Il caso

Mentre Conte e Salvini si inseguono, è pronto il terzo invio di armi all'Ucraina

Simone Canettieri

Il decreto interministeriale è pronto: mancano le firme di Mef e Farnesina. Una grana per il capo della Lega e del M5s, sempre più vicini

“Casuale convergenza di sensibilità”. Dalle parti di Matteo Salvini chiamano così l’idem sentire che accomuna il leader della Lega a Giuseppe Conte, capo del M5s. Nei corridoi del Parlamento c’è chi dice che i due si sentano ancora (messaggi, telefonate, diplomazia parallela). Insomma dopo gli abboccamenti quirinalizi di gennaio, il filo tra i due non si è spezzato del tutto. La versione ufficiale dei rispettivi staff rientra nella prassi: “Nessun contatto, nessuna strategia comune, anzi sul termovalorizzatore come sull’ex Ilva siamo agli antipodi”. E però è la guerra in Ucraina che unisce Conte e Salvini. Sempre di più. Fino a quasi sovrapporli. Entrambi con la stessa postura nei confronti di Mario Draghi. Entrambi pronti alle barricate verbali contro il nuovo invio di armi. Imminente. 


E ora vedremo cosa succederà: il terzo decreto interministeriale è pronto. Nelle prossime ore uscirà dalla Difesa per finire sulle scrivanie dell’Economia e della Farnesina.

Ecco, cosa farà Salvini davanti all’evidenza dei fatti? Giusto martedì il leader della Lega ha usato parole definitive. Che sembrano preludere a strappi e tempeste per il governo. Queste: “Se ci fosse una richiesta di nuove armi dovrei riunire la Lega, perché io personalmente sono contrario. Non sono Re Sole, abbiamo migliaia di iscritti, ministri, governatori, parlamentari e amministratori locali, dovrei chiederlo alla Lega”. Quindi un referendum, una consultazione interna per dire sì o no. E se vincessero i no Salvini dovrebbe essere consequenziale e annunciare che uscirebbe subito dal governo?  C’è chi dice che sia solo comunicazione. E basta. A uso e consumo dei sondaggi. Perché nella realtà il terzo decreto interministeriale per inviare le armi all’Ucraina non ha bisogno di passare dal Parlamento e quindi non ci sarà alcun voto. Sarà interessante capire anche come si muoverà Conte in questo sentiero. Da settimane l’ex premier  ha ingaggiato una battaglia lessicale che alla fine è entrata nel dibattito pubblico con tutte le storture del caso: armi difensive e offensive, pesanti e leggere. Ecco, il terzo invio di materiale bellico prevede un salto di qualità nel sostegno militare all’Ucraina, con tanto di artiglieria, blindati Lince e sistemi anti drone.

E poi ci sarà la delibera del governo sulle missioni: l’Italia è pronta a inviare circa seicento uomini ai confini dell’Ucraina come d’accordo con la Nato. I militari saranno divisi fra l’Ungheria e la Bulgaria. Un’iniziativa già annunciata dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini e che, tra giugno e luglio, passerà in Parlamento, questa volta accompagnata da un voto. E si ritorna alle convergenze parallele dell’ex premier e dell’ex ministro dell’Interno. “Salvini? Bene, se altri si uniscono al nostro cammino”, dice Conte a “Porta a Porta” quando Bruno Vespa gli fa notare questa affinità elettiva. Il capo del M5s deve risalire i sondaggi, ha capito che è il leader della forza di maggioranza relativa e dunque con buona pace del Pd fa di tutto per essere il vero elemento di interdizione di questo governo. Un continuo tira e molla, un crescendo di alzate di voce nei confronti di Draghi: “Deve riferire, deve spiegare la linea dell’Italia sul conflitto: serve un dibattito”. E appena finisce di parlare l’ex premier ecco la sovrapposizione di Salvini che la prende al contrario: “L’Italia guidi la Ue sulla via della pace”. Dal magma di cui è composto questo Parlamento nessuno sa dove potrà arrivare questa “casuale convergenza di sensibilità”. A giugno dopo le amministrative se ne capirà di più: per Lega e M5s potrebbero esserci molti più dispiaceri che gioie. Un buon motivo per forzare la mano?        
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.