(foto Ansa)

L'editoriale dell'elefantino

Tarquinio candidato in Europa? Delle sue blande idee di resa (dell'Ucraina) non si sentiva granché il bisogno

Giuliano Ferrara

L'ex direttore di Avvenire è quel che si dice un pesce piccolo della opinionologia. Il nostro problema non è il tarquinismo, ma la mancanza di uno storico come Heinrich August Winkler, un intellettuale robusto che ha scritto una lettera per indurre Scholz a riflettere sulla deriva o i rischi di una linea esitante e incerta della Germania sull’Ucraina

Marco Tarquinio è un cronista in carriera, già direttore di Avvenire, il quotidiano della Cei da lui riposizionato prontamente dopo la caduta di Dino Boffo in seguito a una campagna di diffamazione e, sopra tutto, dopo l’eclissi di Camillo Ruini come influente cardinale dell’era giovanpaolina e ratzingeriana. Una ottima persona, intendiamoci, con il suo professionismo e bergoglismo d’ordinanza, ma la sterminata corposità e lunghezza della lista dei premi da lui ricevuti e, peggio, meritati, indicano una certa modestia di orizzonti, la carriera di un commendatore (è anche Commendatore) delle patrie lettere giornalistiche. Nel 2023, a un anno dall’invasione dell’Ucraina, ha mollato il giornale che dirigeva con discreti risultati editoriali, e ha ripreso con molta insistenza ad affacciarsi ai talk-show per rappresentare il partito della pace, da commendatore a commentatore, insomma bandiera bianca. Ora il Pd, che ha un penchant infallibile per i personaggi un po’ grigi, appena ne vede uno lo blocca e lo imbarca, vorrebbe candidare Tarquinio a Strasburgo, operazione non smagliante e politicamente ambigua ma legittima.

 

Tarquinio è quel che si dice un piccolo caso, un pesce piccolo della opinionologia, e anche un pesce in barile, se vogliamo, non ha il glamour assurdista di un Cacciari, che una ne fa e cento ne pensa, o lo spirito parruccone e un po’ cinico dell’intelligenza russo-snob, che è una delle infinite e più recenti incarnazioni del radical-chic, roba d’altri, delle Barbara Alberti, delle Ginevra Bompiani, delle Barbara Spinelli. Venendo da un mondo di cattolicesimo solidale e dottrinario, alla Raniero La Valle, ha posizioni blandamente kirilliste, anche rispettabili in certi casi, sulle questioni oggetto delle guerre culturali e di valore più importanti, dall’aborto all’eutanasia al gender, ma senza mai esagerare e, se vogliamo, senza mai incidere, così, per dovere conforme. Al confronto con certi gran buffoni del pensiero cirillico, filologi divulgatori e mezzi prof, il cui nome risparmiamo per decenza al lettore, è perfino un moderato, un compassato. Ciò non toglie che un capello di Vittorio Emanuele Parsi basterebbe a legargli intellettualmente le mani e a metterlo al suo posto di banale follower dell’andazzo pacifista più convenzionale.  

 

Il nostro problema non è il tarquinismo, che non esiste se non come flatus vocis, è la mancanza di uno storico come Heinrich August Winkler, un intellettuale proprio robusto che ha scritto con altri suoi pari una lettera per indurre Olaf Scholz a riflettere sulla deriva o i rischi di una linea esitante e incerta della Germania sull’Ucraina. Winkler si mostra stupefatto per la tendenza della cancelleria di Berlino, dopo il graffio coraggioso della Zeitwende o Zeitenwende, dopo il discorso del cancelliere a Praga nell’agosto del 2022, a pochi mesi dallo scoppio delle ostilità russe contro Kyiv, dopo le decisioni sull’investimento militare, a fissare linee rosse invalicabili nell’azione di aiuto all’Ucraina aggredita e minacciata, invece di predicare la necessità della vittoria ucraina e della sconfitta di Putin.

 

Scholz aveva solennemente citato, parlando all’Università Carolina, Milan Kundera e il suo discorso sulla scomparsa dell’Europa centrale, quando polacchi, cechi, slovacchi, baltici, ungheresi, romeni, bulgari e yugoslavi dopo la Seconda guerra mondiale “si svegliarono (...) scoprendo di essere a est”, di essere “scomparsi dalla mappa dell’Occidente”. Ora secondo Winkler, in omaggio alle mobilitazioni di un partito della pace “particolarmente miope”, a chi è minacciato di nuovo dalla scomparsa nella servitù autocratica e totalitaria, gli ucraini, la Germania guidata dalla Spd  sembra voler negare l’essenziale missilistico, dopo una serie di commendevoli sforzi e di slanci encomiabili, e rilutta a dire chiaro e forte che su quel fronte il problema è uno solo, la vittoria contro l’aggressore. Ecco, di Tarquinio il miope e delle sue blande idee di resa a discrezione si sentiva il bisogno solo fino a un certo punto, della tempra lineare di un Winkler si prova un’invidiosa nostalgia.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.