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Il racconto

Salvini a Giorgetti: "Gli applausi di Calenda e Di Maio ti piacciono?". E il ministro chiede scusa

Anche Zaia si schiera a sorpresa con il capo: "Siamo qui grazie a Matteo, è lui che prende i voti"

Simone Canettieri

Nel consiglio federale il segretario va all'attacco del vice: "Fai un favore alla sinistra". La replica: "Ho paura che succeda quanto accade in Francia con la Le Pen: così non andremo al governo"

“Io li chiuderei in una stanza. Da soli, per un bel po’”. Chi? “Come chi? Matteo e Giancarlo”, dice Andrea Crippa, vicesegretario della Lega, poco prima che il consiglio federale del Carroccio abbia inizio. Va bene, ma lei è rampante, con chi sta? “Con la Lega”. L’appuntamento non è in Via Bellerio a Milano, ma tra i vicoli di Roma, alla Camera, nella sala Salvadori. Ci sono, in presenza, tutti i protagonisti che ci interessano: Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. Il capo, sbertucciato dal suo vice, parla 50 minuti. Morde il ministro dello Sviluppo economico che ha osato delegittimarlo: “Sono amareggiato, non arrabbiato. Pretendo lealtà, silenzio e compattezza”.  Ecco, Giorgetti che prende la parola dopo Salvini, “chiede scusa”. 

 
Possibile dunque che siamo di nuovo al tanto rumore per nulla nel Carroccio? Il Consiglio federale della Lega si trasforma in un enorme gioco delle parti. In cui Salvini dice questa è casa mia “e decido io” e Giorgetti passa da remissivo. Ovviamente non è così, non finirà così. Ma bisogna dare conto di Giorgetti. Il quale nel suo asciutto intervento oltre a chiedere scusa, riconosce che che “nella Lega c’è solo un segretario”. Ma allo stesso tempo G.G. cerca di spiegarsi meglio dopo le polemiche dei giorni scorsi sulla scarsa credibilità internazionale di Salvini. La versione del vicesegretario è la seguente: “Rivendico la strategia europea, perché temo che il palazzo non faccia governare la Lega come succede in Francia”.

  

E così dunque il ministro spiega perché non bisogna più parlare con la Le Pen, ma guardare altrove. Diventare Meryl Streep e chiudere con la mozione Bud Spencer (equivalente forse, a destra, della mitica mozione “A. Nazzari” di Guzzanti-Veltroni: “Il compagno Nazzari è mortoooo!”).

  

Salvini ha preparato questa riunione con dovizia di particolari. Dice che “il Ppe è subalterno alla sinistra e noi siamo alternativi alla sinistra”. In questo minuetto che è molto fatto di scena  il leader sembra uscire forte dallo scontro. Durante il suo intervento chilometrico – stile Fidel – mette lancia aghi contro il suo vice. Ecco i virgolettati salviniani: “Basta mettere in discussione la compattezza e la visione della Lega. Non inseguiamo la sinistra, perché così facendo perdiamo”. In poche parole sta dando a Giorgetti del mezzo compagno (anzi con la K). Da questa premessa una grande stoccata di Matteo all’ex amico Giancarlo: “Se prendiamo gli applausi di Calenda, Di Maio o Carfagna dovremmo farci qualche domanda”.

  
Il rapporto tra il vice che vuole dare la linea al capo e il capo che si sente calpestato dal vice è compromesso. Lo dicono amici comuni. Quelli di Salvini rinfacciano a Giorgetti una dose di irriconoscenza niente male (“fa il ministro grazie ai voti di Matteo”, dice per esempio l’europarlamentare Massimo Casanova, proprietario del Papeete). Quelli del ministro dello Sviluppo economico raccontano che ormai c’è una differenza di visione tale che vivono da separati in casa. Sembrava che Giorgetti dovesse rimettere la carica da vicesegretario nelle mani del leader, ma alla fine non lo ha fatto. Anche se c’è chi, dal mondo salvinista, fa notare che per statuto la Lombardia non potrebbe avere due vicesegretari (in questo caso Crippa e Giorgetti).  

  

Il clima è quello che è. E visto che a questo consiglio federale guarda con curiosità speculativa anche Giorgia Meloni bisogna limitare i danni. Alla fine parla Luca Zaia, il Doge, rimasto colpito dalle dichiarazioni del Giancarlo. Il governatore del Veneto interviene per terzo. Come a stabilire una gerarchia. E, sorpresa, si schiera con Salvini: “Siamo qui grazia a Matteo: i voti li prende lui e gli va riconosciuta la necessità di condurre battaglie lotta e di governo.  Va tutelata l’identità della Lega, a partire dall’Autonomia”.  Parleranno tutti alla fine o quasi. Vecchi leghisti e  nuovi. La governatrice dell’Umbria Donatella Tesei prima di entrare in questa riunione (molta fiction, i nodi non sono stati sciolti) dice: “Matteo non si discute, ma dobbiamo cambiare un po’ la rotta e iniziare parlare, pensare al Covid, di cose serie e di argomenti che interessano i cittadini. Senza inseguire cose strane”.
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.