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Il caso

Meloni ha un problema nel Lazio: ecco perché non decide il candidato

Simone Canettieri

Per le regionali di febbraio la premier temporeggia. Fratelli d'Italia è spaccata: "Questa volta dobbiamo puntare su un profilo noto". Avanza Rampelli. L'annuncio la settimana prossima

E’ complicata come la trattativa sul prezzo del gas. Ma anche serrata tipo la vertenza aperta sulla gestione dei migranti. E’ però una questione identitaria, modello crociata contro il Pos. Insomma Giorgia Meloni, in piena manovra, tra le mille cose a cui deve pensare, ne ha una su cui continua a non decidere. E’ la scelta del candidato governatore nel Lazio. Casa sua. Voto a febbraio. Primo test – a braccetto con la Lombardia – sul governo. Sulla carta un mezzo rigore a porta vuota, visto che Pd e M5s vanno divisi. Secondo i sondaggi, la coalizione di centrodestra è avanti di venti punti. Eppure la presidente di Fratelli d’Italia non decide. Ascolta. Fa riunioni. Vede i colonnelli del partito romano, che è abbastanza spaccato. L’ombra di Michetti, il rischio di sbagliare candidato, perseguita la premier. 

“Dobbiamo puntare questa volta su un profilo conosciuto, soprattutto a Roma, oltre che nel resto del Lazio”, ha detto Meloni la settima scorsa durante una riunione con i vertici  locali del partito a cui ha partecipato anche il plenipotenziario Francesco Lollobrigida, nominato giusto capo della cabina di regia della manovra.  

Tuttavia il nome per succedere Nicola Zingaretti continua a non uscire fuori. Tanto che in Transatlantico anche i deputati di Fratelli d’Italia iniziano a spazientirsi e con un filo di voce contestano  chi dovrebbe prendere la decisione. Salvo aggiungere subito che “Giorgia, certo, ha l’Italia sulle spalle, bisogna capirla”.  Insomma, i primi mugugni. Per non parlare degli alleati. Maurizio Gasparri la prende con ironia. “Il candidato? Ce lo diranno a marzo, dopo che abbiamo vinto le elezioni”.  Ma perché tutta questa suspense?

Ufficialmente la spiegazione che viene offerta da Via della Scrofa suona così: ce la prendiamo con calma perché tanto siamo in vantaggio e non vogliamo dare un nemico subito al centrosinistra. 
In verità le cose sono un po’ più complesse.  Il partito è spaccato su Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, maestro della premier e iniziatore di una generazione. Custode dell’ortodossia. Autorevole. Il quale però non è amatissimo da una parte del partito che si è allontanata dall’ala del gabbiano (come si chiamava la storica corrente ai tempi di Msi e An che ha poi impollinato FdI). 


Rampelli è al momento anche l’unico big del partito, insieme a Giovanni Donzelli,  a non aver ricevuto incarichi di governo.  Meloni nella riunione della settimana scorsa ha detto una cosa in apparenza scontata: “Fabio è il più conosciuto. A Roma e nel Lazio”. Al che qualcuno dei presenti ha commentato con una punta di veleno: “E’ conosciuto anche per le cattiverie”. Un ruolo che il vicepresidente della Camera non pensa di avere. Anzi, in cuor suo crede forse ci siano diversi ingrati nel partito che ha contribuito a fondare. Un classico, trasversale.
   Dunque, non se ne esce. Anche se la premier è consapevole che dovrà chiudere il prima possibile questa partita. E il suo nome al momento è proprio quello di Rampelli. Gli altri papabili sono l’europarlamentare Nicola Procaccini e il deputato-questore Paolo Trancassini. Più remota la possibilità che alla fine spunti il nome di Chiara Colosimo, deputata in rampa di lancio. Di sicuro Meloni vuole una figura politica. Con il civico ha già dato, nel senso di Michetti. Pietra di inciampo nella cavalcata della capa della destra italiana, assurto non solo a macchietta ma anche a paradigma di un fatto che faceva infuriare la premier in campagna elettorale: l’accusa di mancanza di classe dirigente. 

Ora che FdI è razza padrona, quale miglior occasione delle regionali del Lazio (quattro milioni di votanti) per affermarlo? E però il tempo scorre e nulla ancora si sa di ufficiale. L’occasione per lanciare l’aspirante governatore sarà la festa per i dieci anni del partito. Evento autocelebrativo che si terrà a piazza del Popolo fra una settimana e per tutto il weekend. La premier chiuderà la kermesse sabato 17 dicembre di ritorno dal Consiglio europeo a Bruxelles. E forse sarà proprio lei, rullo di tamburi, a dare la notizia. Comunque vada un pezzo di Fratelli d’Italia storcerà la bocca, scontento per la scelta di Giorgia. I malumori iniziano a esserci, da una parte e dall’altra. E questa è una notizia per un’organizzazione, come quella di Fratelli d’Italia, che ha regole ferree da Partito comunista cinese. La leader non si discute, non esistono correnti. L’ora delle decisioni irrevocabili è arrivata. Quasi.        

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia. Ha vinto anche il premio Guidarello 2023 per il giornalismo d'autore.