Buone prospettive

Ottimisti sull'Italia. Così il Pnrr aiuta Draghi a ricordare i costi del populismo

Claudio Cerasa

L’Italia oggi si trova su un binario che può dare forza e velocità al paese, oltre che risorse. Abbiamo due opzioni: scegliere il treno adatto, per evitare di viaggiare a scartamento ridotto, o quello che vorrebbe deviare, perdendo soldi e credibilità

Ha detto ieri Mario Draghi, dialogando con alcuni studenti di una scuola media in provincia di Verona, che anche quando ci sono difficoltà essere pessimisti non serve letteralmente a niente. Perché il pessimista, dice Draghi, si limita a lamentarsi, si compiace a stare lì seduto a dire che non va bene nulla, si diletta a criticare senza offrire soluzioni per risolvere un problema e coltiva dentro di sé uno stato d’animo che non produce nulla. Bisogna essere ottimisti, ha detto Draghi. Bisogna guardare al futuro come un’opportunità, non come un rischio. Draghi, naturalmente, si rivolgeva agli studenti e non parlava di politica. Ma la chiave dell’ottimismo, per provare a leggere il nostro futuro, è una chiave che meriterebbe di essere messa a fuoco anche in un contesto diverso rispetto a quello in cui si trovava il premier. E per quanto gli scricchiolii della maggioranza possano destare preoccupazioni, sia sul fronte del sostegno militare all’Ucraina sia sul fronte del sostegno politico al Pnrr, la verità è che anche sul futuro dell’Italia le ragioni per essere ottimisti sono superiori rispetto a quelle per cui si potrebbe essere pessimisti.
 

Il ragionamento in questione prescinde dall’evoluzione dello scenario economico (anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ieri ha detto di essere “ottimista” rispetto alla crescita del secondo semestre) e si riferisce  a una rivoluzione vera ma ignorata che è destinata a cambiare le coordinate del nostro paese: la sovrapposizione perfetta tra il vincolo esterno e il vincolo interno determinata dalla presenza di una serie di solidi binari dai quali il treno italiano nei prossimi mesi e nei prossimi anni difficilmente potrà deragliare. La sovrapposizione tra vincolo esterno (ce lo chiede l’Europa) e vincolo interno (ce lo chiede il buon senso) vive all’interno di un famoso contratto da 200 miliardi (il Pnrr) firmato con l’Europa lo scorso anno da tutti i partiti della maggioranza (contratto non bocciato neppure da Fratelli d’Italia). Ma vive anche all’interno di una nuova consapevolezza che attraversa tutti i partiti dell’arco costituzionale che per le ragioni più varie si stanno lentamente avvicinando alle prossime elezioni consapevoli che, come scriveva Joseph Stiglitz in Princìpi di Microeconomia,  “esistono dei vincoli che limitano le scelte e definiscono l’insieme delle alternative disponibili”.

Vale per il Pnrr, dove il prezzo dei capricci dei populismi verrebbe facilmente quantificato con i miliardi che si potrebbero perdere a causa dell’incapacità di rispettare i 50 obiettivi semestrali  (M&T: “Milestones e Targets”) previsti dal piano (come dicono alla Commissione europea: “No M&T no money, no money big disaster”). Ma vale anche per alcuni vincoli che nessun partito, a differenza delle elezioni del 2018, potrà più permettersi di mettere in discussione nei prossimi mesi: l’appartenenza alla Nato, la centralità dell’Unione europea, l’importanza dell’euro. La verità che Draghi ha messo giovedì di fronte ai partiti, convocando il Consiglio dei ministri straordinario, è in fondo questa: l’Italia oggi si trova su un binario che può dare forza e velocità al paese, oltre che risorse. E di fronte a quei binari l’Italia oggi ha due opzioni: scegliere il treno adatto, per evitare di viaggiare a scartamento ridotto, o scegliere il treno che vorrebbe deviare, facendole perdere soldi e credibilità. I populisti possono trovare ancora un modo per riciclarsi, ma il populismo è in trappola e di fronte ai binari offerti dai vincoli esterni e da quelli interni guardare al futuro come un’opportunità, e non come un rischio, è qualcosa in più di una semplice opzione per sognatori incalliti. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.