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La Lega rilancia il Piano Casa. Ma Confindustria non si fida e fa da sé

Luca Roberto

Nonostante il vertice di maggioranza senza intesa di ieri, nelle pieghe della legge di Bilancio il Carroccio mette 800 milioni di euro. Nel frattempo via dell'Astronomia lavora a delle partnership con l'Inps. E sulla riapertura di Transizione 5.0 è scontro sulla durata della proroga

Nella maggioranza ieri si sono visti per due ore a Palazzo Chigi per parlare di manovra, sotto la sguardo di Giorgia Meloni. Eppure l’intesa non c’è stata: al centro della discussione gli affitti brevi, l’estensione dell’iperammortamento, del regime fiscale sui dividendi, l’ampliamento esenzione dell’Isee sulla prima casa, e le misure per favorire l’emersione dell’oro da investimenti. Fatto sta che mentre ci si dava appuntamento alla prossima settimana per un incontro risolutivo, con un occhio alle coperture,   gli industriali vedevano aumentare le ragioni per il loro scontento. Devono aver pensato che anche quegli 876 milioni di euro promessi dalla Lega in legge di Bilancio sul cosiddetto Piano Casa fossero poca roba. Così, dopo i patemi sul rifinanziamento di Transizione 5.0, riemersi ancora ieri dopo l’incontro con il ministro del Made in Italy Adolfo Urso che non ha fugato tutti i dubbi, Confindustria ha messo nel mirino anche il piano edilizio promesso dal vicepremier Matteo Salvini. Scegliendo, in parte, di fare da sé. Come? Iniziando a predisporre, a livello locale, un piano casa gestito in prima persona. Senza aspettare il governo. Ché, per dirla con le parole del presidente di Confindustria Emanuele Orsini, “per noi resta valida la proposta di raccogliere 5 miliardi. Con una garanzia Sace, che può fare da moltiplicatore e si può arrivare a 100 miliardi da investire”. Altro che gli 800 milioni e poco più inseriti negli emendamenti segnalati del Carroccio.

I margini di manovra sono stretti. E un’ulteriore prova se n’è avuta ieri al vertice di maggioranza a Palazzo Chigi con Meloni e gli altri leader del centrodestra. Ognuno arrivato con una lista di desideri: dal taglio del canone Rai (per la Lega) alla comune richiesta di rivedere la tassa sugli affitti brevi (Lega e Forza Italia), fino alla riduzione delle sanzioni per i datori di lavoro che non pagano i contributi (Forza Italia). O ancora, gli indennizzi ai balneari che si vedono non rinnovare la concessioni (sempre i forzisti), il trasferimento delle risorse auree di Bankitalia allo stato (di FdI). Ma anche un nuovo condono (chiesto sempre dai meloniani). Emendamenti che però alla fine verranno scremati fino a diventare 400, sugli oltre 5700 presentati (per dire del caos, Forza Italia che ufficialmente ha presentato 39 emendamenti segnalati è riuscita a inserirne altri 31 come “indicati” in un altro file, molti dei quali sono del senatore Claudio Lotito). L’incontro di ieri è stato interlocutorio ma ora è la stessa premier Meloni ad aspettarsi un’assunzione di responsabilità collettiva.

 

Sul fronte housing soprattutto al nord le associazioni confindustriali, nonostante i fondi promessi dal governo, iniziano a fare da loro. E’ il caso di Confindustria Veneto est che ha celebrato la propria assemblea in questi giorni. E la cui presidente Paola Carron ha molto insistito sul piano casa. La soluzione è in un accordo specifico di Confindustria con l’Inps, che dovrebbe conferire temporaneamente i suoi immobili a un soggetto professionale incaricato di riqualificarli e metterli a disposizione del mercato immobiliare. Con Confindustria a fare da intermediario tra gli utenti e la suddetta società. Un modo per gli industriali per concordare affitti a prezzi calmierati che possano andare a beneficio dei lavoratori delle aziende coinvolte. Un modello ancora in via di definizione ma che secondo i vertici nazionali di via dell’Astronomia potrebbe essere preso in considerazione qualora fruttasse una ripartenza del mercato immobiliare in un territorio ad alta concentrazione industriale come il Veneto.

 

Se sul piano casa Confindustria nel corso dei mesi ha raccolto risposte poco rassicuranti da parte del governo, altrettanto è accaduto sul fronte delle politiche industriali. Ieri al ministero delle Imprese e del Made in Italy il ministro Adolfo Urso, insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al ministro degli Affari europei Tommaso Foti, ricevendo le associazioni datoriali ha offerto rassicurazioni su Transizione 5.0: il governo ha infatti presentato un decreto nel Cdm convocato ieri sera per allungare la finestra per la presentazione delle domande ma solo fino al 27 novembre. Una disponibilità a rivedere gli errori accolta positivamente dagli industriali ma solo fino a un certo punto. “Ci fa piacere che si sia fatto un passo indietro da parte del Mimit, pensando che gli investimenti sino al 27 novembre, quelli che saranno accreditati e che avranno i requisiti, rimangano e vengano finanziati. Altrimenti viene a mancare la fiducia tra istituzioni e imprese. Oggi abbiamo chiesto la continuità degli investimenti, il 27 novembre è troppo vicino”, ha commentato il presidente Orsini. “Da un anno chiediamo che abbiano una visione triennale. Ci aspettiamo che questo 27 novembre possa diventare il 31 dicembre del 2025”, ha però aggiunto. Anche su questo, insomma, le posizioni sono distanti.

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  • Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.