Il retroscena

Quirinale, il quadrilatero Bettini-Conte-Grillo-Salvini per candidare Belloni

In alternativa tre ipotesi femminili: Cartabia, Sciarra, Severino. Ma il Mattarella bis è sul tavolo: è l'unico nome che unisce i rossogialli. E non solo

Simone Canettieri

C'è anche il guru dem nella filiera che spinge la responsabile dei Servizi segreti al Quirinale. Anche il fondatore del M5s la lancia. La Lega tentata dall'azzardo. Ma il Pd  è pronto al no

L’ultima trattativa è quella più pericolosa. Giuseppe Conte  è deciso: “Casini? Anche lui alla fine ci andrebbe bene. Siamo pronti a votare pure  Belzebù purché non sia Mario Draghi”, raccontano dal direttivo  grillino. La carta coperta del leader del M5s alla fine si chiama Sergio Mattarella. L’unico trait d’union con il Pd. Per il resto i rossogialli sono ai materassi. Il ritorno di fiamma gialloverde è palese quando Conte e Salvini fanno circolare l’”idea donna”. E’ Elisabetta Belloni, la numero uno del Dis. Ma poi ecco  Renzi, FI  e la pancia del Pd: “Il capo dei servizi non può diventare presidente”.  
 

Il fronte che ancora lavora per Pier Ferdinando Casini prova subito a bloccare Belloni. E ci riesce, forse.

Il senatore dem Andrea Marcucci ricorda che il nome alla fine dovrà essere votato, prima che dall’Aula, dall’assemblea dei grandi elettori dem.

Quando Enrico Mentana in diretta su La7 dice che “Madame 007” era una scelta gradita a Goffredo Bettini, nel gruppo del Pd sono in molti a protestare (il guru dem per tutta la giornata è descritto attivissimo dai suoi collaboratori: parla al telefono con gli uomini di Giorgia Meloni, di Matteo Salvini e ovviamente con Conte)  

L’incertezza regnerà fino a domani, come minimo. Senza assicurazioni su una svolta. Perché alla fine sempre lì si va a finire: bisogna fare i conti con “la bestia”, come la chiama Renzi. E cioè il Parlamento riunito in seduta comune da ormai cinque giorni: questo strano animale  con 1.009 fauci. Insondabile, pericoloso e pieno di rancore. La candidatura di Elisabetta Belloni nasce e muore in un baleno. Il no arriva anche da Leu, alla fine. Conte continua a insistere con “una donna”, che è l’unico modo per dire chiunque va bene purché mai Draghi. La strategia del capo grillino è di nuovo concordata con il leader della Lega.

E Letta perde le staffe: è un film già visto e rivisto. A fari spenti Luigi Di Maio porta avanti con Enrico Letta e Giancarlo Giorgetti la trattativa flebile che ritorna a Mario Draghi. L’incontro in via Veneto fra il premier e il capo del Carroccio viene osservato con estrema fiducia dal Pd: “E’ andato benino”. A nessuno sfugge che per eleggere l’ex banchiere al Quirinale serva un accordo ampio e blindato sul governo che verrà. Letta ci crede, ci spera e si muove in questa direzione. Un’operazione che dal Pd, ammettono, ha bisogno ancora di “almeno di un giorno”. Ammesso che vada in porto. Su questo fronte Conte non ha la minima intenzione di cedere. Meglio Belloni. Che diventa anche oggetto di un tweet di incoraggiamento di Beppe Grillo (“Benvenuta signora Italia”). E’ il primo atto politico del fondatore del Movimento, dopo giorni e settimane di silenzi da interpretare e da riportare a seconda dei vari messaggeri. Ma non tutti, ovviamente, fra i grillini la pensano come l’Avvocato del popolo. E siamo sempre qui, solo che forse all’ultimo miglio. “Ricordiamoci sempre che uscendo da qui, da questo Palazzo, dobbiamo pensare allo standing che si aspetta il Paese da questa elezione. E soprattutto va inserita l’Italia nel quadro europeo e mondiale”, dice il ministro degli Esteri. Ma c’è un momento in cui la luce si spegne fra i rossogialli. Pd e M5s provano a salvare la faccia con l’opzione rosa. La svolta, l’inedito. Girano in questo frullatore indemoniato Marta Cartabia, Paola Severino, Silvana Sciarra. La situazione è talmente incartata che alla fine in molti tornano a guardare all’esito della sesta votazione. A quei 336 voti che Pd e M5s assegnano a Sergio Mattarella. “Il porto sicuro, l’ancora di salvezza di questo Parlamento”, dice il fronte sempre più ampio fra  giallorossi, ma anche nel centrodestra nei confronti del bis del capo dello stato. Sempre più invocato, giorno dopo giorno. Per Letta esistono solo due ipotesi reali: Draghi e il capo dello stato uscente. La spinta per quest’ultimo potrebbe essere l’unico modo per non far esplodere partiti impazziti.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.