(foto Ansa)

L'editoriale del direttore

Il miracolo italiano. Vista dall'Europa, l'Italia meloniana è incredibilmente un paradiso di stabilità

Claudio Cerasa

Le divisioni ci sono, i capricci anche, ma nonostante la presenza nella maggioranza di governo di ministri e onorevoli non sempre all’altezza, non si intravedono grandi ostacoli di natura politica. Dalle riforme ai numeri passando per i vincoli. Con un caveat: occhio alle procure

Se ci si guarda in giro a volte viene da strabuzzare gli occhi. Vedi l’Inghilterra che da mesi cambia primi ministri con la stessa velocità con cui un tempo il grande Maurizio Zamparini cambiava allenatori sulla panchina del Palermo e così, d’istinto, ti sembra di osservare un paese distante anni luce dall’Italia. Vedi la Francia che da giorni combatte con manifestanti desiderosi di protestare contro la riforma delle pensioni di Macron, e che da giorni fa i calcoli per capire se Macron ha ancora o no i numeri per governare il Parlamento, e così, d’istinto, ti sembra di osservare un paese distante anni luce dall’Italia – che la riforma delle pensioni l’ha fatta ormai la bellezza di dodici anni fa e che il pallottoliere per fare i conti sui numeri della maggioranza non sa più che cosa sia. Vedi la Germania, poi, in sofferenza costante rispetto ai suoi equilibri economici, produttivi ed energetici, e così, con un po’ di spocchia, ti viene naturale notare che mentre i cuginetti tedeschi non hanno trovato ancora un equilibrio nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina, noi italiani, invece, incredibilmente, siamo lì a discutere su come la crisi possa diventare, nientemeno, un’opportunità per trasformarci nel nuovo hub energetico dell’Europa.

 

E poi, ovviamente, guardi la Svizzera, la Svizzera dell’efficienza bancaria, la Svizzera del modello finanziario, e allora così, d’un tratto, osservando il nostro di sistema bancario, che tutto sommato ha retto bene l’urto di due crisi scollegate tra loro ma comunque minacciose, ti viene da chiederti, quasi con stupore, che cosa diavolo stia succedendo all’Italia. Insomma, avrete capito dove vogliamo arrivare. In un’Europa dominata improvvisamente dal virus dell’instabilità, l’Italia oggi appare d’un tratto come un’insospettabile oasi di stabilità. Certo, si dirà, il governo fa spesso pasticci (speriamo bene sul Pnrr). Il governo a volte si comporta in maniera poco umana (su Cutro nessun ministro ha ancora spiegato perché la Guardia Costiera non è uscita quando avrebbe dovuto).

Il governo, lo sappiamo, ogni tanto mostra il suo volto litigioso (come è successo ieri al Senato, dove i ministri leghisti non si sono palesati in Aula mentre Giorgia Meloni parlava anche di Ucraina). Ma rispetto allo stabile caos che si registra in Europa, l’oasi italiana presenta alcune caratteristiche che al momento, in Europa, sono pressoché uniche. Un governo con una maggioranza solida, anche se non sempre compatta. Un posizionamento internazionale chiaro, che nei fatti non ammette ambiguità. Un presidente del Consiglio senza rivali, né interni né esterni, in grado di impensierire il suo percorso. Un’economia più resiliente del previsto, che regolarmente smentisce in positivo le previsioni spesso negative del Fondo monetario internazionale. Un percorso di riforme ambizioso che l’Italia ha scelto di concordare con la Commissione europea, attraverso il Pnrr, che prima o poi i vecchi sovranisti di governo capiranno che è un patto che presenta un numero di vincoli con l’Europa neppure lontanamente paragonabile a quelli che potrebbe avere un modestissimo Mes. E, infine, dato interessante, controintuitivo e sorprendente, un rapporto con il debito pubblico, da parte della classe politica, che, al netto delle marchette di fine anno, al netto del modello Milleproroghe, si è completamente ribaltato. Un tempo, l’Italia veniva considerata tossica anche per il suo debito pubblico, troppo elevato. Oggi, invece, l’Italia viene considerata  un paese potenzialmente avveduto anche grazie al suo debito pubblico elevato, che resta sì un elemento di vulnerabilità ma che, nei fatti, rende incompatibile con il governo del paese una politica spendacciona, scapestrata ed eccessivamente irresponsabile (nota a margine: il 2022, grazie a Draghi e ai Fratelli di Draghi, è stato il miglior anno di sempre per l’Italia sul venture capital, con investimenti totali pari a 23 miliardi e con una crescita rispetto all’anno precedente pari al 61 per cento).

 

A tutto questo, poi, va aggiunto un dato ulteriore, che potrebbe spingere i capitali stranieri, nei prossimi mesi, a muoversi con interesse verso il nostro paese. Rispetto al passato, il percorso riformatore dell’Italia, oggi, appare essere legato più a grandi manutenzioni che a sostanziali rivoluzioni. Le riforme promesse dal governo ci sono, eccome, e sono pesanti, dalla riforma fiscale a quella della giustizia passando per la riforma delle autonomie e la riforma del sistema istituzionale, ma la verità è che l’Italia, negli ultimi anni, ha già approvato e portato avanti molte delle grandi riforme con cui devono fare i conti oggi diversi paesi europei, dalla riforma del lavoro a quella delle pensioni, e le principali energie del governo dovranno dunque essere spese per la manutenzione di ciò che c’è, di ciò che è stato già approvato, di ciò che è stato già incanalato.

 

Nell’orizzonte di Meloni, nonostante i capricci dei suoi alleati, e nonostante la presenza nella maggioranza di governo di ministri e onorevoli non sempre all’altezza, non si intravedono dunque grandi ostacoli di natura politica. E così, come spesso accade quando un paese come l’Italia si ritrova ad avere un governo politico di lunga gittata dotato non di pieni ma di buoni poteri, il vero tema con cui prima o poi dovrà confrontarsi il presidente del Consiglio è questo: i poteri interni al paese che tendono a fare tutto il necessario per indebolire i governi politici forti, dotati non di pieni ma di buoni poteri, riusciranno a resistere alla tentazione di non trattare Meloni come sono stati trattati in passato prima Bettino Craxi, poi Silvio Berlusconi, quindi Matteo Renzi? E riusciranno, questi poteri interni al paese che coincidono con i profili più ideologizzati della magistratura politicizzata, a resistere alla tentazione di mettere in campo un whatever it takes finalizzato a indebolire chi interpreta, in Italia, una stagione di insperata stabilità politica?

Se ci si guarda in giro, oggi, e si osserva ciò che sta succedendo in giro per l’Europa, e lo si confronta con ciò che sta succedendo in Italia, a volte può venire voglia di strabuzzarsi gli occhi. Ma se si riavvolge il nastro e si ricorda ciò che è successo all’Italia ogni volta che si è ritrovata ad avere un governo stabile vengono i brividi. E in bocca al lupo. E occhio alle procure.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.