Il gioco dei tre tavoli

Giorgetti commissaria la sua viceministra Todde. Sulle crisi industiali si cambia

Al Mise sono stati evidenziati in rosso ben 49 tavoli con accanto un punto interrogativo: “Chiusura?”. Sono 49 tavoli che potrebbero essere chiusi ma solo per dire: "Abbiamo abolito le crisi industriali"

Carmelo Caruso

Crisi industriali date per risolte ma in realtà spostate ad altri ministeri, mai chiuse o chiuse ma solo per fallimento. Una lista di 158 tavoli, gestita dalla viceministra Alessandra Todde, si è ridotta a 88. Ma come? Il ministro leghista insedia un gruppo di tecnici

Risolto, chiuso, un successo”. Ma come? In che modo? Davvero? Si racconta questa storia perché è la variante industriale del “balconismo a 5 stelle”, l’abolizione della povertà tramite l’affaccio, l’idea che la complessità si possa superare con un gioco di prestigio o ancora peggio con i comunicati stampa. “Il numero dei tavoli di crisi è sceso da 158 a 98, da 97 a 89, da 89 a 85”. C’è una viceministra dello Sviluppo economico che da inizio legislatura, con i governi Conte I, II e Draghi, si occupa di crisi industriali, con tanto di delega, e che periodicamente dichiara che queste crisi “sono state risolte” senza mai spiegare come le abbia risolte, se le abbia sul serio risolte e cosa intende lei per risolte. E’ la viceministra del M5s, Alessandra Todde, è anche vice di Conte, ed è stata in pratica “commissariata” da una struttura di dieci esperti che ha voluto il suo ministro Giancarlo Giorgetti. La guida Luca Annibaletti, un tecnico, e si è insediata proprio ieri.

 

Ma la notizia non è neppure il commissariamento che pure è la notizia. E’ il metodo che la viceministra ha utilizzato in questi anni e che le ha permesso di definire chiuso ciò che in realtà si chiudeva sì ma con il fallimento dell’azienda, il passaggio del tavolo dal Mise al ministero del Lavoro. In altri casi non si chiudeva per nulla. E’ come la povertà, basta dire che è finita. Ma è finita? L’obiettivo era eliminare dalla lista dei 158 tavoli aperti il maggiore numero possibile. E eliminati lo sono stati, ma alla maniera dei 5s. Con fantasia. Vagliata dalla struttura di crisi, si scopre adesso che la lista accorciata non era altro che una sorta di “gioco dei tre tavoli”. Nell’elenco dei tavoli chiusi, per la vice-vice, ci sarebbero Tosoni, Tecnis, Selcom elettronica. E ha ragione. Si sono chiusi, ma alla lettera. Sono state aziende depennate ma perché  fallite. Ha senso esultare? Ancora. Nella stessa lista sono stati cancellati i tavoli di Air Italy e Blue Panorama. Come è andata? Sono tavoli di crisi che sono transitati altrove, al ministero di Andrea Orlando. Ecco un’Ansa del 9 dicembre che lo spiega bene: “Air Italy, fumata nera, lavoratori verso licenziamento”.

 

Altre due crisi non risolte (ma esibite per trionfi) sono quelle Corden Pharma e Pernigotti. Sono crisi tutt’ora in corso, illusioni dell’ottica. E non è un modo di dire. In questa lista, la “lista Houdini”, c’erano perfino tavoli replicati: un tavolo di crisi veniva riportato due volte. Si tratta di Firema. E’ una crisi ancora aperta. Altra sottrazione dunque ma solo per refuso. Ebbene, al Mise, sono stati evidenziati in rosso ben 49 tavoli con accanto un punto interrogativo: “Chiusura?”. Sono 49 tavoli che potrebbero essere chiusi ma solo per “semantica”, solo perché serve dire: “Vedete? Abbiamo abolito la crisi industriale”. Ma è così che funziona? Perché raccontare questa storia? Perché è stata emanata, e finalmente, una direttiva che stabilisce come si apre una crisi, come si conclude e perché se ne occuperà una struttura che non deve cercare applausi o inseguire un titolo di giornale. Chi  vuole chiudere una crisi industriale, e positivamente, non gareggia infatti  mai a colpi di enfasi e comunicati, ma la chiude come si fa con le porte di casa.

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.