Altro che unanimità nella sinistra. Viva le correnti!

Francesco Cundari

Non sono le divisioni che fanno perdere, sono le sconfitte che dividono. Il punto decisivo è sempre su che cosa ci si divide

La liturgia democratica prevede una scansione precisa. Adesso, dopo l’elaborazione del lutto, l’elogio del segretario dimissionario e la deprecazione delle correnti colpevoli di tutti i mali, è il momento in cui il nuovo leader se ne va in giro salutato e omaggiato tra due ali di dirigenti in festa. Adesso è il momento in cui tutti, eletto e grandi elettori, dicono che è ora di finirla con le divisioni, che è questa la tragedia della sinistra, che è venuto il momento dell’unità.

   
Premesso che sono perfettamente d’accordo – nel senso che trovo logico e giusto che lo si dica in tali circostanze, come impongono buon senso e buona educazione – vorrei provare sommessamente a spiegare perché, nel merito, è una scemenza. 

   
La tragedia della sinistra non sono affatto le divisioni. E tutti i libri, gli articoli e le dissertazioni sulla storia del Pci che il centenario ha suscitato, o almeno le tante che hanno sposato questa chiave interpretativa, non mi sembrano convincenti per il passato e sono sicuramente dannose per il futuro. Ma andiamo con ordine.

  
Prima di tutto viene una questione di logica politica, che riguarda, per dir così, la direzione del nesso causale. Per farla breve: non sono le divisioni che fanno perdere, sono le sconfitte che dividono. Dal vincitore non si divide mai quasi nessuno, e quei pochi gli fanno il più delle volte un favore, offrendogli un avversario di comodo, uno sparring partner su cui esercitarsi e con cui intrattenere il pubblico, per dare facili prove di forza e destrezza.

  
C’è poi un elemento di cultura democratica: le divisioni sono il modo para-stalinista in cui ci siamo abituati a demonizzare il pluralismo. Salvo poi pronunciare ipocriti e ridicoli comizietti contro i partiti personali, i partiti del leader e la personalizzazione della politica. 

 
C’è infine un elemento di cultura istituzionale: le correnti stanno ai partiti come i partiti stanno al Parlamento. La cultura del presidenzialismo di fatto e del maggioritario all’italiana ha fatto danni enormi, lo so bene, ciò nonostante credo che ancora oggi un capo di governo che inveisse contro i partiti e si dichiarasse fermamente deciso a non farsi condizionare dai gruppi parlamentari sarebbe allontanato da Palazzo Chigi e messo nelle condizioni di non nuocere (come in fondo è giustamente accaduto all’ultimo che aveva invocato “pieni poteri”, prima della sua benvenuta conversione liberaldemocratica). Eppure, per qualche strana ragione che andrebbe meglio indagata, il leader politico che si proponga esplicitamente di fare altrettanto nel suo partito, invocando pieni poteri e minacciando di sradicare le correnti come la gramigna, gode invece da sempre del plauso generale, ed è anzi incoraggiato da ogni parte a incamminarsi rapidamente su quella strada.

 
Proprio la storia della sinistra, con tutti i suoi guai, mostra però che il punto non è mai stato, né oggi né ieri né l’altro ieri, la divisione interna, nemmeno nella sua forma più estrema, vale a dire la scissione. Il punto decisivo è sempre su che cosa ci si divide.

  
Mi sembra non secondario che uno dei primi a dire qualcosa del genere, come ricorda Paolo Franchi nel suo bel libro “Il Pci e l’eredità di Turati” (La nave di Teseo) sia giusto lui, Filippo Turati, proprio in quel congresso di Livorno che è in fondo un gigantesco processo al correntismo. Là dove, per paradossale che possa sembrare, a guidare la pubblica accusa sono proprio coloro che promuoveranno la scissione. 

  
Le guerre intestine che hanno segnato, sin dai suoi primi passi, la storia del socialismo italiano, osserva Franchi, Turati le ha vissute tutte da protagonista: “Non le considera faide, o espressioni di una congenita, inguaribile rissosità, ma lotte politiche che hanno avuto dei vincitori e dei vinti, e hanno segnato i destini del partito e del movimento”. Per questo le rievoca una a una, dalla battaglia contro il corporativismo, combattuta in nome della necessità di costruire un partito di classe che si ponga l’obiettivo del potere, a quella contro gli anarchici, che culmina nel 1892 nella fondazione del Partito socialista italiano. Dalla battaglia contro il sindacalismo rivoluzionario a quella contro Enrico Ferri e il “ferrismo”, e contro Arturo Labriola e il “labriolismo”.

 
Ebbene, dice Turati dal palco del congresso di Livorno: “Non è da oggi che siamo socialtraditori: lo siamo stati per tutta la nostra vita, lo fummo sempre”. E nel ricordare l’infinita serie delle battaglie interne, così prosegue: “Ebbene amici, l’anarchismo di un tempo fu dissolto, fu spazzato via (...). Il corporativismo fu dissolto, il sindacalismo fu rigettato, il labriolismo andò al potere, il ferrismo fece le capriole che sapete, l’integralismo anche esso sparì, e rimase il nucleo vitale dei socialtraditori, il vile riformismo, il marcio riformismo, per alcuni, il socialismo vero per altri, immortale, invincibile, inesorabile (…)”.

 
Non c’è bisogno di scomodare la dialettica hegeliana per vedere come il senso di tutto il discorso non sia certo una denuncia delle correnti che avrebbero impedito al leader di turno di realizzare i suoi piani. Tutto il contrario. Quella che Turati rievoca è la storia di una battaglia incessante che è il senso stesso della politica e della vita del Partito socialista, la storia di un’evoluzione progressiva di cui si sente al tempo stesso protagonista, vincitore e custode, anche quando finisce in minoranza, attaccato e svillaneggiato da tutti (in forme assai più violente e minacciose di quelle di cui sono soliti lamentarsi i leader di oggi).   
Quello che conta è dunque il merito dello scontro tra le correnti. Non la divisione o anche la scissione in sé, ma dove si colloca la linea di faglia e come si ricompongono le squadre. Vale per le scissioni di questi anni, e vale pure per la scissione di Livorno. 

 
Come ha scritto Giovanni Sabbatucci su Mondoperaio, infatti, anche lì il vero guaio, ciò che davvero rese irrisolvibile la crisi dello Stato liberale e spianò la strada al fascismo, non fu semplicemente la scissione, ma il punto esatto in cui la spaccatura si produsse. Se infatti i comunisti fossero andati con i comunisti e i riformisti con i riformisti, è ragionevole pensare che questi ultimi, deboli tra i delegati del congresso socialista ma forti nel gruppo parlamentare, avrebbero potuto sbloccare la situazione di stallo in cui languiva il Parlamento. Ma a dividere la minoranza comunista guidata da Amadeo Bordiga dalla maggioranza massimalista di Giacinto Menotti Serrati era semplicemente la questione della totale soggezione alle direttive di Mosca anche nella vita interna del partito, a cominciare dall’espulsione dei riformisti, che Serrati non volle accettare. E così, dopo la scissione, i riformisti rimasero prigionieri dentro un Partito socialista non meno radicale e rivoluzionario (almeno a parole) del neonato Partito comunista d’Italia. Dunque, paradossalmente, si può dire che la tragedia della sinistra, e dell’Italia, anche in quel caso, non fu determinata dalla divisione, ma al contrario proprio dallo slancio “unitario” dei massimalisti serratiani. 

 
Questo naturalmente non significa che le divisioni e le lotte intestine siano un bene in sé, o che l’unità sia un male. Significa soltanto che una vera e durevole unità si può costruire solo sulla chiarezza che nasce da una discussione il più possibile libera e sincera. L’unanimismo costruito sopra castelli di ipocrisie, retropensieri e secondi fini, al contrario, non ha mai portato fortuna, tanto meno ai leader che se ne sono fatti promotori.

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