l'intervista

Centinaio va a Taiwan

La terza via del leghista: parlare con Pechino e con Taipei

Giulia Pompili

Il sottosegretario all'Agricoltura annuncia al Foglio una missione da membro del governo: "Non ci vedo nulla di male". Ma la Cina potrebbe dissentire

“Andrò a Taiwan”, dice al Foglio Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura, “stiamo programmando una serie di incontri, la missione è in discussione, non ci vedo nulla di male”.  Centinaio, senatore della Lega già ministro dell’Agricoltura e del Turismo durante il primo governo Conte, dice che il viaggio si farà “prossimamente”, e sa che il messaggio sarà molto diverso rispetto all’ultima volta che è stato a Taipei, nel novembre del 2019, insieme a una delegazione di parlamentari leghisti. Questa volta potrebbe essere un sottosegretario ad atterrare a Taipei, un membro del governo, e il viaggio sarebbe visto da Pechino come una provocazione intollerabile. Esiste un precedente: nell’aprile del 1991 il ministro dei Lavori pubblici, il democristiano Giovanni Prandini, giunse a Taiwan per la prima e fino a oggi unica visita di un ministro italiano nell’isola. La Repubblica popolare cinese protestò ferocemente. 


“Ma noi non possiamo pensare che Taiwan ci aiuti quando abbiamo bisogno, quando c’è bisogno di produrre più microchip per fare le automobili o di comprare aziende in difficoltà, e poi però quando c’è da riconoscere la sua autonomia e la sua libertà ci nascondiamo dietro al velo dell’ipocrisia”, dice Centinaio. Parlare di Taiwan, l’isola che la Cina rivendica come proprio territorio ma che è uno stato indipendente de facto, è particolarmente complicato per i membri delle istituzioni, un esercizio linguistico scivolosissimo. “Le ultime elezioni, con l’alto tasso di astensionismo, sono un segnale: credo che la politica, se si vuole davvero riavvicinare alle persone, debba cominciare a essere meno ipocrita”, dice Centinaio, e aggiunge: “Per noi Taiwan è uno stato libero indipendente sovrano che non può subire questo ostracismo da parte della Cina e degli organismi internazionali, che la tengono fuori dalle decisioni solo perché Pechino fa i capricci”. 


Ultimamente in molti stanno riscoprendo l’importanza strategica di Taiwan, anche in chiave anticinese. Mercoledì scorso all’hotel Westin Excelsior di Via Veneto la sala degli eventi era piena. Diplomatici, parlamentari, accademici, giornalisti. Si festeggiava il cosiddetto Doppio Dieci, la festa nazionale della Repubblica di Cina, che celebra l’inizio della rivolta di Wuchang, l’11 ottobre del 1911, e il crollo della Dinastia Qing. Il senatore Lucio Malan, passato di recente da Forza Italia a Fratelli d’Italia, ha fatto gli onori di casa in quanto presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan. Ma c’erano anche Adolfo Urso, presidente del Copasir, Paolo Arrigoni della Lega, il deputato di Italia Viva Marco Di Maio, e poi gli ambasciatori Umberto Vattani e Giulio Terzi di Sant’Agata, molto attivo nella politica anti-cinese. E naturalmente Centinaio. Fino a qualche anno fa era difficile incontrare a certi eventi così tanti rappresentanti delle istituzioni italiane, perché poteva significare anche chiudere al dialogo con la Repubblica popolare. Non ha paura delle ritorsioni cinesi? Pechino ha perfino sanzionato rappresentanti delle istituzioni europee che avevano parlato di Taiwan. E se dovesse succedere a lei? “Me ne farò una ragione. Se un paese non  dovesse darmi più il visto, ci sono altri posti da visitare”, dice Centinaio, “ la considererei semmai una sconfitta per la democrazia.  Dopo il mio ultimo viaggio a Taiwan da parlamentare ho avuto una discussione interessante con l’ambasciatore cinese in Italia”. 


Però il contesto è questo: l’Italia, come la maggior parte dei paesi del mondo, non riconosce la Repubblica di Cina, e in più, due anni fa, quando la Lega era al governo, abbiamo aderito alla Via della Seta: sul processo di riconoscimento formale di Taiwan Centinaio si dice aperto – “Non la vogliamo riconoscere perché c’è un timore reverenziale nei confronti della Cina? Bene, però con gli atti concreti e quotidiani qualcosa si può fare”, dice.  E sulla Via della Seta: “Nel 2019 noi avevamo detto  chiaramente: ‘Benissimo l’accordo, ma…’, e non per fare sempre i Signorno, ma per tenere salda la priorità di fare impresa”. E dopo quel discusso accordo il commercio tra Italia e Cina è migliorato? “Devo dire che i prodotti agroalimentari italiani che hanno l’autorizzazione a entrare in Cina stanno facendo numeri interessanti. So benissimo che l’agroalimentare è solo una parte, ma penso anche al nostro vino, alla promessa che avevo fatto di vendere il riso italiano in Cina e i primi container stanno finalmente arrivano”. Insomma, si torna sempre alle famose arance di Di Maio. “Guardi, quell’accordo sulle arance ha fatto sì che adesso anche Taiwan vuole importare le arance rosse di Sicilia”. E’ la diplomazia degli agrumi. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.