Conte, missione Africa

Valerio Valentini

La commessa militare con l’Egitto, il sostegno alla Guardia costiera libica. Così la maggioranza entra in subbuglio

Roma. Sapendo che su uno dei due fronti qualcosa bisogna cedere, il governo si va convincendo che un segnale, se proprio lo si deve offrire al Parlamento, lo si darà sulla Libia. Troppo strategica, evidentemente, l’altra partita: quella egiziana. Su cui, le analisi di Lorenzo Guerini e di Luigi Di Maio sono sostanzialmente coincidenti: rinunciare alla vendita delle due fregate Fremm al Cairo sarebbe un errore strategico che l’Italia non può permettersi. E non tanto, e non solo, per l’immediata ricaduta economica, per quegli 1,2 miliardi di euro che corrispondono al valore delle due navi costruite da Fincantieri per la nostra Marina. Roba che pure, in tempo di Covid, appare oro colato. La vera posta in palio, in verità, è ben altra: perché questa prima commessa sarebbe in effetti il preludio a quella più sostanziosa, che prevede la fornitura di almeno altre quattro fregate, e poi pattugliatori, e poi venti addestratori M-346 prodotti da Leonardo. E qui, ovviamente, le cifre sarebbero assai più consistenti: decine di miliardi, che si trascinerebbero dietro, al di là dei posti di lavoro e del pil, una sfida strategica. 

 

Perché rinunciare a questo accordo con l’Egitto significherebbe, per il governo italiano, cedere di fatto campo libero alla Francia, che del rafforzamento in Nord Africa a discapito dell’Italia fa da anni, ormai, un obiettivo costante. E del resto Giuseppe Conte è un premier che non si fa grossi scrupoli quando si tratta di sostenere i nostri colossi del comparto Difesa nelle loro battaglie commerciali in giro per il mondo, per cui non poco si è adoperato per finalizzare l’accordo col governo egiziano, blindato anche dalla telefonata che Conte ha avuto col presidente egiziano al Sisi, domenica. Solo che ora, avendo giustamente assunto lui l’iniziativa, toccherà a lui anche comunicarla per le vie ufficiali. E qui qualche remora, il premier, ce l’ha: perché ovviamente la questione è delicata sul piano politico. C’è di mezzo la sempre irrisolta, e sacrosanta, ricerca di verità sulla morte di Giulio Regeni; c’è poi l’assurda detenzione del ricercatore dell’Università di Bologna Patrick Zaki. E c’è, più in generale, il ricorrente stigma contro il commercio delle armi, che nei mondi della sinistra pacifista e dell’associazionismo cattolico – ambienti a cui l’ambizione politica del fu “avvocato del popolo” è sensibile – produce immancabilmente appelli, petizioni e stracciamento di vesti. E poi ci sono le resistenze dei partiti di maggioranza: non a caso il ministro Roberto Speranza, di Leu, nelle scorse settimane ha voluto mettere a verbale, in Cdm, la sua perplessità sull’accordo commerciale; e allora Conte, fiutando l’aria, ha chiesto ai capi delegazione di effettuare una ricognizione interna ai loro gruppi parlamentari, prima di dare l’annuncio. Che però qualche malumore lo creerà comunque: specie a Montecitorio, dove la pattuglia del Pd guidata da Graziano Delrio condivide coi deputati grillini vicini a Roberto Fico una certa intransigenza nel pretendere dal Cairo piena collaborazione sul caso Regeni.

 

Certo, il via libera alla commessa di navi ed aerei militari all’Egitto non passerà per un voto in Parlamento. Ma si rifletterà comunque, col suo carico di tensioni, su un’altra faccenda nordafricana che passerà – quella sì – al vaglio di deputati e senatori. Perché entro fine mese Camera e Senato dovranno esprimersi sul decreto che conferma il rinnovo delle missioni militari all’estero. E tra queste, c’è quella che riguarda il sostegno italiano alla Guardia costiera libica per il pattugliamento delle coste. Matteo Orfini ha già fatto arrivare ai vertici del Pd il suo “mai più”, ricordando che già l’anno scorso il gruppo dem si astenne sul tema e agitando un ordine del giorno approvato dall’Assemblea del partito nel febbraio scorso: “La questione – ci dice Orfini – è semplice: in nessuna forma, diretta o indiretta, si può continuare a sostenere e addestrare chi viola sistematicamente i diritti umani. Un decreto missioni con dentro qualcosa del genere sarebbe semplicemente invotabile”. E insomma è chiaro che, su questa faccenda, un segnale di discontinuità dovrà arrivare.

 

“Che almeno il governo libico ci dia delle risposte sulla revisione del memorandum”, è sbottato il pur mite Piero Fassino davanti a Di Maio, il 26 maggio scorso, nel corso di un vertice di maggioranza. Il riferimento è alla modifica degli accordi intergovernativi sulla gestione dei migranti, su cui da mesi l’Italia sollecita, invano, un responso da parte dei libici. E siccome è chiaro che di svolte clamorose non ce ne saranno, nel governo puntano almeno a ottenere delle modifiche simboliche, da poter poi rivendicare di fronte ai gruppi parlamentari. E allora la maggiore apertura dei campi di detenzione al controllo dell’Onu; e allora, si spera, un corridoio umanitario straordinario per far sottrarre donne e bambini alla barbarie delle carceri locali. Qualcuno, nel Pd, s’era perfino spinto a vagheggiare un ritorno a “Mare Nostrum”, un’operazione della nostra Marina, cioè, che togliesse autonomia e poteri alla Guardia costiera locale che spesso attua dei veri e propri respingimenti in mare. Manco a parlarne, però: ipotesi troppo ardita, sul piano politico. Ci si dovrà accontentare, pare, di Irini, la missione europea a guida italiana, lanciata senza troppi clamori nelle scorse settimane per garantire l’embargo di armi sulla Libia. Si dirà che la nostra opera di pattugliamento, in fondo, serve comunque a garantire una gestione più ordinata, e meno brutale, dei flussi dei migranti nel Mediterraneo. Sperando che tanto basti a convincere deputati e senatori di maggioranza.

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