(foto Ansa)

l'editoriale del direttore

Il premierato non è una barzelletta

Claudio Cerasa

No, non si può trasformare l’instabilità dei governi nell’unico argine contro la deriva plebiscitaria della nostra democrazia. L’opposizione può entrare nella partita della riforma facendo sua, in fretta, una  gran lezione dell’Ulivo 

L’antifascismo da barzelletta anche no, grazie. La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, ieri si è sentita in dovere di ribadire che la riforma del premierato proposta dal centrodestra è l’incarnazione di tutti i peggiori vizi della cultura democratica italiana. Schlein sostiene che la riforma del premierato sia da buttare via perché “favorisce l’uomo solo al comando”, e così facendo, è il ragionamento della leader del Pd, non può che riportarci a una stagione buia del paese, molto simile, è il sottotesto, a quella vista durante il ventennio. Ecco il pensiero della segretaria: “L’uomo solo al comando l’abbiamo già visto nel nostro paese e non vogliamo tornare indietro. Finché dunque la riforma prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio faremo muro”.

Il ragionamento è chiaro. Qualsiasi riforma attribuisca maggiori prerogative e maggiore legittimazione al presidente del Consiglio è una riforma che va a togliere poteri al capo dello stato. E qualsiasi riforma che vada a togliere poteri al capo dello stato non può che essere pericolosa per l’Italia. Ieri mattina, mentre Schlein ripeteva il suo ragionamento duro, temperato però da un “finché” che sembra indicare alla premier una strada per discutere sul premierato, alcune associazioni politiche di centrosinistra e di centrodestra (Libertà Eguale, Magna Carta) hanno provato con intelligenza a spostare la discussione su un fronte diverso, simile a quello suggerito ieri sulle nostre pagine dal professor Michele Salvati, uno dei primi teorici del Partito democratico, e hanno indicato una strada efficace per trasformare la riforma in un’occasione utile a migliorare il sistema istituzionale italiano: concentrarsi meno sull’elezione diretta e concentrarsi di più sui nuovi poteri da attribuire al presidente del Consiglio, riesumando una vecchia indicazione scritta nero su bianco dall’Ulivo nel suo programma elettorale del 1996: occorre “una forma di governo centrata sulla figura del primo ministro investito in seguito al voto di fiducia parlamentare in coerenza con gli orientamenti dell’elettorato” prevedendo “a tal fine… sulla scheda elettorale, l’indicazione – a fianco al candidato del collegio uninominale – del partito o della coalizione alla quale questi aderisce e del candidato premier da essi designato”.

 

Per entrare in questa logica, lo sforzo che il Partito democratico potrebbe fare è uscire da una grande ipocrisia in base alla quale i sistemi istituzionali compatibili con lo spirito anti fascista della nostra Costituzione sono solo quelli che non permettono a un capo di essere un capo. In base a questa logica, un presidente del Consiglio con più poteri  andrebbe a ridurre inevitabilmente lo spazio di manovra del capo dello stato e indebolirebbe conseguentemente il principale contrappeso posto dalla Costituzione alla possibile deriva plebiscitaria. Si possono avere molti dubbi sulla qualità della riforma del premierato proposta dal governo ma non si possono avere molti dubbi sul fatto che sia una sciocchezza colossale bocciare una riforma concentrandosi in modo pigro solo su un suo effetto senza capire da che cosa quell’effetto sarebbe generato. Ieri, Libertà Eguale e Magna Carta hanno offerto spunti di riflessione utili per smascherare l’ipocrisia suggerita dalle vestali della Costituzione. Lo hanno fatto ricordando che la possibile diminuzione dei poteri del capo dello stato non è di per se una cattiva notizia se l’effetto è la stabilizzazione del sistema istituzionale del nostro paese. E lo hanno fatto, ancora, ricordando che il punto vero che dovrebbe difendere un partito non ideologico e con la testa sulle spalle è entrare nella partita del premierato, con l’obiettivo di capire quanto dovrebbero essere ridotti i poteri usati dal capo dello stato nelle situazioni in cui il sistema presenta delle difficoltà di funzionamento (esempio: dare al presidente del Consiglio, oltre che il potere di revoca dei ministri anche il potere di chiedere lo scioglimento delle Camere, dando la possibilità, come succede in Germania, al capo dello stato di avere pochi giorni per valutare se esistono altre opzioni prima di tornare alle urne). Entrare nei dettagli, come suggerisce il professor Sabino Cassese, uno dei firmatari dell’appello di ieri scritto dalle due associazioni e che da mesi invita gli oppositori della riforma del premierato a non buttare via il bambino con l’acqua sporca, per così dire, può portare ad allontanare la nostra attenzione dalla ciccia vera, dalla definizione dell’obiettivo della riforma, e se si considera positiva la direzione indicata dal premierato, intervenire sull’instabilità dei governi e sull’assenza di coesione delle maggioranze, bisogna anche avere il coraggio di sviluppare un ragionamento diverso. Se il sistema di governo funziona, la funzione di intermediazione del capo dello stato viene meno ma resta quella indispensabile di garanzia costituzionale. E chi si ostina a considerare la funzione dell’intermediazione del capo dello stato come ciò che maggiormente lo contraddistingue sta difendendo un’idea di democrazia precisa e al fondo non sana: quella in cui la governabilità è accettabile solo se chi vince le elezioni viene fatto affogare nell’Italia dei veti.  

 

Demonizzare la stagione del trasformismo italiano, che è quella gloriosamente vissuta negli ultimi anni, sarebbe ovviamente un errore e sarebbe un modo poco onesto per non riconoscere come l’imperfetto sistema istituzionale attuale abbia permesso all’Italia di smussare gli angoli dell’estremismo, di assorbire le istanze del populismo e di mettere l’Italia al riparo da crisi sistemiche che altri paesi stanno attraversando. Ma trasformare l’instabilità dei governi nell’unico argine contro la deriva plebiscitaria della nostra democrazia, come sta facendo l’opposizione, significa perdere l’opportunità di migliorare il sistema istituzionale e significa ancora una volta fare un passo per dimostrare ai propri elettori che l’antifascismo da barzelletta è ancora vivo e lotta insieme a noi.
 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.