Raffaele Volpi, presidente del Copasir (foto Roberto Monaldo / LaPresse) 

Copasir e non solo. Ecco la zuffa a destra tra Salvini e Meloni

Valerio Valentini

Raffaele Volpi, leghista di scuola democristiana, non vuole lasciare la poltrona. Ma Fratelli d'Italia la reclama per il loro Adolfo Urso. I precedenti, il risiko e la baruffa a destra

A quelli del Pd, che pure una parte in commedia la recitano, quasi non  pare vero, stavolta, di essere spettatori non paganti della zuffa. “Noi per ora attendiamo di capire”, sibila Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato, allargando le braccia. Sa anche lui che poche stanze più in là, negli uffici della presidente Elisabetta Casellati, la delegazione di Fratelli d’Italia sta rivendicando le sue ragioni. “Qui il problema è quello dell’agibilità politica dell’unica forza di opposizione”, dice il leader dei meloniani a Palazzo Madama, Luca Ciriani. “Questioni che riguardano la calendarizzazione delle nostre mozioni, come quella sulla sospensione del cashback, e  il funzionamento di una democrazia parlamentare”. Come a dire, insomma, “che il tema sollevato da noi – prosegue Ciriani – non può essere ridotto solo a una questione di poltrone”.

   
E però anche intorno alle poltrone, comme il faut, ruota questa baruffa a destra. E in particolare intorno a una poltrona: la presidenza del Copasir. Raffaele Volpi, leghista di scuola democristiana, profilo che istituzionale lo è da ben prima che Matteo Salvini decidesse di mondare con la benedizione di Draghi i suoi peccati sovranisti, non vuole lasciarla. Dalla sua ha un precedente, quello di Massimo D’Alema, e anche Roberto Calderoli, gran conoscitore dei regolamenti parlamentari, che appunto a quel precedente s’appella per ribadire che sì, “anche ora che la Lega non è più all’opposizione, la guida del Comitato perlamentare per la Sicurezza della repubblica ci spetta comunque”. Solo che in quel caso, s’impuntano i meloniani che reclamano la presidenza del Copasir per il loro Adolfo Urso, era tutto diverso. “Anzitutto quello di Monti era un governo totalmente tecnico, a differenza di questo di Draghi”, argomenta Ignazio La Russa. “Inoltre, qui c’è una legge dello stato che assegna la presidenza del Copasir all’opposizione”, prosegue, squadernando tutta una serie di pareri di esimi costituzionalisti, “anche lontanissimi dal nostro partito”, che gli danno ragione. E insomma la questione, in punto di diritto, sarebbe lunga e complessa da dirimere.

    
Così Calderoli, callido come al solito, s’è andato a ripescare la lettera che gli allora presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, firmarono all’arrivo di Monti a Palazzo Chigi, per confermare D’Alema nonostante il cambio di maggioranza. E ha indicato la via: “Dobbiamo fare la stessa cosa”. E Roberto Fico, che con Volpi ha avuto modo di confrontarsi nei giorni scorsi, non avrebbe, pare, nulla in contrario alla riconferma del leghista: c’entrano, si dice, le pressioni in tal senso del Pd e del M5s, che facendo un favore al Carroccio contano di vedersi ricompensati in una delle molte nomine di sottogoverno alle viste. Il problema è che a tentennare è invece la Casellati: che prende tempo, asseconda le rimostranze di La Russa, annuisce quando lo stesso Schifani le ricorda che sì, lui acconsentì alla riconferma di D’Alema, ma in quel caso ci fu l’unanimità di tutti i gruppi, compresa quella Lega che all’epoca, come ora FdI, era l’unica forza d’opposizione al governissimo.

 

E così quando ieri si è saputo dell’incontro tra i meloniani e la presidente del Senato, dalla Lega sono insorti: “Se FI asseconda la teoria del ricambio delle presidenze, allora parte il risiko”. Perché in effetti consuetudine vuole che anche la commissione di Vigilanza Rai guidata ora dall’azzurro Alberto Barachini, venga assegnata all’opposizione. E con  le giunte per il regolamento, su cui vale la stessa prassi, come la mettiamo? Maurizio Gasparri, che presiede quella per le Elezoni e le Immunità parlamentari (decide insomma su decadenze e autorizzazioni a procedere, comprese quelle sui processi a Salvini), chiamato in causa mette subito le mani avanti, come quelli che la sanno lunga: “Posso portargli un plico alto così”, dice, “di precedenti analoghi. E poi - attacca - se per la Lega dobbiamo ridiscutere gli equilibri parlamentari, allora discutiamo anche della presidenza delle commissioni ordinarie, assegnate sulla base di un rapporto tra maggioranza e opposizione del tutto stravolto dal nuovo assetto”.

  
Insomma, un ginepraio. Con Volpi che rivendica il suo peso, lui che nel governo gialloverde era il vice di Elisabetta Trenta alla Difesa, e che stavolta si è visto escluso dal valzer ministeriale proprio in virtù del fatto che lui un posto al sole già ce l’aveva (“Non ti tocca nessuno”, gli aveva garantito Salvini), e ora sente giustamente la terra tremargli sotto i piedi. S’era pensato per lui, ed era già un ripiego, a una candidatura come vicepresidente della Camera. Ma lo stallo sul Copasir s’è prolungato al punto tale che ieri quella casella se l’è accaparrata Forza Italia, con Andrea Mandelli eletto come sostituto di quella Mara Carfagna nel frattempo andata a dirigere il ministro del Sud. E allora quelli di FdI malignano, mugugnano. “Io questa bulimia di potere dei leghisti non la comprendo”, s’è sfogato La Russa coi colleghi, confessando di aver detto ai leghisti che la questione s’è ormai a tal punto cementificata che è bene che Salvini ne parli a Giorgia Meloni. E pare, però, che i due non si siano ancora sentiti, al riguardo.

  

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.