Fuga dal tampone

I parlamentari disertano il test anticovid, nessuno vuole perdersi il conclave quirinalizio

Salvatore Merlo

All'esterno della Camera hanno allestito i gazebi per consentire ai positivi al virus di poter votare ma i grandi elettori si tengono ben alla larga dal tampone

Più divertito che sconcertato, il medico del Senato, il dottor Federico Marini, strabuzza gli occhi e allarga le braccia in un corridoio del Palazzo. “Praticamente non faccio più tamponi”, dice a voce abbastanza alta da farsi sentire dai soliti impiccioni. L’interlocutore, che è un politico importante, ride. E lui: “Cioè questi non vengono più. Qua nessuno vuole sapere se ha il Covid o no”. Ed ecco come il virus che poteva determinare l’implosione dell’identità e dei riti del Parlamento, del sussurro, del conciliabolo, del capannello, dello struscio e della trama da franchi tiratori, viene annientato. Debellato. Ma non dall’Amuchina. E nemmeno dal vaccino. Bensì dall’elezione del presidente della Repubblica, che dota l’intero Parlamento, in pratica tutti e mille i grandi elettori, di un’immunità ben più solida di quella stabilita dall’articolo 68 della Costituzione. 

Come disse una volta Antonio Gava al grande cronista Guido Quaranta: “Il colera passa, i Gava restano”. E i piccoli Gava di oggi, si parva licet, non vogliono mica perderselo per colpa del coronavirus questo più grande spettacolo dopo il Big-Bang che è il conclave laico del Quirinale. Una rappresentazione che è ben più della banalissima operazione di voto: è una cerimonia che va annusata, un’azione liturgica complessa. Tutto un cinema ventiquattr’ore su ventiquattro, e nel corso del quale si rimane immersi come in apnea. Un’esibizione artistica che poi si ripete ancora e ancora. Fino allo scioglimento finale, in un’altalena d’illusioni, una ridda di speranze, tradimenti, promesse, vanità.

E allora ecco perché i parlamentari non si fanno il tampone, preferiscono non sapere né far sapere. Non vogliono certo restare prigionieri di quella stessa burocrazia sanitaria che hanno imposto per legge agli altri italiani, e perdersi tutto questo teatro del fantastico che per una moltitudine di peones e anonimi schiacciatori di tasti come loro rappresenta il climax ascendente dell’intera esperienza da parlamentari, la sublimazione di un quinquennio di noia profonda e d’insignificanza assoluta.

 

Così ieri pomeriggio i deputati osservavano con un misto di schifo e di sgomento i gazebo bianchi che venivano montati a ferro di cavallo in via della missione, nel parcheggio della Camera, all’esterno, insomma nel Lazaretto, lontanissimo dal centro della scena, lì dove saranno costretti a votare gli appestati, quelli che il tampone se lo sono fatto e sono risultati positivi: i poveretti e derelitti (anzi, i fessi) che arriveranno in macchina, potranno scendere solo per il tempo necessario a depositare il fogliettino con il voto dentro un’urna per poi velocemente risalire in automobile e tornare mestamente a casa. O peggio, nello squallore di un Covid hotel. E allora “col piffero che me lo faccio il tampone”, pensa l’onorevole Qualunquo Qualunqui, che invece vuole sentirsi per una volta importante, desiderato da Berlusconi e persino da Draghi, per poi potersi finalmente godere lo spoglio, quando ci si concentra sulle facce dei candidati, Casini, Casellati, Franceschini, come nella scena del “Divo” di Sorrentino, quando Andreotti viene silurato dai franchi tiratori: “Osservalo bene. E’ il momento che aspetta da tutta la vita. Guardalo bene. Guarda, e impara come si sta al mondo”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.