L'appello

Il Conte-Sturzo: "Ai volenterosi e disponibili". E ha cambiato foto su Whatsapp

Entra ufficialmente in politica. Da adesso non è più solo "l'avvocato professore Giuseppe Conte"

Carmelo Caruso

Offre assegni, ministeri, cerca le forze che possano appoggiarlo, ma non cita mai Renzi. Eppure è grazie a lui che Giuseppe Conte è uscito dalla tana dell'ambiguità. Pronto a rimettere la delega ai servizi ma per affidarla a un fedelissimo

Nel giorno in cui volevano portargli via tutto ha offerto di tutto. Ha aperto alle opposizioni, si è rivolto alla coscienza “dei singoli parlamentari, in particolar modo a quelli di anima socialista”. Chi può ancora chiamarlo “il professore, avvocato” Giuseppe Conte?

 

Ieri è entrato in politica. Sul suo profilo Whatsapp ha perfino cambiato fotografia. Ha  inserito quella di John Fitzgerald Kennedy. E ha promesso una nuova legge proporzionale, garantito che tutelerà le autonomie, ricordato che c’è il ministero dell’Agricoltura da assegnare, annunciato un prossimo assegno unico per ogni figlio. Chiama alla battaglia i “volenterosi” e i “disponibili”. Renzi non lo vuole più vedere.


Solo per lui, per avere un posto in tribuna stampa, hanno gareggiato i giornalisti: “Entro io! No, tu no. Rispettate il distanziamento”. Quanto era distante Conte dai suoi ministri? Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro si riscaldavano con il loro fiato anche se protetto dalla mascherina. Per un momento, tutti e tre, hanno guardato Dario Franceschini. Cosa pensava il ministro della Cultura?

 

Quando Conte si è alzato in piedi erano le 12.12. La voce questa volta ha inciampato. Teneva il microfono con la mano destra. Con la sinistra stringeva i fogli che agitava. Ha detto: “Ancora oggi, dopo più di un anno, a riguardare quei ventinove punti programmatici, ravviso che nel progetto di paese che abbiamo condiviso, c’era visione. C’era una forte spinta ideale. C’era un chiaro investimento di fiducia”. Si è rifugiato dietro alla sapienza del premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman (“che ha riconosciuto i nostri sforzi”). Non era pentito di quanto stava per fare. Era solo un uomo consumato. Uno che si crede ormai un busto della Repubblica.

 

Nel giorno dell’anniversario dell’appello di Don Luigi Sturzo ai “liberi e forti” è arrivato il suo. I parlamentari del M5s come Luigi Iovino, l’uomo di cui Luigi Di Maio più si fida, garantiva che per “noi c’è solo Conte”. Ma un altro collega, poco vicino da lui, sussurrava che Conte è “l’altra faccia di Renzi”. Tra i prodotti che Conte ha messo all’asta c’è la delega ai servizi. E’ disponibile a rimetterla, ma alla Camera si dice già che vuole consegnarla a “Mario Turco, un suo uomo. Insomma, la rimette a metà”.

 

Chi sperava che Conte aprisse a Renzi (e molti dal Pd lo desideravano) ha sbagliato. Le dolcezze le ha riservate all’opposizione moderata. Quando ha spiegato la necessità di “ritrovare le ragioni nobili e alte della politica, quelle che ispirano le scelte più autentiche” e che non si accontentava di dare “risposte mediocri”, voleva dire che lui non si accontenta delle scuse.

 

Ha raccontato degli attacchi mediatici “aspri da parte di Italia viva", anzi, “devo dirlo, a volte anche scomposti”. Se Renzi voleva che pronunciasse la parola “crisi”, ebbene Conte lo ha fatto, ma l’ha caricata su di lui.

 

Si doveva liberare del torto (“questa crisi rischia di produrre danni notevoli e non solo perché ha già fatto salire lo spread”) delle “continue pretese”, dei “continui rilanci”. Un ministro parlava di “componente umana e che il Conte che ha ascoltato era un Conte affaticato da Renzi”. E invece se c’è forse un merito di Renzi è proprio questo. Lo ha portato fuori dalla tana delle ambiguità, in un qualche modo ha smascherato le sue ambizioni perché ora “c’è un progetto politico ben preciso” dichiarava Conte.

 

La Lega gli ha urlato “Mastella-Mastella!” ma lui non solo non se ne curava ma li ha anche irrisi come studenti discoli: “Il Sud è forse un argomento che a voi non interessa ma a casa sì”.

 

Ci teneva a informare (in realtà se ne era dimenticato e il Pd gli ha chiesto di rimediare nella replica) di citare la “calorosa e lunga telefonata con il presidente Joe Biden”. Ha già guardato in pratica oltreoceano, ma Conte riusciva a vedere i deputati del Pd? Ammutoliti si interrogavano sul suo azzardo. Pochi minuti dopo il suo intervento c’era già una sedia vuota accanto a lui. Nel pomeriggio, quando Conte ha replicato, Franceschini non c’era.
 

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.