Il colloquio

Di Maio: "Negli occhi di Zelensky il coraggio di un popolo, da noi c'è chi si volta dall'altra parte"

Simone Canettieri

Il ministro degli Esteri ci racconta la sua missione in Ucraina: "Alcuni leader nascondono la realtà. La resistenza? Va incoraggiata, è un modo per difendere Kyiv, ma anche l’Europa e l’Italia"

Non sono occhi di tigre quelli di Volodymyr Zelensky, assicura al Foglio Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri risponde al telefono dal treno speciale che lo sta portando fuori dall’Ucraina. “Negli occhi del presidente ho visto il coraggio di un popolo che non si vuole arrendere”.

  

A telecamere spente e conferenza stampa terminata, cosa vi siete detti? “Ho detto a Zelensky che ci siamo stati e ci saremo sempre: perché la resistenza all’aggressione russa è un modo per difendere il suo paese, ma anche l’Europa e l’Italia”. La  missione diplomatica di Di Maio a Kyiv cade a un mese esatto dalle elezioni che vedono l’ex M5s in corsa con Impegno civico. Una coincidenza non ostile. (Canettieri segue a pagina quattro) “No, qui ho rappresentato l’Italia, ma  il problema è in Italia”. 

  

Pausa, linea telefonica disturbata che va e viene, e poi torna la voce di Luigi Di Maio: “In campagna elettorale non si può pensare di spazzare via il terrore, la paura, la morte, il dolore che un intero popolo sta subendo, solo con qualche finto slogan”. 

  
Il ministro degli Esteri sostiene in questa conversazione con il Foglio che ormai  si parla solo delle conseguenze della guerra in Ucraina – il caro bollette, per esempio –  dimenticando la guerra in Ucraina. “Esatto”. E’ un paradosso o il frutto di una assuefazione?  

“Questo non sta a me dirlo, ma mi limito a una riflessione lineare e incontrovertibile. Alcuni partiti e leader politici stanno cercando di nascondere la realtà. Si voltano dall’altra parte. Questa guerra, che ad alcuni sembra distante, ha invece effetti diretti anche in Italia”. Ma davvero nei grandi partiti vede  fiancheggiatori della Russia, magari c’è un dibattito a destra sulle sanzioni. “Registro che schierarsi dalla parte di Putin, o peggio ancora essere ambigui, significa finanziare la guerra e alimentarla a oltranza. Schierarsi invece dalla parte dell’Ucraina significa difendere un popolo che sta subendo un massacro, e allo stesso tempo tutelare anche gli italiani dal ricatto sul gas russo. Per questo chiediamo con forza un tetto massimo al prezzo del gas”. 

 
Ma di preciso quando parla di politici che si voltano dall’altra parte con chi ce l’ha: può fare i nomi? Si riferisce a Matteo Salvini che ha sfidato a un confronto tv usando i social con il fotomontaggio che ritrae a lei nei panni dell’italoamericano Rocky e il capo della Lega in quelli del russo Ivan Drago? Oppure ce l’ha con Giuseppe Conte, il capo del M5s che lei conosce così bene al punto di aver organizzato una scissione partendo proprio dalle divergenze insanabili, a suo dire, sulla politica estera?

“Guardi, basta che scorra le dichiarazioni dal 24 febbraio a oggi e potrà darsi una risposta rapida ed esauriente. Basta scorrere le ricostruzioni giornalistiche e ufficiali su chi ha detto e fatto atti concreti da quando è scoppiata la guerra. Io la penso diversamente. Oggi sono stato  a Kyiv perché dobbiamo difendere con tutte le nostre forze le libertà, dobbiamo difendere le democrazie, dobbiamo difendere i diritti acquisiti. Se poi in Italia c’è chi vuole cancellare libertà e democrazia, allora io non ci sto. Io voglio difendere il nostro popolo, il futuro dei nostri giovani, le libertà che i cittadini hanno conquistato”. 


Dal ministero degli Esteri arriva una delle tre firme – le altre sono dell’Economia e della Difesa – sui decreti interministeriali usati dal governo Draghi tutte le volte che invia armi all’Ucraina. Un argomento che ha trovato nei mesi scorsi Salvini e Conte abbastanza critici, entrambi sulla stessa sponda. Con il primo che inneggiava alla pace e al Papa e il secondo che caldeggiava solo l’invio di armi leggere. “A Zelensky ho detto che come Italia non possiamo che continuare a incoraggiarlo, in tutti i modi, a resistere davanti a questa invasione”.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.