editoriali

C'è un guaio di libertà sul caso Renzi

Redazione

Spiare le conversazioni di un senatore significa violare la Costituzione

Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, i magistrati della procura di Roma sarebbero in procinto di esaminare il contenuto dei dispositivi elettronici sequestrati al manager Lucio Presta e a suo figlio Niccolò, indagati per finanziamento illecito insieme a Matteo Renzi. I pm cercano le chat e le mail scambiate con Renzi prima della sigla dei contratti da 700 mila euro percepiti dal leader di Italia viva. L’accusa sospetta che questa cifra non fosse giustificata dalle prestazioni professionali ma servisse per elargire a Renzi i soldi necessari ad acquistare la villa dove ora vive con la famiglia. Gli investigatori della Guardia di Finanza hanno copiato il contenuto di tutti i dispositivi (cinque smartphone e cinque fra tablet e computer) sequestrati lo scorso 30 giugno durante la perquisizione nella società dei Presta, contenuto che ora sarà analizzato dai pm proprio per verificare la natura dei rapporti economici.

 

La notizia è stata riportata in maniera sbrigativa, come se si fosse di fronte a un fatto normalissimo. La vicenda, però, sembra essere tutt’altro che normale.

 

Renzi è un senatore della Repubblica e l’articolo 68 della Costituzione impone l’autorizzazione della Camera di appartenenza per sottoporre i membri del Parlamento ad arresti, perquisizioni, intercettazioni di conversazioni o comunicazioni e sequestro di corrispondenza. La Corte costituzionale ha più volte ricordato che l’autorizzazione è necessaria anche quando le conversazioni di un parlamentare sono intercettate in via indiretta (e non casuale), attraverso captazioni su utenze intestate a soggetti terzi.

 

Il caso Renzi-Presta formalmente non riguarda intercettazioni, ma comunicazioni ottenute mediante sequestro. Nella sostanza la questione non cambia: i pm romani hanno sequestrato i dispositivi di soggetti terzi con l’obiettivo di accedere alle conversazioni di un parlamentare. Sembra esserci materiale per la Corte. In gioco non c’è la presunta “impunità” di un senatore, ma la tutela dell’autonomia e dell’indipendenza del Parlamento rispetto a indebite invadenze di altri poteri.