Non solo calcio. In Europa è il momento dell'Italia

Claudio Cerasa

Gli astri che si allineano, il modello politico, la centralità del paese, l'agenda Draghi. E molto altro. Oltre il pallone c'è molto di più (con abbracci a Travaglio)

Europei e un po’ rigoristi: perfetto, no? Giorgio Chiellini, capitano della Nazionale campione d’Europa, domenica sera, subito dopo la vittoria contro l’Inghilterra, ha detto che nel corso di questi Europei c’era “qualcosa di magico nell’aria che ha permesso a questo gruppo speciale di regalare un’emozione incredibile a tutto il paese”. Chiellini, che Dio lo benedica, ha perfettamente ragione ed è difficile negare quello che molti di noi hanno visto in queste settimane: più l’Italia giocava e più era chiaro a tutti, tranne forse a Marco Travaglio, che la squadra costruita da Roberto Mancini sarebbe stata capace di tirar fuori in qualsiasi momento, con un qualsiasi giocatore e contro qualsiasi squadra, un qualche coniglio dal cilindro. Le sensazioni per così dire magiche offerte dalla Nazionale non hanno naturalmente alcun tipo di legame con il contesto politico del nostro paese (non vi diremo dove era l’Italia nel 2018 ai tempi del governo gialloverde) ma presentano un unico e interessante elemento di simmetria che permette oggi di mescolare due mondi difficilmente mescolabili: l’incredibile momento di ottimismo vissuto dall’Italia e la sua non scontata centralità in Europa. Sul fronte calcistico c’è poco da dire e quel che c’era da dire lo hanno detto domenica sera i giocatori della Nazionale a Wembley. 


Sul fronte non calcistico il ragionamento è invece più interessante e lo si può provare a declinare seguendo due direttrici diverse. Una direttrice riguarda l’economia e l’altra riguarda la politica. La direttrice economica ci dice che l’Italia, anche grazie alla regia di Mario Draghi, è riuscita a entrare nella stagione della post emergenza pandemica in una condizione migliore del previsto. Non sappiamo se le previsioni offerte ieri da Coldiretti si realizzeranno – Coldiretti sostiene che nel 2007, nell’anno successivo all’ultima grande vittoria degli Azzurri al campionato mondiale di calcio, il prestigio internazionale assunto dal nostro paese a livello sportivo ha avuto un effetto traino sui prodotti made in Italy pari al 10 per cento in più e qualcosa del genere, dice Coldiretti, potrebbe accadere anche nei prossimi mesi  – ma sappiamo che diverse previsioni fatte negli ultimi tempi sull’Italia si sono rivelate sbagliate non per un eccesso di ottimismo ma per un eccesso di pessimismo. Nel suo rapporto annuale sullo stato del paese, l’Istat, pochi giorni fa, ha parlato di prospettive per l’economia italiana “particolarmente favorevoli”, confermate dalla “decisa ripresa della fiducia di imprese e consumatori”. La Commissione europea, ancora qualche giorno fa, ha rivisto al rialzo le stime di crescita dell’Italia, arrivando a un + 5 per cento nel 2021 (si partiva da un +4,2) e ha notato che “il miglioramento della situazione sanitaria” pone le basi “per un’espansione solida e sostenuta”. Secondo Prometeia, la crescita del pil italiano nel 2021 raggiungerà addirittura il +5,3 per cento, un dato rivisto al rialzo rispetto al +4,7 previsto a marzo che si trova al di sopra del tasso di crescita atteso per l’Eurozona nel 2021 (4,3 per cento).  A maggio il cosiddetto indice Pmi, indice che misura lo stato di salute della manifattura, è balzato a 53,1, al massimo da marzo 2019, e ad aprile l’export italiano ha continuato a crescere a un ritmo superiore rispetto a quello della Germania (+2,8 per cento rispetto a febbraio 2020). 


La seconda direttrice interessante da considerare, dopo quella economica, è invece quella politica e da questo punto di vista il momento italiano è persino più evidente. L’Italia, spiace per Travaglio, in questo momento, in Europa, è un piccolo modello di stabilità e di visione. Lo è per la capacità mostrata in questi anni di produrre anticorpi per governare il populismo. Lo è per la capacità mostrata in questi mesi di mettere da parte – quando necessario – le divisioni politiche per provare a riorganizzare il futuro. Lo è per il ruolo cruciale assunto all’interno della stagione della condivisione dei debiti dell’Europa (il 27 per cento delle risorse del Next Generation Eu finirà all’Italia: il passaggio da Recovery a Eurobond passa anche da noi). Lo è per la centralità avuta in questi mesi dal premier Draghi in Europa, complice l’autorevolezza del capo del governo e complice anche la fase di transizione attraversata dalla Germania, al voto a ottobre, e dalla Francia, al voto in primavera. E lo è infine per via di una finestra di opportunità che ingolosisce inevitabilmente tutti coloro che in questi mesi stanno pensando di scommettere sul domani del nostro paese: la prospettiva di un paese che per i prossimi sei anni ha stretto un patto di ferro con l’Europa per riformare se stesso (niente soldi senza riforme) e la prospettiva che a vigilare su questo patto di ferro possa essere ancora a lungo Mario Draghi (magari non per un breve periodo, fino a fine legislatura, ma per un periodo più lungo, che potrebbe coincidere con i sette anni che dovrà passare al Quirinale il successore di Sergio Mattarella). In queste ore, diversi osservatori stanno paragonando la fase attuale vissuta dall’Italia con quella vissuta dal nostro paese nel 2006, dopo i mondiali vinti a Berlino. Ma il paragone giusto da fare è forse quello con la stagione apertasi dopo un’altra competizione internazionale vinta dall’Italia, quella dei Mondiali del 1982, dopo i quali l’Italia non solo calcistica si riscoprì improvvisamente compatta e riuscì a poco a poco a lasciarsi alle spalle gli anni osceni del terrorismo per proiettarsi in un decennio di crescita e benessere. E per farlo, in fondo, oggi, al nostro paese servono le stesse cose che hanno permesso alla Nazionale di trionfare a Wembley. Europei eun po’ rigoristi: perfetto, no?
 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.