(foto Ansa)

Perché il governo Meloni rischia di restare ostaggio delle ambiguità

Claudio Cerasa

Audio. Vodka. Lambrusco. Minacce. E Putin. La prima settimana da pazzi del centrodestra dimostra che per la leader di FdI governare la percezione del suo governo sarà ancora più complicato che governare la sua coalizione. Quattro indizi utili

Coalizione o percezione: è questo il problema. La prima settimana del quasi governo Meloni si conclude con la notizia di un nuovo audio rubato a Silvio Berlusconi in cui l’ex presidente del Consiglio, il giorno dopo aver già comunicato il suo amore incondizionato per Vladimir Putin, amore certificato da lettere di auguri e regali reciproci conditi da bottiglie di vodka e casse di lambrusco che Putin e Berlusconi si sarebbero scambiati con allegria nelle ultime settimane, ha fatto sapere di considerare la guerra in Ucraina responsabilità più di Zelensky che di Putin e ha fatto sapere di considerare le vittime della furia putiniana responsabilità più del presidente ucraino che di quello russo. Il tutto, poi, dopo una settimana per così dire imprevedibile durante la quale Berlusconi ha mandato a quel paese i suoi alleati in diretta tv, durante la quale Forza Italia non ha votato il presidente del Senato proposto dai suoi alleati, durante la quale Berlusconi ha detto che Giorgia Meloni ha un comportamento “supponente”, “prepotente”, “arrogante”, “offensivo”, “ridicolo”, durante la quale Meloni ha detto che lei a differenza del suo alleato Berlusconi “non è ricattabile”, durante la quale il nuovo presidente del Senato ha rivendicato di avere busti di Mussolini in casa e durante la quale il nuovo presidente della Camera ha affermato di considerare le sanzioni contro la Russia un boomerang per l’occidente.

 

A una settimana dall’inizio della legislatura viene dunque naturale chiedersi, rispetto alla futura premiership meloniana, se sia possibile governare un paese senza riuscire a governare la propria coalizione. E per provare a ragionare intorno a questo punto occorre mettere in campo almeno quattro riflessioni. La prima, ovvia, è che il centrodestra continua ogni giorno a offrire l’impressione di essere, come da celebre definizione coniata da Klemens von Metternich nell’Ottocento per descrivere l’Italia, una semplice espressione geografica. La seconda, meno ovvia, è che la gestione della coalizione, per Meloni, potrebbe essere un problema non meno gravoso rispetto alla gestione di altre emergenze non meno importanti, come il caro bollette, come la transizione energetica, come le sfide del Pnrr, come la necessità di portare avanti politiche capaci di governare la probabile recessione futura.

 

La terza, non così ovvia, è che a una settimana dall’inizio della legislatura Meloni ha dimostrato di saper rispondere alle mini crisi innescate dagli alleati, anche se in alcuni casi si è vista costretta a riprendere con le pinze la cloche di comando. La quarta riflessione, però, è forse quella più importante e riguarda un problema che Meloni non sembra essere in grado al momento di governare: la percezione di quel che sarà il suo governo. I tempi che viviamo li conosciamo e sono tempi in cui, come dimostra il caso di Liz Truss, premier sfiduciato dai mercati a pochi giorni dal suo insediamento per una manovra maldestra costruita attingendo a man bassa dal debito pubblico, basta un nulla,  un soffio, un piccolo incidente, per agire sul vero motore politico di ogni governo: la sua credibilità.

E’ un governo, quello Meloni, che nasce circondato da molti pregiudizi, come è normale che sia per una coalizione che ha alimentato per anni ogni genere di istinto nazionalista, populista ed estremista, ed è un governo all’interno del quale mai come oggi l’essere imprevedibili sarà sinonimo non di geniale creatività ma di semplice inaffidabilità e di insostenibile ambiguità. In un bellissimo discorso pronunciato ad agosto al Meeting di Rimini, il premier uscente, Mario Draghi, ha ricordato che, in un governo, “la credibilità interna deve andare di pari passo con la credibilità internazionale”, perché “migliaia di aziende straniere si riforniscono dalle nostre imprese, fanno i loro ordini o impiegano i loro capitali in Italia e contribuiscono alla crescita, all’occupazione, al bilancio pubblico” e per queste ragioni “protezionismo e isolazionismo non coincidono con il nostro interesse nazionale”. Governare la percezione dell’Italia, per Meloni, sarà un compito altrettanto difficile che governare la coalizione (ieri la leader è stata costretta a scrivre una nota per dissociarsi dal Cav.) e visto l’inizio della stagione avere una lista dei ministri senza ambiguità sarà l’unico modo  per allontanare dal tetto del futuro governo le pericolose nuvole dell’inaffidabilità. Sarà dura ma la cloche è lì e svoltare si può.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.