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Scompare il partito unico del no. Il circo mediatico disorientato dalla normalità

L'Italia non è più il paese malato d'Europa

Claudio Cerasa

Pil, vaccini, governo, scienza e cultura. Sorpresa. Il fronte del no a tutto perde ogni giorno pezzi ma di fronte alla nuova stagione italiana c’è un guaio: l’irriformabilità del palinsesto unico dell’allarmismo

Nel caotico dibattito pubblico italiano, c’è un fatto nuovo e improvviso che nessun osservatore sembra essere in grado di maneggiare con sapienza. Il fatto nuovo in realtà è qualcosa in più di una semplice notizia e coincide con una rivoluzione che vede coinvolti diversi ambiti della nostra contemporaneità e che potrebbe essere così sintetizzata: la repentina e provvidenziale scomparsa del partito unico del no.

Fateci caso. Sono un ricordo lontano i No Tav, che non ricordiamo più in quale èra geologica andare a collocare. E sono un ricordo lontano anche altri fronti unici del no con cui, per un certo periodo di tempo, avevamo imparato a familiarizzare. Sono scomparsi i No Tap (la spiaggia dove passa la Tap è oggi una delle più pulite d’Italia). Sono scomparsi i No Ilva (l’idea di trasformarla in un parco giochi è stata decisamente accantonata). Sono scomparsi i No Ogm (ad aver chiesto all’Europa di cambiare le norme ostili all’introduzione degli Ogm sono stati addirittura i ministri del Conte 1). Sono scomparsi persino i No euro (che oggi però si sono drammaticamente riciclati come virologi). Sono scomparsi i No Europa (secondo un sondaggio Ipsos di due settimane fa, gli italiani che vedono come un grave errore l’uscita dall’Unione europea sono al 71 per cento, tre punti percentuali in più rispetto al 2019).

   

E in fondo sono scomparsi anche i No vax (e considerando il fatto che tre anni e mezzo fa l’Italia è stata guidata da un governo più No vax che Sì vax oggi è un miracolo avere quasi il 90 per cento degli italiani vaccinabili già vaccinato). La controrivoluzione italiana non è detto che durerà in eterno. Ma il dato interessante è che l’improvvisa normalità che sta travolgendo l’Italia ha colto alla sprovvista un pezzo non irrilevante del nostro circo mediatico, che in questa nuova stagione sembra avere una certa difficoltà a uscire fuori dall’epoca delle risse, dell’allarmismo, del catastrofismo, del pessimismo, del disfattismo, dalla polarizzazione sistematica, e a governare una fase in cui le notizie principali spesso non sono necessariamente quelle negative.

 

Naturalmente, non si tratta di voler nascondere i problemi che ci sono nel nostro paese ma si tratta di riuscire a trovare un modo originale per mettere a fuoco l’assedio costante nella nostra realtà di un fatto imprevedibile chiamato normalità.

 

Una normalità all’interno della quale l’Italia, incredibile a dirsi, non è più il paese malato d’Europa, ma è al contrario un paese che sotto molti aspetti sembra passarsela meglio di molti altri. È il paese dove la curva dei contagi ha cominciato a salire più in ritardo rispetto a molti altri paesi d’Europa. È il paese dove l’estensione del green pass ai luoghi di lavoro, fatta propria ieri anche dal governo federale tedesco, è stata prevista prima di ogni altro paese al mondo. È il paese dove la crescita economica nell’anno in corso, più 6,2 per cento contro una media europea del più 5 per cento, ha raggiunto  numeri da record. È il paese dove la crescita della Borsa, con un indice FtseMib ai massimi dal 2008 e con un listino milanese che ha fatto segnare un balzo del 25 per cento rispetto all’inizio dell’anno, permette all’Italia di guardare dall’alto gran parte delle borse europee. È il paese, tra i grandi d’Europa, dove i giovani tra i 18 e i 24 anni sono tra i più vaccinati (79,2 per cento).

E, al netto dei capricci pre quirinalizi, l’Italia, che ha finora resistito bene anche al revisionismo della cancel culture e al moralismo degli integralismi del MeToo, è anche il paese che si ritrova ad affrontare la quarta ondata forse nelle condizioni migliori possibili: con uno dei tassi di vaccinazione più alti del mondo, con la maggioranza di governo più trasversale d’Europa, con uno dei leader più autorevoli del continente. Quel leader si chiama Draghi. E l’elemento su cui varrebbe la pena riflettere è se nel laboratorio della nuova normalità europea Mario Draghi è più il motore o è più  l’espressione di una trasformazione che c’è, ma che nessuno o quasi, in un palinsesto ostaggio del pessimismo e dell’allarmismo, riesce ancora a tradurre in un racconto realistico di un’Italia che cambia. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.