato dal fatto che in vari momenti le posizioni di Washington e quelle di Mosca sono risultate convergenti. E animate dal visibile desiderio di intensificare una entente cordiale”. Dopo tre anni e mezzo di governo Meloni, chiediamo ancora a Monti se la presidente del Consiglio è stata all’altezza delle aspettative che aveva generato, in Italia e in Europa. “A me pare che sia stata al di sopra delle aspettative, pessimistiche, che molti avevano sia in Italia che all’estero. I timori, da me non condivisi, che un governo Meloni avrebbe portato il paese a una crisi nei mercati finanziari e nei rapporti con l’Europa, non si sono dimostrati fondati. La stabilità, politica e finanziaria, è la chiave della credibilità internazionale, anche se non è certo sufficiente a garantire la crescita e il progresso del paese. Il governo Meloni ha conseguito quella stabilità. Da quando è ritornato Donald Trump, a Giorgia Meloni si è dischiuso un potenziale inatteso. Un potenziale che lei vede probabilmente sul piano simbolico nella possibilità di essere “ponte” tra Trump e l’Europa (operazione di cui non si sono visti risultati) e, sul piano sostanziale, nel porre la sua forza politica (e temo il nostro paese) in prima fila nell’assecondare i disegni del movimento Maga sull’Europa. In questo potrebbe riuscire, se la coscienza civile e storica dell’Italia paese fondatore della Ue non vi si opporrà, a cominciare dalle aule parlamentari. Quella coscienza che nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ridestato con imparzialità, pacatezza e forza”. Secondo Monti, però, “il potenziale grande, nel quale spero che un giorno Giorgia Meloni identifichi la sua missione storica, è un altro”. “In questo momento nel quale passi più risoluti verso una vera Unione europea sono una questione di sopravvivenza per il nostro continente ma anche per i singoli paesi, nel quale l’Italia è in posizione di relativa forza economica e politica, nel quale il governo italiano è l’unico piuttosto solido tra i grandi paesi, la nostra premier potrebbe diventare leader europea di una nuova fase dell’unificazione, invece di essere comprimaria, ‘delegata all’Europa’, di un disegno opposto ai valori e alla storia della costruzione europea”. Giochino: ma se Monti dovesse indicare una parola d’ordine per il 2026, o un’espressione da tenere appuntata sul proprio taccuino, quale spererebbe che guidasse l’agenda politica italiana? “Pensate ai cittadini, da rispettare; non solo agli elettori, da blandire, con i soldi di tutti”.
Ma a giudizio di Monti, il governo Meloni può essere definito trumpiano, oppure questa etichetta semplifica eccessivamente una realtà più articolata? “Il governo Meloni è nato quando Trump era già uscito dalla scena e non si prevedeva ancora che potesse tornare. Quindi non è stato un governo trumpiano nella genesi. Anzi, l’istintiva vicinanza della premier agli Stati Uniti ha trovato un facile e simpatico sbocco nel rapporto Meloni-Biden. Certo, appena tornato Trump, si sono messi in moto nella mente politica di Giorgia Meloni i meccanismi che ho descritto prima”. Provochiamo Monti: Quanto è decisivo per l’Italia superare lo status quo sulla giustizia? E conferma che, sul referendum, lei voterà sì? “Curiosa formulazione. Perché mai dovrei “confermare che sul referendum voterò sì”, quando finora non mi sono mai pronunciato sul tema e anzi non ho ancora deciso? So invece, e l’ho detto più volte, come voterò al referendum sul premierato. Voterò no. Non tanto perché vi veda un vulnus per la democrazia (a questo riguardo mi preoccupa di più constatare che Giorgia Meloni non ha mai preso la minima distanza da certe posizioni di Donald Trump, che violano palesemente lo stato di diritto), ma per un’altra ragione. Una riforma proposta per rendere più stabili ed efficaci i governi rischierebbe invece come ho sostenuto in Senato e in altri interventi di renderli più instabili e meno efficaci”. Molti osservatori indicano l’incoerenza come tratto ricorrente del governo. Quali sono state, secondo Monti, le incoerenze più evidenti e politicamente più istruttive? “Giorgia Meloni al governo è stata, per fortuna, incoerente e trasformista rispetto alle posizioni del suo passato, lontano e vicino. Il rapporto finora generalmente costruttivo con le istituzioni europee e l’asse con Giancarlo Giorgetti sulla disciplina di bilancio sono state le due trasformazioni più importanti. Invece il ministro Giorgetti è rimasto coerente con se stesso. Nel 2012, pur essendo all’opposizione, aveva contribuito alla riforma costituzionale sull’equilibrio di bilancio. Anche lui, a dire il vero, ha una piccola incoerenza: di solito non fa quello che vorrebbe il capo del suo partito. Anche questa incoerenza gerarchica, così come quella temporale della Meloni, si rivelano provvidenziali per il paese”. Giancarlo Giorgetti avrebbe potuto essere ministro dell’Economia in un suo governo? “In un certo senso lo è stato. Benché la Lega fosse l’unico partito all’opposizione del governo di unità nazionale nel 2011-2013, l’onorevole Giorgetti, come presidente della Commissione Bilancio della Camera, ci ha molto aiutati nel varo della riforma costituzionale dell’articolo 81, che ha dato più concretezza al principio di disciplina introdotto originariamente da Luigi Einaudi”. Sul tema delle pensioni si è vista un’evoluzione curiosa: un tempo il populismo prometteva di anticiparle, oggi si vanta di non allungarle troppo. Che cosa ci dice questo sulla “salute” dell’Italia e sul rapporto tra realtà e populismo? “La salute mentale degli italiani, che sanno accettare misure impopolari quando se ne spiega la necessità, fa premio sull’onesta dei politici, quando promettono cose che sanno (o dovrebbero sapere) non realizzabili”. La stabilità di Giorgia Meloni dipende più dalla sua scelta di non disturbare il paese o dall’incapacità dell’opposizione di proporsi come alternativa credibile? “Direi da entrambe. L’incapacità delle opposizioni di incalzare concretamente il governo – in particolare oggi sulla questione cruciale costruzione dell’Europa vs compiacenza a Trump – è quasi incredibile. Ma gioca anche la scelta, come lei dice, di non disturbare il paese. Il fatto è che la crescita, che questo governo non riesce a realizzare malgrado il Pnrr, passa anche per qualche “disturbo” che si dovrebbe dare alle varie categorie e corporazioni, aprendole di più alla concorrenza e perciò riducendone le rendite di posizione. Questo farebbe perdere voti. Si preferisce che il paese e i giovani perdano crescita, piuttosto che rischiare di perdere voti”.
Qual è stato finora il principale fallimento del governo Meloni, se dovesse indicarne uno solo? “Secondo me, il principale difetto è stato finora di non avere neanche cercato di favorire un minimo di comune visione, tra maggioranza e opposizione, sui grandi problemi del paese e del suo futuro. Ma non penso che la premier lo consideri un fallimento. Lei parla in ogni momento della “Nazione”, ma non credo che voglia una Nazione unita. La sua visione politica prospera sull’antagonismo, cerca il radicalismo e contribuisce ad alimentare il radicalismo delle opposizioni”. Ha ragione chi dice che sul piano dei risultati economici, il governo Meloni ha mostrato più coraggio riformatore del governo Draghi? Penso a dossier come Reddito di cittadinanza, Superbonus, Ita, Tim, Mps. “Mi consenta di non comparare i meriti riformatori di due governi che, pur avendo fatto entrambi buone cose in diversi ambiti, non hanno voluto rischiare l’impopolarità affrontando in modo risoluto il tema delle riforme strutturali per la crescita e quello dell’equità fiscale”. L’ultima esperienza di centro “puro” è stata la sua lista. Oggi il centro può davvero stare al centro, tra i due schieramenti, o è costretto a scegliere un campo, almeno finché non esisterà una legge elettorale che consenta di correre autonomamente? “Non so se fosse ‘puro’, ma Scelta Civica non intendeva essere un centro. Ha riunito persone desiderose di impegnarsi in politica sulla base di due convinzioni: la necessità delle riforme per la crescita e la necessità di un’Italia elemento di impulso dell’integrazione europea. Alcuni non si erano mai cimentati in politica, altri l’avevano fatto nel centrodestra, altri ancora nel centrosinistra. L’asse integrazione + riforme era più importante dell’asse sinistra vs destra. Con il dieci per cento circa ottenuto alle elezioni del 2013, si era riusciti a evitare che una maggioranza populista ed euroscettica governasse l’Italia già allora, come poi sarebbe avvenuto nel 2018”. E oggi? “Beh, la situazione di oggi ripresenta, in termini un po’ diversi, prospettive simili. Più che le leggi elettorali, secondo me contano le idee. L’avvento dell’America di Trump e le mire dell’oligarchia digitale, che ormai sovrasta gli stati e li piega ai propri interessi, richiedono risposte consapevoli e schiena dritta. Doti non abbondanti, mi pare, né nella maggioranza né nelle opposizioni. E ci vorrebbe anche un’altra dote, ancora più rara: superare l’individualismo. Questo è il limite che ha sempre impedito a partiti pur ricchi di tradizione e di personalità di grande livello, come i partiti liberale e repubblicano, di avvicinarsi al pur modesto risultato elettorale che Scelta Civica raccolse in poche settimane”. Il 2025, se possibile, ci ha ricordato che viviamo immersi, su molti fronti, nell’epoca della risposta immediata. Che cosa perde la politica – e che cosa perde la democrazia – quando il tempo della decisione viene sistematicamente compresso? “La politica perde credibilità e rispetto, la democrazia si perde nell’inefficacia, la gente finisce per considerare i regimi autocratici il meno peggio. La comunità degenera in un agglomerato informe di individui che, cadute le speranze, si nutrono di odio reciproco”. Monti, nelle sue varie versioni e nelle sue varie esperienze, ha sempre difeso il primato delle istituzioni, anche dal dominio e dallo strapotere tecnologico. Ma nell’era degli algoritmi, chi stabilisce davvero le regole: il legislatore o le piattaforme? “Se rafforziamo l’Europa, forse le istituzioni e il legislatore ce la possono fare. Se ci inchiniamo a Trump e riduciamo il senso dell’Europa alla sola, sia pur necessaria, corsa alla competitività, Big Tech assorbe tutto il potere. Gli stati, anche le grandi potenze, diventeranno vuote crisalidi”.