Marine Le Pen - foto Ansa

"We'll always have Paris"

Quelli che se vinceva la destra volevano emigrare in Francia. E ora?

Andrea Minuz

Quando il paese d'oltralpe era la meta perfetta per fuggire, riparo a portata di mano e patria di esuli letterari di tutto il mondo: altri tempi. Ma adesso, con il tracollo guidato da Le Pen, meglio Giorgia Meloni con le sue ciliegie, in offerta al banco

Ce lo ricordiamo tutti. Quando vinceva Berlusconi la nostra meglio gioventù sapeva subito cosa fare. A caldo, il giorno dopo le elezioni, a volte anche dopo i primi exit-poll, si preparavano in gran fretta le valigie. Si chiamavano gli amici: basta, emigro, vado via! Ma dove vai? Ma in Francia, naturalmente. Armi, libri e bagagli. Qualche avventuroso prenotava per Cuba, prometteva di non tornare mai più, come in un film di Salvatores. Non c’era ancora il gruppo WhastApp di Massimo Giannini per farsi forza. Il “popolo del 25 aprile”, chiamato ora a giocare in Champions League per fronteggiare l’onda d’urto della “marea nera” (si raccoglieranno idee in chat nei prossimi giorni, commentando gli europei, poi si vedrà). Lo sconcerto per la vittoria delle “destre”, da vent’anni sempre al plurale, come un mostro tentacolare, è un format consolidato.
 

In questo format ci sono, anzi c’erano almeno due certezze: una era che l’astensione avvantaggia le destre. Se vota un elettore su due, quello che resta a casa è di sinistra, deluso, immalinconito, arrabbiato. Se votiamo tutti vince la sinistra (e nessuno mai sfiorato dal dubbio che se votiamo tutti magari la marea nera diventa uno tsunami). L’altra certezza era la Francia. Riparo e rifugio classico, a portata di mano, patria degli esuli letterari di tutto il mondo. We’ll always have Paris, la Marsigliese, la nostra idea di libertà intellettuale e resistenza immaginaria. I francesi ci prendevano per il culo e noi non potevamo che abbozzare. “In Francia abbiamo l’antitrust, non si potrebbe eleggere Berlusconi”, spiegava in “Aprile” l’amico francese col ditino puntato verso Nanni Moretti. Lui abbassava la testa. Si vergognava per tutti. Ah les italiens! Passano gli anni e non si impara mai nulla. Anche con Giorgia la stessa tiritera. “Se vince Meloni, coi diritti sotto scacco” (l’ho sentito dire proprio così, come in un editoriale di Internazionale), “mi trasferisco a Parigi”. “Preoccupa la deriva autoritaria”, scriveva Libération che aveva ripreso a sfotterci come nei beati anni del Cav. Siete finiti nelle grinfie dei fascisti, dell’estrema destra, ma come farete? Dopo le nomine Rai, un’amica parigina, facendomi sprofondare in una triste scena molto morettiana, mi chiese allarmata, “ma è vero che la Rai diventerà di destra? Anche Rai Tre?!”. (Sì, anche Rai Tre, con Pio e Amedeo al posto di Augias).
 

Ma cari amici francesi, rispetto al tracollo di ieri, rispetto a Le Pen, zia e nipote, e rispetto al “delfino” Jordan Bardella, che c’ha un ghigno che pare un cattivo di Bret Easton Ellis, allora mi tengo Giorgia con le sue ciliegie in offerta al banco (nota a margine: sulla mia timeline molti indignati perché “prendeva le ciliegie senza guanti, invitando gli italiani a fregarsene delle regole”, e solo per questo meritava almeno altri due punti). Però, certo, i francesi sono poi i francesi. E quindi che stile Macron! Che prontezza! Che onestà! Tutti lì a dire come al solito che in Italia non si sarebbe dimesso nessuno. Altro che elezioni anticipate! Chissà. Forse. A me stupisce ancora di più la data: 30 giugno. Cioè domani. A parità di tracollo del governo, le elezioni anticipate noi le avremmo fissate come minimo a metà ottobre. Il tempo necessario di andare al mare e trovare i riservisti scrutatori.

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