il retroscena

L'agenda lunga di Giorgetti, tra Colle e Bruxelles. "Mai più al governo da impreparati"

Valerio Valentini

I colloqui estivi del ministro in Svizzera. Draghi? "Al Quirinale vorrà andarci, stavolta o la prossima". Il Pd? "Magari saranno loro a stancarsi del premier". La Meloni? "Guadagna consensi, ma poi?". Così il vicesegretario intravede un sentiero più lungo, e predica calma a Salvini

L’unica cosa certa, a vederla dalle vette tra Berna e Lucerna, è che “comunque Mario Draghi al Quirinale vuole andarci”. Frase, quella di Giancarlo Giorgetti, che è ovvia solo in apparenza. Perché agli amici più fidati con cui ha parlato, prendendo congedo dall’afa romana d’inizio agosto e poi rifugiandosi nell’amata Svizzera, cantoni tedeschi, il ministro dello Sviluppo non ha specificato se l’ascesa al Colle del premier dovrà avvenire alla prima occasione utile, e cioè a febbraio 2022, o magari al prossimo giro – che potrebbe essere anche ravvicinato, nell’ipotesi di un Mattarella bis a tempo.

 

E certo, dipendesse dal vicesegretario leghista, la sceneggiatura prediletta sarebbe proprio questa: un plebiscito parlamentare per l’uomo della Bce, e poi le elezioni, “visto che in giro non c’è nessun’altra persona  che possa ottenere la fiducia da una maggioranza tanto anomala – riflette Giorgetti – e immaginare assetti di governo diversi sarebbe arduo”. E però, i colloqui che ha avuto con amici industriali della sua Lombardia, lo hanno messo davanti a un’evidenza: “C’è un clima di fiducia per certi versi irripetibile, e in chi produce ricchezza e lavoro c’è la convinzione che non cinque mesi, ma cinque anni di Draghi ci vorrebbero”, ha confidato il ministro dello Sviluppo. Aggiungendo, forse pensando alla perenne frenesia di Matteo Salvini, che “qui ci vuole la tempra dei maratoneti, e non dei centometristi”.

 

Governo Draghi fino al 2023, dunque? Uno scenario che Giorgetti non esclude: e che, pur profilando un sentiero meno agevole di quanto forse non  auspichino altri leghisti desiderosi della corsa alle urne nella primavera prossima, forse può essere utile a evitare il vero errore che il vicesegretario del Carroccio vuole scongiurare. “Perché abbiamo già sperimentato cosa significa arrivare al governo in modo improvvisato, sia in termini di uomini che di programma”, riflette. E perché la transizione da movimento antisistema a forza di governo possa anche solo pensarsi completa, per Giorgetti bisogna risolvere prima la questione europea. Inutile pensare a un approdo nel Ppe finché Angela Merkel è al potere. “E’ una faccenda anche personale”, si sono sentiti dire gli emissari di Giorgetti a Bruxelles dai colleghi della Cdu, ricordando gli attacchi sguaiati che Salvini ha rivolto alla cancelliera in tempi neppure così remoti.

 

E dunque bisognerà attendere le elezioni tedesche di fine settembre, e poi la lunga gestazione del nuovo governo di Berlino. Solo a quel punto, a ridosso dell’anno nuovo, ci si potrà davvero muovere, provando anche a capire quanto siano reali certe dichiarazioni d’intenti bellicose di dirigenti del Pd secondo cui “se rallenta la pandemia, allora anche il collante di Draghi sarà meno efficace”. E solo a quel punto, peraltro, sarà lecito attendersi, stando anche a quanto si vocifera a Palazzo Chigi, una svolta reale nelle politiche migratorie a livello europeo. Ed è alla luce di questa consapevolezza che le intemerate di Salvini contro Luciana Lamorgese devono apparire un poco velleitarie. Necessarie, certo, per avviare la campagna elettorale che condurrà alle amministrative d’inizio ottobre. Un po’ meno opportune, invece, se dettate da un’ansia che per Salvini e per i suoi consiglieri è sempre vivissima, e che per Giorgetti andrebbe ridimensionata.

 

Perché sì, lo spauracchio di Giorgia Meloni è minaccioso assai. “Ma noi abbiamo fatto una scelta precisa, quando abbiamo deciso di sostenere Draghi. Fratelli d’Italia si ritroverà, sia pure con più consenso di prima, a dover affrontare il nostro stesso problema tra qualche mese”. Iniziarsi, cioè, all’arte del governo. Ma ci sarà tempo. Per ora, per qualche giorno, solo l’aria pura della Svizzera, e qualche tavolata tra amici a base di pizzoccheri.
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.