Il doppio sfregio di Meloni a Tajani. Che si sfoga: "No, così non va"

Valerio Valentini

Su banche ed europee, le parole della premier mettono in imbarazzo il leader di Forza Italia col suo partito. Ma il capo della Farnesina insiste: "Sugli extraprofitti, ecco le modifiche che chiediamo. Le Pen? Solo chi non sa di politica europea può pensare a un'alleanza con lei"

“No, così proprio non va”. Parla della tassa sulle banche, Antonio Tajani, ma non solo. Perché la cosa che non capisce, lui che pure di capire si sforza, è come lei non abbia potuto immaginare l’effetto che avrebbe fatto, che sta facendo. Perché sì, c’è un aspetto umano, personale, “una mancanza di tatto” che non fa piacere. Ma Tajani ne fa soprattutto una questione politica. Per questo le parole di Giorgia Meloni lo hanno turbato. “Perché così, magari non volendo, la premier delegittima Antonio, che è invece il suo alleato più fidato”, dicono i confidenti del vicepremier. 

C’è stato infatti lo sdoganamento di un metodo, da parte di Meloni nella sua intervista ferragostana. Come a voler rivendicare la bontà di uno sfregio, su cui invece Tajani sperava di avere ottenuto rassicurazioni. “Deve condividere, non può imporre. Specie quando la materia è delicata”, aveva riferito il ministro degli Esteri ai suoi parlamentari, dopo un confronto telefonico chiesto alla premier all’indomani del Cdm famigerato, quello che aveva varato la tassa sugli extraprofitti bancari. E invece cosa dice Meloni ai giornali riuniti? “Ho coinvolto in minor misura la maggioranza perché la questione, diciamo così, non doveva girare troppo”. Quasi, insomma, che perfino il vicepremier fosse un possibile sabotatore, uno che avrebbe spifferato ai giornali? “Semmai questo conferma la tesi della tribù: a Palazzo Chigi stanno asserragliati tra di loro”, sbuffano i deputati più vicini a Tajani.

“Che poi, oltre che poco rispettoso, questo metodo è anche poco utile”, spiega Alessandro Sorte. “Questa supposta esigenza di segretezza si scontra infatti con la grammatica istituzionale: il decreto sulle banche dovrà comunque passare alle Camere. Davvero c’è chi pretende che noi ora lo ratifichiamo senza alcuna obiezione?”. E non è un caso che Tajani, ancora ieri, abbia riconfermato al capogruppo Paolo Barelli la tattica da seguire: “Non cambio idea. Depositiamo gli emendamenti per garantire che i cittadini  continuino a beneficiare del sostegno del sistema creditizio, specie per le piccole banche di prossimità. E poi ci vogliamo che la tassazione sia fiscalmente deducibile”. E sarà pure, come ci conferma il ministro meloniano Francesco Lollobrigida, che di “ripensamenti sul provvedimento non ce ne sono, visto anche l’enorme consenso che  ha riscosso”. Ma per Sorte, il ragionamento non regge: “Quando si dice ‘tassiamo gli extraprofitti delle banche’ è come dire ‘viva la mamma’. Ma poi, chi sta al governo, deve saper gestire i dossier delicati con accortezza”.

E fin qui, siamo all’analisi del decreto. Poi c’è Forza Italia: che è, come Meloni sa, un partito che cerca ancora il suo destino dopo la morte di Berlusconi. Tajani ha saputo affermare la sua leadership, ma non è un mistero, e non lo è certo a Palazzo Chigi, che il clima interno sia da tregua armata. Basta scorrere le chat dei deputati, che alternano encomi quasi commoventi a Tajani, con paragoni nientedimeno che a Gesù, e maldicenze infamanti, come quella secondo cui “Antonio in Cdm alza la voce solo quando deve chiedere i caffè”. “Ora, se Meloni si vanta di aver tenuto il suo vicepremier all’oscuro di un provvedimento di tale portata, come può questo non ringalluzzire i detrattori interni di Tajani?”, si sfogano i responsabili del nuovo corso azzurro.

Questione interna a FI, si dirà. Se non fosse, però, che pure dall’entropia di quel partito dipende la stabilità del governo. Tanto più, poi, se si pensa alle europee. Meloni ieri ha infatti escluso “qualsiasi veto”, compreso quello a Marine Le Pen su cui ci proprio Tajani aveva messo in guardia. Altra mancanza di riguardo, dunque. Che però non fa scomporre il capo della Farnesina, che anzi coi suoi deputati ieri rivendicava la sua competenza in materia: “Bisogna conoscere bene la politica europea per parlarne. Il Ppe non accetterebbe mai un accordo con la Le Pen, in Europa non valgono le logiche italiane”.  
 

Di più su questi argomenti:
  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.