"Cari compagni pacifisti, Putin la pace non la vuole. Servono le armi". Parla Flores d'Arcais

Luciano Capone

"Il Cremlino ha scatenato una guerra di massacro, che senso ha continuare a dire che si deve volere la pace? O armiamo la resistenza ucraina o gli diciamo di arrendersi al despota". La critica del direttore di MicroMega al movimento pacifista

Da oltre 35 anni Paolo Flores d’Arcais, attraverso la rivista MicroMega, anima il dibattito politico e culturale della sinistra nella sua parte più radicale. È da sempre schierato per le ragioni del pacifismo, contro le guerre imperialiste degli Stati Uniti e il militarismo occidentale. Ma dall’invasione dell’Ucraina voluta da Vladimir Putin, Flores d’Arcais è la voce critica del movimento pacifista che invoca la “neutralità”, il “disarmo” e la “diplomazia” come mezzi per risolvere il conflitto. Da subito, su MicroMega ha invitato l’Europa a contrastare “il programma imperiale esibito con lucido delirio di onnipotenza da Putin”, ha criticato il pacifismo della Cgil di Maurizio Landini e di altri esponenti della sinistra dicendo che “la pace si difende difendendo la libertà degli ucraini”. E quindi inviando armi.

 

Flores d’Arcais impersona una sorta di Grillo Parlante, voce della coscienza del pacifismo, che invita la sinistra a non voltarsi dall’altro lato. Perché la sensazione è che in questa parte di mondo tanti avrebbero preferito che il disegno di Putin si fosse realizzato: una guerra-lampo e la sostituzione di Zelensky con un governo fantoccio così tutto sarebbe proseguito come prima. Come dopo l’annessione della Crimea nel 2014. È la resistenza ucraina, imprevedibile per Putin e per noi, che ha rovinato tutto? “Certamente, l’establishment era largamente pro Putin – risponde Flores d’Arcais –. In Italia c’è stato il capo di governo più putiniano al mondo, Silvio Berlusconi, che non faceva dichiarazioni su Putin ma faceva dei ditirambi. O, se vogliamo usare un linguaggio a lui più consono, faceva a Putin dei pompini ideologici santificandolo come il più liberale dei leader al mondo. Per fortuna buona parte di questo establishment, sebbene con ritardi, reticenze e contraddizioni, ora è schierato contro Putin. Sarebbe necessario che capissero e spiegassero perché erano così entusiasti di quel regime. Purtroppo, se la resistenza ucraina non ci fosse stata la cosa avrebbe fatto tanto comodo anche a quanti si dicono pacifisti che però, negando gli aiuti che gli ucraini ci chiedono, rafforzano il mostruoso squilibrio di forze sul campo a tutto vantaggio della Russia di Putin”.

 

Per Tomaso Montanari, ieri sul Fatto, lei rientrerebbe tra i “militaristi da divano”. Il mondo pacifista, tendenzialmente utopista, invita a un bagno di realismo: c’è un’enorme sproporzione di forze, gli ucraini non potranno mai farcela contro l’armata russa, inviare armi prolungherebbe solo l’agonia. “I dati di fatto sono due. Il primo è l’invasione da parte di Putin, pronto a usare una guerra di sterminio nei confronti del popolo ucraino. Il secondo è la resistenza di questo popolo. Per cui, chi non vuole aiutare gli ucraini che si stanno difendendo, ripeto di-fen-den-do, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dire: ‘Cari ucraini, fareste meglio ad arrendervi. Anzi, avreste fatto meglio ad arrendervi sin dall’inizio’. L’unico che l’ha detto con chiarezza è un maestro di cinismo reazionario: Vittorio Feltri. Se si pensa che la resistenza non vada aiutata – e di fronte ai carri armati l’unico modo per aiutarla sono i missili anticarro – la logica conclusione deve essere quella di Feltri”.

 

Ha citato diverse volte la parola “resistenza”, ma è proprio questo che viene contestato. L’Anpi invita a deporre le armi, a cercare il dialogo. Si dice che non si può paragonare la resistenza ucraina con la nostra Resistenza partigiana, perché Hitler non è Putin, non ci sono gli Alleati in guerra, e poi ora c’è la minaccia atomica... “Tutti i paragoni storici sono inadeguati, perché ogni caso ha delle sue specificità – dice Flores d’Arcais –. Ma qui c’è un despota che ormai è venuto fuori chiaramente nella sua natura, che all’insaputa della maggior parte dei suoi più stretti collaboratori e ingannando i soldati cui veniva detto che andavano a fare delle esercitazioni, ha scatenato una guerra di massacro. Perché quando si gettano bombe su scuole e ospedali pediatrici, è una guerra di massacro. E poi c’è un esercito assolutamente inferiore, per numero e armamenti, con migliaia e migliaia di civili volontari che per la prima volta prendono in mano un’arma o si fabbricano delle molotov. Che senso ha continuare a dire che si dovrebbe volere la pace? Certo, che ci vorrebbe la pace: ma Putin non vuole! Per cui le possibilità sono due: dire agli ucraini ‘arrendetevi, la vostra resistenza non ha senso’; oppure mandiamo le armi a chi resiste. Il resto è chiacchiera”.

 

Inviare armi anche di fronte a una sproporzione di forze come questa? “Quando in Cile ci fu il golpe di Pinochet contro Allende, benché fosse evidente la sproporzione tra l’esercito schierato con Pinochet e i civili che potevano armarsi, Lotta continua lanciò una sottoscrizione: ‘Armi al Mir’, che era l’ala sinistra del governo Allende. Bisognava dire ai cileni: ‘Non provate nemmeno a resistere’? Ecco, io trovo questi atteggiamenti... non mi vengono gli aggettivi”.

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali