(foto Ansa)

Viva le misure Dragoniane

Claudio Cerasa

La discontinuità di Draghi passa dal nuovo approccio sui lockdown (prima del picco), da un nuovo algoritmo (sì ai dpcm), da una news a Chigi (cercasi Fauci). Oltre le intese c’è di più (e occhio a Lufthansa)

Nelle prossime ore, il governo delle larghissime intese guidato dal presidente del Consiglio Mario Draghi scoprirà in modo non sappiamo quanto traumatico che avere una maggioranza molto ampia non è una garanzia sufficiente per governare in nome dell’unanimità. I principali partiti che hanno offerto il proprio voto di fiducia al governo non si divideranno probabilmente sui temi legati al piano sul Recovery, non si divideranno probabilmente sui temi legati alla riforma della giustizia civile, non si divideranno probabilmente sui temi legati alla maggiore efficienza richiesta alla Pubblica amministrazione, non si divideranno probabilmente sui temi legati alla maggiore attenzione dedicata alla scuola, non si divideranno probabilmente sui temi legati alla velocizzazione del piano sui vaccini, ma si divideranno invece in modo forse neppure troppo pacifico quando il governo Draghi si ritroverà a fare i conti con cinque temi sui quali l’unanimità potrebbe essere tutto tranne che scontata.

 

Alcuni riguardano il fronte economico, e sono i temi sui quali non a caso Draghi è stato più evasivo nel corso dei suoi primi discorsi da premier, mentre un altro tema, se possibile più delicato e più decisivo, riguarda il fronte sanitario, sul quale la linea di condotta del nuovo presidente del Consiglio sembra essere dettata da una volontà che per qualcuno potrebbe rivelarsi sorprendente e non scontata: non la volontà di riaprire il più in fretta possibile quello che si può (come vorrebbe probabilmente il partito guidato da Matteo Salvini e forse anche quello guidato da Matteo Renzi) ma di chiudere il più in fretta possibile quello che si deve.

 

Le prime scelte di Mario Draghi (le tracce di decisionismo si intuiscono anche dai dettagli: quando si convocano i consigli dei ministri a tarda sera lo si fa perché si vuole mediare, quando si convocano i consigli dei ministri di mattina lo si fa perché si vuole decidere) indicano una volontà tutt’altro che aperturista da parte del presidente del Consiglio e le prime mosse del governo offrono già da oggi alcuni indizi sul fatto che sulle chiusure il governo Draghi sarà discontinuo rispetto al governo Conte non perché spinto dalla volontà, come vorrebbe qualcuno, di mettere la tutela dell’economia su un podio più alto rispetto alla tutela della salute ma perché spinto dalla volontà di essere se possibile ancora più duro rispetto alla linea di condotta adottata dal governo precedente.

 

Succede così che, anche a costo di scatenare l’ira dei gestori degli impianti sciistici, il governo Draghi sia quello che sceglie di chiudere dall’oggi al domani le piste da sci. Succede così, anche a costo di far borbottare il partito del pil, che il governo Draghi, decisione di ieri, sia quello che decide di approvare lo stop agli spostamenti fra le regioni fino al prossimo 27 marzo. Succede così, anche a costo di far borbottare il partito dei virologi non catastrofisti, che il governo Draghi, altra decisione di ieri, sia quello che decide di limitare ancora di più gli spazi di libertà nelle zone rosse vietando gli spostamenti in queste aree verso le abitazioni private (e a proposito di libertà: chissà cosa diranno i giuristi irritati con Conte per via dei suoi dpcm quando scopriranno che i dpcm li utilizzerà anche Draghi). E succede così che il governo Draghi, seguendo in questo lo stesso approccio europeo adottato nelle ultime settimane dalla Germania di Angela Merkel, sia sul punto di cambiare atteggiamento nella gestione della pandemia su un punto fondamentale: intervenire non quando il picco si manifesta, ma prima che questo venga recepito dal sismografo della pandemia.

 

Se si guarda la fotografia degli ultimi giorni, nel rapporto tra numero di contagiati e numero di morti rispetto alla popolazione, si scoprirà che l’Italia, in questo preciso momento, è uno dei paesi in Europa che, a eccezione di alcune province, hanno un tasso di incidenza tutto sommato contenuto relativamente a infezioni e decessi. Eppure il documento fatto avere poche ore fa a Draghi dal ministro Roberto Speranza è un documento che allarma non per quello che succede oggi ma per quello che potrebbe succedere domani e che potrebbe non essere registrato dagli algoritmi che l’Italia ha costruito monitorando l’andamento originario del virus. Con le varianti arrivate in Italia in un numero purtroppo significativo (a oggi un caso su cinque di contagi è un caso che ha come ceppo la variante inglese) e con la presa d’atto (sono dati degli esperti del ministero della Salute) che la variante inglese contagia a una velocità superiore del 39 per cento rispetto a quella originaria il punto che a molti sembra sfuggire è che il governo Draghi sembra essere intenzionato a chiudere ciò che si può chiudere non per curare un problema ma per prevenirlo. E dunque, è questa l’ipotesi che potrebbe prendere corpo già prima di questo fine settimana, quando Draghi potrebbe anche aver già nominato a Palazzo Chigi un consigliere per le politiche sanitarie che avrà lo stesso ruolo avuto negli Stati Uniti dal dottor Fauci (quel volto potrebbe essere il professor Giuseppe Remuzzi, dell’Istituto Mario Negri, che da mesi suggerisce di fare quello che oggi suggerisce di fare anche Lancet, ovverosia ritardare di qualche mese la seconda dose per i vaccinati in modo da avere al più presto il numero più alto possibile di vaccinati con la prima dose), meglio colorare di arancione tutta l’Italia per almeno tre settimane, chiudendo i ristoranti e i negozi per il tempo necessario e salvaguardando invece le scuole, piuttosto che arrivare a metà marzo, quando è previsto il nuovo picco dei contagi, con il fiato corto e con una situazione di caos tale da rendere più difficile la vaccinazione di massa e da rendere più difficile quello che è il vero programma del governo Draghi: cancellare i colori delle regioni e riaprire tutto un secondo dopo la vaccinazione di massa di tutti gli over 65 (cosa che secondo i piani di Roberto Speranza dovrebbe verificarsi, al più tardi, entro la fine di questa estate).

 

Le divisioni e la non unanimità potrebbero dunque maturare presto sul campo sanitario ma le stesse divisioni potrebbero poi maturare quando Draghi si ritroverà costretto a compiere quattro scelte importanti e non meno divisive: che fare con Ilva, che fare con Alitalia, che fare con Atlantia, che fare con la rete unica. Quattro decisioni importanti non solo per capire quale sarà il futuro dell’Italia ma anche per capire quale sarà davvero l’approccio che il governo Draghi avrà su un tema questo sì messo a fuoco dal nuovo premier nel suo discorso d’esordio: il giusto perimetro dell’intervento dello stato in economia. E dunque, che farà Draghi? Su Ilva, sarà difficile che lo stato non continui a fare ciò che aveva iniziato a fare negli scorsi mesi (stato imprenditore). Su Atlantia è difficile che lo stato non arrivi al punto di trovare una strategia di mercato per far passare il pacchetto di azioni che ha oggi Benetton nelle mani di Cdp (sarà interessante capire qual è il confine giusto tra cessione ed esproprio).

 

Sulla banda larga difficile che vada in porto il progetto di aggregazione tra Tim e Open Fiber (ma a quel punto Draghi dovrà chiedersi se non sia una pazzia avere una Cdp impegnata in entrambi i conti). Mentre su Alitalia la scelta che potrebbe creare maggiori malumori a un pezzo di maggioranza (specie quella più sovranista e più schiava dei sindacati) è la scelta che sembra avere in testa il presidente del Consiglio: far svolgere allo stato non il ruolo di assistente sociale della compagnia area ma far svolgere allo stato il ruolo di advisor di fatto per agevolare la vendita della maggioranza di Alitalia a quello che sembra essere da tempo il suo partner naturale, ovvero Lufthansa. La luna di miele di Draghi con i partiti che lo sostengono potrebbe finire presto e potrebbe finire proprio nel momento in cui i partiti che sostengono questo governo capiranno che differenza c’è tra un premier che media e uno che decide e che cosa significa per l’Italia avere a che fare con un paese che sceglie di mettersi nelle mani di un premier deciso a governare il paese a suon di splendide misure dragoniane. E’ ora dei fatti. E’ ora di agire.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.