Fausto Bertinotti (foto Ansa)

Il colloquio

A Bertinotti non dispiace Letta

Claudio Cerasa

La trasformazione del Pd nel partito di Piketty avrà l’effetto di far piangere i ricchi o i vecchi elettori del Pd? Tasse, economisti anti capitale e svolte politiche. Chiacchierata spigliata con Bertinotti

"Avanti!”. La nostra telefonata con Fausto Bertinotti nasce poco dopo aver letto un tweet carico di significato consegnato qualche giorno fa alla rete dal segretario del Pd Enrico Letta. Sono le 21.30 del 5 giugno e il leader democratico si lascia andare in un urlo liberatorio: “Avanti!”. Scrive Letta: “L’economista Thomas Piketty a ‘Otto e Mezzo’ sostiene a spada tratta la proposta di dote 18 finanziata con tassa di successione per i patrimoni milionari. Bene. Avanti!”. Enrico Letta è uomo di mondo, è un politico colto, è un maestro delle parole e sa bene che l’evocazione di quel nome, Piketty, non è neutra ma indica una precisa direzione di marcia.

In Francia, dove Letta ha vissuto a lungo, Piketty è diventato famoso per il suo libro contro il capitale. E il successo mediatico del saggio ha portato l’economista francese a diventare un guru per le sinistre nemiche di ogni svolta blairiana. Piketty, insieme con Mariana Mazzucato, nel 2015 è stato consulente di Jeremy Corbyn (con i successi che sapete) e successivamente, nel 2016, stavolta senza Mazzucato, è stato anche consulente del leader dei socialisti francesi Benoît Hamon, con il quale il Partito socialista ha raggiunto il picco più basso della sua storia politica (6,4 per cento). Un Piketty che elogia una proposta lanciata dal Pd avrebbe dovuto forse far scattare qualche campanello d’allarme al Pd. E invece Letta, coerentemente, ha scelto di esultare e di trasformare quell’endorsement in un tassello della propria raffinata strategia politica. E dunque, con un po’ di malizia, ci siamo chiesti se la nuova direzione del Pd non piaccia per caso anche a un ex presidente della Camera come Fausto Bertinotti. Il telefono squilla, Bertinotti è di buon umore e sta al gioco. Piketty, la tassa di successione, la battaglia contro la ricchezza. Le piace, presidente? Bertinotti inizia a chiacchierare con un sorriso: “E me lo chiede? Le ricordo che ai tempi della mia Rifondazione alcuni compagni decisero di creare delle affissioni che veicolavano un messaggio forte, forse troppo, ma preciso: anche i ricchi piangano”. Sono tornati i tempi in cui i ricchi devono piangere? “Non la farei così semplice e distinguerei tra la cornice e il contenuto”. Distinguiamo. “Sul contenuto non ho nulla da dire. Aumentare la tassa di successione è un’idea giusta, la condivido, anche  se non condivido del tutto la finalità scelta per usare quei fondi, perché i giovani se li devi aiutare li aiuti o con il lavoro, se ce l’hanno, o con il Reddito di cittadinanza, se il lavoro non ce l’hanno. Ma combattere le diseguaglianze chiedendo ai ricchi di dare di più è un’idea di sinistra che mi trova d’accordo”. Lo stesso vale per Piketty. “Usare il nome di Piketty, di cui condivido le idee, è come usare un bengala: si segnala una svolta, si indica una direzione. Dunque, anche qui, se si guarda il contenuto della cornice non posso dire che questo contenuto mi dispiaccia”.
 

Ma? “Ma è la cornice ciò che conta. E la ragione per cui queste proposte vengono messe in circolo ne pregiudica la bontà”. C’entra il peccato originale? “C’entra la partecipazione a un governo tecnocratico che costringe i partiti a imboccare delle strade a cui non so quanto credano fino in fondo. Il dettaglio non mi pare da poco e a causa di questo elemento dubito che le proposte coraggiose e redistributive possano arrivare al traguardo. Detto questo non sfuggo al tema. E penso che essere entrati in una fase in cui si discuta come dare al fisco un ruolo distributivo e in che modo chiedere un sacrificio a chi ha delle grandi ricchezze sia un passo in avanti. E sia una svolta figlia della stagione che oggi viviamo: un’inversione di tendenza rispetto al passato per portare avanti un riformismo per così dire necessitato, utile a evitare quello che tutti vogliamo evitare, ovvero che la pandemia si possa trasformare in una stagione di recessione irreversibile”. Bertinotti, con un altro sorriso, prova a sintetizzare così il suo pensiero. “Letta ha un merito, senza dubbio: ha messo il Pd su un letto di non continuità con le politiche del passato, penso per esempio anche all’austerity, e ha capito che per riconquistare le popolazioni disilluse dalle svolte recenti della sinistra occorre cambiare qualcosa. Lui l’ha cambiata. Non è la mia politica, anche perché se si vuole colpire la ricchezza non ci si limita a colpire solo un patrimonio molto alto, ma è una politica che, come un bengala, è un segnale. E il segnale va in una direzione nuova. Che, per quanto opportunistica, farei fatica a definire sbagliata”. Provare in alcune occasioni a far sentire a casa anche la vecchia sinistra è certamente un obiettivo molto ambizioso per un partito come il Pd. Il tempo ci dirà se l’arrivo in Italia della sinistra-Piketty avrà l’effetto di far piangere solo i ricchi o anche i vecchi elettori del Pd. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.