Ottobre 2019, il Cav. e Salvini contro il Conte bis. La “federazione” di centrodestra “è un’idea berlusconiana di un paio di anni fa”

girotondo di opinioni

Un popolo di federatori. Tutti pazzi per il centro: ecco perché

Annalisa Chirico

Il polo da riunire, il leader moderato, l’addio al giustizialismo. L’effetto Draghi sull’ultima tendenza. Un girotondo

Il centro sembra aver ritrovato una inusitata “centralità” nella politica italiana, o almeno così pare. Secondo qualcuno, sarebbe un effetto del governo Draghi. Tutti pazzi per il centro, insomma: Matteo Salvini sogna di federare il centrodestra, il M5s incorona il mite Giuseppe Conte suo líder  máximo, Luigi Di Maio si cosparge il capo di cenere per il giustizialismo del passato e nel futuro chissà. Per molti il centro somiglia a un’oasi ricoperta di flora lussureggiante dove, presto o tardi, sarà possibile ricongiungersi con orde di elettori orfani del berlusconismo. Ma le cose stanno esattamente così?

 

“I movimenti verso il centro sono un passaggio obbligato: servono a celare l’assoluto vuoto di idee dei protagonisti in campo, gente che non ha alternative. O guardano al centro o scompaiono”, parla così al Foglio il professore Massimo Cacciari. “I Cinque stelle non hanno altra possibilità di sopravvivenza se non quella di affidarsi a Conte. L’epoca dominata dal duo Casaleggio-Grillo è giunta al capolinea. La domanda è come si possa mantenere un grammo di credibilità passando da Grillo a Conte, il resto sono chiacchiere. Salvini deve sopravvivere all’assalto di Giorgia Meloni, perciò gli tocca appoggiarsi all’area di Forza Italia. Sia lui che lei hanno compreso che devono abbandonare certi toni e certi elementi del loro discorso, hanno capito che con nazionalismi, giustizialismi e vaffanculo non potranno mai governare un paese come l’Italia. Dopodiché viene da chiedersi come si possa passare dal bloccare orgogliosamente le navi cariche di migranti in alto mare a vestire i panni dell’europeista convinto… ma questa è un’altra storia. Io giudico tali processi positivamente perché, a prescindere dalle intenzioni e dai moti d’animo dei soggetti coinvolti, dico meglio così che con Grillo demagogo, meglio così che con il Salvini del Papeete. Dobbiamo saperci accontentare in questo paese”.

  
La domanda è se il leader della Lega riuscirà davvero a federare i due partiti. “Non ha alternative: di questo passo FdI s’imporrà come maggiore partito del centrodestra con Meloni candidata premier alle prossime elezioni. A me francamente non fanno paura né l’uno né l’altra. Non vedo il pericolo della destra al governo: non siamo né nel 1922 né nel 1936. Quelle sono state grandi tragedie, queste non sono neanche farse”. Secondo lei, il fascino del centro è un effetto del governo Draghi? “Macché, l’insediamento di Draghi a Palazzo Chigi è solo la conferma definitiva che i populismi non possono governare l’Italia e non la governeranno mai. Sono dieci anni che i presidenti della Repubblica dicono ai partiti: guardate che così non si può governare, e poi nominano il Cincinnato di turno. Draghi ha sancito questa tendenza”. 

 
Che giudizio dà del governo? “Ha indubbiamente dei meriti. Sta correggendo il paternalismo sanitario scatenato del governo precedente, ha imposto il criterio del rischio ragionato, una cosa sacrosanta. E poi la campagna di vaccinazione ha raggiunto il ritmo sperato. Nella fase attuale Draghi è la soluzione migliore”. Si andrà avanti fino al 2023? “Dipenderà dalla disponibilità del presidente Sergio Mattarella. In assenza di un secondo mandato per l’attuale capo dello stato, reputo inverosimile che i partiti siano in grado di individuare una figura diversa  da Mario Draghi”. 

 
In Parlamento c’è poca voglia di andare a votare… “Io penso che votare il prossimo anno potrebbe innescare un processo virtuoso: in primavera il Parlamento potrebbe eleggere Draghi al Quirinale creando una larga base di intesa su cui costruire una campagna elettorale tra forze politiche che si rispettano. Sarebbe un’ottima soluzione”. 

 
Non abbiamo mai citato la sinistra: tra ius soli e imposta di successione, il segretario del Pd Enrico Letta sembra puntare sui temi identitari. E’ così? “Letta cerca di darsi un’identità, di tirar fuori degli slogan, dei ballon d’essai, che abbiano un vago sapore di centrosinistra ulivista. Si intenderà certamente con Conte e i due procederanno faticosamente, con stop and go, verso un’alleanza. Non hanno altra scelta se vogliono tentare di essere competitivi. Dovranno giocare insieme: muoversi divisi per colpire uniti”. 

 

Per il vicedirettore di La Repubblica Francesco Bei il movimento verso il centro ha molto a che fare con il governo Draghi: “I processi che osserviamo nella politica italiana sono legati  al governo di unità nazionale. Se entro tre mesi si aprirà una crisi di governo in séguito, per esempio, al venir meno del sostegno dei Cinque stelle, magari sul tema della giustizia, tali processi si arresteranno. Tuttavia le cose più interessanti stanno accadendo a destra”. Si riferisce alla mossa di Salvini aspirante federatore? “In realtà tutto parte da Silvio Berlusconi: fu il fondatore di Forza Italia a proporre per primo, un paio di anni or sono, la federazione del centrodestra. Adesso siamo al tramonto del berlusconismo. Berlusconi non è un politico, Berlusconi è tutto: dentro la sua storia c’è l’Italia. La mossa di Salvini desta curiosità anche se, a mio giudizio, resta un’operazione di camaleontismo. Certamente il leader della Lega sta dando prova di maturazione politica, tiene con FI un dialogo sempre più stretto, ha smesso di giocare a nascondino con Draghi ed è passato dal sostegno a singhiozzo al tentativo di appropriarsi del governo Draghi. I referendum sulla giustizia con i Radicali sono un’altra scelta azzeccatissima. Rimane però un margine di ambiguità sconcertante per quanto riguarda i rapporti europei che sono forse la cosa più importante per chi aspira a governare l’Italia. Se i tuoi principali amici sono Le Pen e Orbán, non potrai mai governare il nostro paese. Né puoi pensare di avere qualche credibilità se i tuoi principali consiglieri in materia economica sono personaggi à la Borghi e Bagnai che fanno quotidiana propaganda anti euro e strizzano l’occhio alla pancia no vax di una parte dell’elettorato leghista. Questi comportamenti vanno in controtendenza rispetto alla marcia di un centrodestra liberale, conservatore, europeo”.

  
Insomma, lei dice: è il solito Salvini camaleontico. “Io dico che quando una svolta politica è vera costa fratture, porta con sé un prezzo. Pensate ai Cinque stelle: loro hanno compiuto una svolta, il sostegno al governo Draghi ha comportato una frattura lacerante e una scissione. Salvini invece vuole essere maggioranza e opposizione, di lotta e di governo. Se la Lega vuole contendere al Pd il titolo di ‘partito di Draghi’, la sua classe dirigente deve essere coerente con questo disegno. Al momento non lo è”. 

   
Nel progetto federativo quanto pesa la competizione con la leader di FdI Giorgia Meloni? “Pesa, certo. Salvini sa che accreditandosi come leader del centrodestra di governo peserà maggiormente anche nelle urne. La competizione con FdI è interessante anche sul piano della classe dirigente. Nella Lega ci sono figure come Giorgetti e Zaia, personalità moderate con un radicamento forte nel nord produttivo. Su chi può contare Fratelli d’Italia? Qual è la sua classe dirigente? A parte l’innesto di Guido Crosetto, il gruppo di Meloni è costituito dai vecchi camerati del Fronte della Gioventù. Lei è cresciuta nei sondaggi ma la classe dirigente è identica a quando erano al due per cento. Questo per Meloni è un problema. Lei dice: noi abbiamo contro il ‘deep state’ ma un tale discorso suona come un alibi. Meloni dovrebbe porsi il problema della classe dirigente. Paradossalmente Alleanza nazionale, da cui lei proviene, era molto più aperta. Meloni dovrebbe organizzare la sua Fiuggi: in quella occasione Gianfranco Fini indicò una direzione giusta.  A Fiuggi Fini disse: dobbiamo uscire dalla casa del padre. Loro, nella casa del padre, mi sembra che ci siano tornati”. 

 
La mossa di Salvini avrà successo? E soprattutto Salvini, nel 2023, punterà a governare con Meloni o è solo finzione? “E’ una domanda intelligente. Credo che al momento lui si tenga aperta ogni strada, fa parte di un’ambiguità che volutamente non scioglie. Quanto alle possibilità di successo della futura federazione, molto dipenderà dalla legge elettorale: quella attuale comporta una spinta all’unità. Con un proporzionale puro, alle forze politiche converrà correre da soli”. Enrico Letta invece sembra sempre più sensibile alle sirene della sinistra identitaria. “Mi pare una strategia corretta: il segretario del Pd deve riconnettersi con le corde più profonde dell’elettorato di sinistra. Sebbene sul piano della cultura politica Letta sia la figura più in sintonia con Draghi, il Pd non può lasciare ai Cinque stelle l’intera rappresentanza del mondo del lavoro, dei sindacati, la lotta all’evasione fiscale e alla corruzione”. 

 

Secondo il professor Angelo Panebianco, il movimento verso il centro non sarebbe affatto una dinamica comune al sistema politico italiano nella sua interezza. “C’è molta ambiguità, la situazione è indecifrabile. Io vedo la svolta neogauchista del Pd con un segretario, Enrico Letta, che ha deciso di giocarsi la carta à la Corbin rispolverando diverse battaglie identitarie. Probabilmente pensa di uscire sconfitto alle prossime elezioni, tanto vale spostarsi a sinistra”. E del M5s che dice? Luigi Di Maio si è scusato per il giustizialismo del passato. “Non sappiamo quale séguito avrà la svolta ‘garantista’. La presa di posizione del ministro degli Esteri è in conflitto con la ragione sociale del M5s che è nato sullo slogan: tutti ladri, tutti in galera. Bisogna vedere in quanti lo seguiranno. Quando si arriverà alla discussione sulla riforma della giustizia, i Cinque stelle si spaccheranno e, di fronte al rischio di elezioni anticipate, una parte degli eletti grillini vicini a Di Maio potrebbero decidere di convergere sul governo per scongiurare il voto. In ogni caso, io non vedo una spasmodica corsa verso il centro. Aggiungo poi due fatti: il primo riguarda l’intero Occidente dove la sconfitta di Donald Trump ha indebolito gli estremismi a livello globale. La ripresa della Cdu in Germania è un segnale che il vento è cambiato nel centro dell’Occidente, con inevitabili riflessi sulla periferia, Europa inclusa. Il secondo elemento è rappresentato da Mario Draghi: per la prima volta c’è un uomo di valore che non è soltanto un tecnico ma anche un politico. La presenza di Draghi a Palazzo Chigi sta ridefinendo i rapporti politici a livello sistemico”. 

 
Il capogruppo del Ppe Weber, per la prima volta, ha aperto sul possibile ingresso della Lega nel Ppe. Lei come interpreta questo passaggio? “E’ un fatto nuovo che non mi stupisce. Il Ppe, con il ridimensionamento di Cdu e Forza Italia, ha un serio problema di numeri, perciò si ritrova a fare aperture che altrimenti avrebbe evitato. Quanto a Salvini, l’ingresso nel Ppe lo obbligherebbe a compiere scelte nette, ad abbandonare ogni ambiguità sul rapporto con l’Europa e con l’Occidente”. Un commento sulla futuribile “federazione del centrodestra”? “Ogni ragionamento mi pare prematuro. Siamo ancora agli annunci che non hanno effetto sui flussi, aspettiamo i fatti”. 

 

Il condirettore di Libero Pietro Senaldi si sofferma sulla genesi della cosiddetta “federazione” di centrodestra: “E’ un’idea berlusconiana di un paio di anni fa: all’epoca, Salvini era scettico, adesso vuole intestarsi l’iniziativa. La sua scelta di sostenere il governo Draghi si sta rivelando vincente, la Lega aveva bisogno di dismettere il profilo estremista, in questo modo inoltre si viene incontro all’esigenza di Giorgetti e dei governatori sempre più a disagio con la linea cosiddetta ‘sovranista’”. 

 
Il senatore Zanda ha lanciato l’idea di una federazione di centrosinistra “da Bersani a Renzi”. Si va verso un nuovo bipolarismo? “Credo che il quadro si scomporrà ulteriormente. Anche i Cinque stelle potrebbero subire un ulteriore rimescolamento interno. Io non vedo in Conte un vero moderato, credo piuttosto che tenterà un ritorno alle origini per coprirsi a sinistra. Dovrà perciò accentuare il profilo originario dei Cinque stelle e rilanciare le loro battaglie identitarie. Anche noi giornalisti, spesso, siamo vittime di quello che definirei ‘effetto Travaglio’”. In che senso? “Pensiamo che l’intero elettorato grillino sia composto da giustizialisti, manettari e movimentisti. La realtà è diversa: il grillino è fluido, vota perché vuole il reddito di cittadinanza e l’abolizione del vitalizio. Il grillino è un situazionista, un opportunista. Luigi Di Maio ne è la quintessenza”. 

 

Per il direttore del Messaggero Massimo Martinelli “la fusione sotto forma di partito unico o federazione favorirà inevitabilmente Giorgia Meloni. Penso, per esempio, ai forzisti del sud Italia, calabresi pugliesi siciliani, che probabilmente non digeriranno questa decisione. Salvini, dal canto suo, potrà accreditarsi con Draghi come leader indiscusso del centrodestra mettendo anche in conto la propria candidatura a premier alle prossime elezioni politiche. L’idea della federazione, peraltro, è un’idea berlusconiana: Paolo Romani, un paio di anni or sono, annunciò il progetto di Berlusconi nelle vesti di federatore. All’epoca, il Cavaliere attraversava un momento cupo, tra guai giudiziari, la vendita del Milan, i tagli al Giornale… Il momento attuale non è migliore, la parabola è al tramonto, l’uomo è anziano e probabilmente sarebbe lusingato se il suo nome fosse tra i candidati al Quirinale, indipendentemente dalle possibilità effettive di riuscita. Oggi Salvini appoggia questo progetto perché ha fatto i suoi conti: ci sono benefici e costi, se il leader della Lega si è convinto vuol dire che i primi superano i secondi. E’ una scommessa, come molte cose in politica”. 

 
A sinistra che succede? “M5s e Pd devono riacquistare una identità definita per arrivare uniti all’appuntamento del voto, verosimilmente nel 2022. Infatti, a dispetto delle mosse di facciata, noi abbiamo raccontato sul Messaggero i diversi segnali che confermano l’intenzione di Salvini di sganciarsi dalla maggioranza di governo ad agosto, all’inizio del semestre bianco. Tutti i partiti si stanno attrezzando per votare l’anno prossimo. Per alcuni è anche un’opportunità: Meloni, per esempio, non può fare opposizione a vita ma deve andare all’incasso”. Al centro ci sono pure i Calenda, i Renzi, i Toti… “E’ un luogo affollato ma credo che vadano evidenziate alcune differenze. Renzi è un politico usurato, Calenda invece ha un enorme potenziale inespresso, c’è un movimento trasversale che guarda a lui come leader credibile di quell’area politica”. Il segretario del Pd Letta sembra agire in controtendenza: tra ius soli, ddl Zan e tasse di successione rispolvera i cavalli di battaglia della sinistra d’antan. “Non ha alternative: si sposta a sinistra per riacquistare una cifra identitaria, anche in vista della corsa elettorale nel 2022”.

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