Il colloquio

Di Donna, l'ex socio di Conte: "Mi piace Draghi. Giuseppe e l'inchiesta? Parlerò..."

Simone Canettieri

Parla l'avvocato, e già collega di studio dell'ex premier M5s, indagato per traffico d'influenze durante la pandemia: "Non sono un mostro. E questo governo è il migliore dei possibili"

“A me Draghi piace, e deve andare avanti. E’ il migliore dei governi possibili”. Ma il suo ex socio e amico Giuseppe Conte non la pensa così: ha provato a convincerlo? Risatina. “Non mi faccia dire”. Occhiali da sole, costume, maglietta e sneakers:  ecco Luca Di Donna.  Si trova sull’isola d’Ischia per un fine settimana di relax, dice. E’ circondato e ignorato – in hotel, in piscina, in spiaggia – da orde di giornalisti con galloni direttoriali e super comunicatori, volti tv e genii di Instagram sbarcati qui per l’omonimo premio internazionale di giornalismo. E allora è proprio in un hotel di Lacco Ameno che il misterioso Di Donna si racconta un po’ con il Foglio. Ma prima bisogna fare un ripassino: come chi è?  


Di Donna è un avvocato e docente ordinario della Sapienza, già collega intimo di Giuseppe Conte attraverso la comune convivenza nel mitico e prestigioso studio Alpa. Lo scorso ottobre è finito indagato dalla procura di Roma – associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito d’influenze con altre dieci persone – perché durante la pandemia avrebbe speso il nome dell’amico geniale, Conte appunto, per facilitare appalti e commesse fra i privati e le strutture del governo (l’inchiesta   coinvolge anche l’ex commissario straordinario Domenico Arcuri). Di lui si è scritto e detto abbastanza. Tuttavia il diretto interessato – tipo schivo, ma cortese – ha respinto sempre i taccuini. In tempi non sospetti si disse anche che l’ex premier lo avrebbe voluto all’interno del M5s (d’altronde un qualificato legale, per un partito che sta più in tribunale che nelle piazze può far sempre comodo). “Mi hanno dipinto come se fossi il Mostro di Loch Ness, ma insomma, dai, non è vero. Il mio curriculum, poi, parla chiaro. Non sono uno uscito fuori dal nulla. Ho una storia, ho una carriera. Sono un docente della Sapienza e un professionista che lavora da venti anni. Mi faccio gli affari miei. E sono pagato per vincere le cause: questa sarebbe la mia colpa?”. 


Si sta qui ad ascoltarlo, nella hall dell’ottocentesco hotel “La Reginella” con specchi e stucchi molto Wes Anderson, con una grande curiosità. Quando scappò fuori la storia dell’inchiesta sulle mascherine con gli appalti pilotati, Conte dichiarò testuale: “Non sento Di Donna da quando diventai presidente del Consiglio nel maggio del 2018”. 


E allora con perfidia va chiesto all’avvocato quarantenne se si ricorda di questa frase dell’ex premier e se insomma è vera o, al contrario, si è sentito un po’ scaricato dall’ex amico geniale. “Io scaricato da Conte? Parlerò a tempo debito”. Segue una risata o forse è un ghigno quello che si riflette sugli specchi d’epoca un po’ opacizzati. Chissà a cosa sta pensando. I magistrati lo definirono con enfasi “metodo Di Donna”, quel  modo d’agire. Il rampante legale avrebbe usato il nome dell’ex sodale con pochette e ufficio a Palazzo Chigi con chiunque, pur di chiudere affari durante la pandemia. Ci penso io, ci parlo io. Sarà stato vero? “C’è un’inchiesta in corso e non parlo di questa fattispecie. E però”.

Cosa? “Insomma ho letto troppe ricostruzioni incredibili. Come il ruolo che spesso viene attribuito al professore Guido Alpa, persona di una correttezza morale unica, dipinto chissà come. Quando invece è un gigante del diritto, un signore, un uomo dalla grande eleganza e basta. Anche di lui è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Come per il mio più modesto caso”.


Di Donna non è mai piaciuto alla vecchia guardia del M5s.  Tutti gli articoli  su di lui nei mesi scorsi furono sempre   motivo di sopraccigli alzati fra i vecchi big dell’universo pentastellato, così lontano antropologicamente dal mondo delle professioni.  In quella fabbrica di addetti ai livori che è il Movimento qualcuno mise anche in guardia  Grillo appena scoppiò l’inchiesta.  “Guarda, Beppe, che questo è un amico di Giuseppe: attenzione!”. Quanti veleni, quante maldicenze. Oppure no? “Sì, proprio come il Mostro di Loch Ness sono stato trattato”.

All’avvocato che sta per andare a cena sull’isola sembrano non piacere molto quelli del M5s, vecchi e nuovi. Perché tutte le volte che gli si propone la sigla di questo partito mette su facce venate da smorfie. Meglio che non parli, meglio  che   stia zitto. Meglio insomma – è  sabato e oltre al premio Ischia internazionale di giornalismo si può gustare anche un ottimo spaghetto alle vongole sfidando l’afa – troncarla qui. “Parlerò a tempo debito”. Che è la frase che dicono tutti, alla fine, quando vogliono lasciare aperto il finale del film. Però su Draghi, il nemico del suo amico che nel frattempo forse è diventato un ex amico, non ha dubbi: “Il governo Draghi mi piace, deve andare avanti. Non mi occupo di politica, ma da italiano lo reputo il migliore fra quelli possibili. Il paese, nonostante tutto, è in ripresa”. Cartoline da Ischia.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.