La perfezione imperfetta di Calenda

Giuliano Ferrara

Poteva risultare riformista e pragmatico, la corsa solitaria è morale, ma inutile. Il piano giusto era il primo. Ora spicca la purezza, e la fatuità

La perfezione di Calenda è un handicap. Stavolta, nella diretta con il Corriere, con la collaborazione di un gentile mastino dello stile e dei contenuti precisi, precisetti, come Venanzio Postiglione (che bel nome tornito), non è stata questione di Parioli, “ritira Parioli”, e altre scemenze da sempre imposte come terreno di scontro situazionale; l’ineccepibile scaletta dei problemi politici e programmatici ha aiutato il candidato, il leader, a dare il meglio di sé, niente esagerazioni romanesche (a parte un riferimento indiretto a “quanno affitti”), no irritazioni rissaiole, no ipersemplificazioni da social, uso decente, cioè non ossessivo, di rigassificatori e inceneritori, dati politici e cose da fare e come farle, e poi la solita agenda Draghi e una spolverata non banale di questioni etiche e ambientali, clima e cannabis compresi. Complimenti. 

    
Il guaio di tutta questa perfezione, ché non si trova facilmente un candidato compos sui di questi tempi, uno che parli un italiano scorrevole per dire delle cose, è nelle ragioni e nel ragionamento politico di base, che non è farlocco o demagogico ma piuttosto improbabile. Più parlava dell’obiettivo di bloccare la vittoria della destra, incuneandosi tra i blocchi in corsa con il solo bottino del proporzionale (non un solo eletto nell’uninominale maggioritario è nemmeno preteso dal capo di Azione!), più cresceva l’impressione di una certa velleitaria fatuità del tutto.

  
Calenda, come è noto per via della firma poi ritirata su un accordo e del bacino a Letta, voleva fare la stessa operazione riproposta poi con il terzo polo, forse terzo forse no, in alleanza con il Pd nel Terzo abbondante di collegi del maggioritario.

   
Era possibile risultare perfettamente riformista e pragmatico, allergico alle derive ideologiche e ai narcisismi populisti, dunque attrattivo verso un mondo insofferente delle smanie militanti vaghe sui programmi, modello campagna per Roma, stando dove Calenda si era originariamente collocato. Voleva proporre una linea di recupero del voto di classe media moderata, riformista come si dice, in particolare il partito di Berlusconi ma non solo, per arginare il rischio di una maggioranza schiettamente di destra, dalle origini europeiste dubbie, populista parecchio nel tocco. E la cosa aveva un senso. Ciascuno ha un suo profilo nel voto proporzionale, ma la saldatura politica e aritmetica nel maggioritario garantisce e fortifica quel profilo rendendolo tecnicamente competitivo, nonostante dettagli come Fratoianni e Michele Emiliano. Questo effetto è venuto a mancare, contrordine compagni, perché la corsa in solitario ha il suo fascino per la base di un partito nuovo, che pretende rigore morale prima che efficacia politica e combinatoria, e per favorire la delineazione di una linea purista e terzista in sostegno di un’avventura personale a fianco di un sapiente manovratore, Renzi, in passato disprezzato ma recuperato con destrezza nella lista comune guidata da SuperCarlo (sarà un’anguilla, ha detto con un ghigno diciamo amichevole, ma mi ha dato la guida della macchina). 

 
Il risultato, per chi ascolta la raffinata prospettazione del voto e dei suoi significati, è che la perfezione del progetto, la perfezione argomentativa di Calenda, va contro l’imperfezione del mezzo. E aristotelicamente una perfezione imperfetta non si dà. Ci si può anche augurare, perché no? un’esplosione politico-elettorale del Terzo polo, capace con le sole liste maggioritarie di rovesciare la tendenza negativa per gli avversari della coalizione unita di centrodestra, e di sbarrare la strada a Meloni per magari riattivare un governo Draghi oggi in uscita. Ma si può anche crederci? La perfezione è in politica la cosa più pura, il distillato più alambiccato e preciso di una manovra idealmente senza pecche, in cui non si può assolutamente credere.

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.