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Conte lasci perdere la cattiva ambizione

Giuliano Ferrara

Chi vuole spingere il premier a mettere a frutto in politica la sua esperienza e storia di bispresidente del Consiglio è qualcuno che lo detesta. Non rovini quello che potrebbe essere un risultato pratico in grande stile

Non ci deve pensare minimamente. Chi consiglia a “Giuseppi” Conte di mettere a frutto in politica, nel senso della leadership generale e del consenso elettorale, la sua esperienza e storia di bispresidente del Consiglio è qualcuno che nel fondo, lo sappia o no, lo detesta. Non è una questione di malevolenza, di sentimento verso il suo profilo. Provare a indurre Conte a fare quel passo vuol dire detestare anche il profilo della politica. Non è che, banalmente, dove non è riuscito Monti non riuscirà nemmeno lui, questo è troppo e troppo poco, sebbene sia evidente. C’è altro, e di sostanza. Angela Merkel, die Mädchen, la bambina, ha messo storia e esperienza del crollo del Muro di Berlino al servizio di uno di quei grandi “tradimenti” che alimentano il mito stesso della politica grande, si è rivoltata contro un gigante, Helmut Kohl, il riunificatore della Germania dopo Bismarck, e ha imposto un suo stile “merkiavellico” alla conduzione degli affari di stato. Emmanuel Macron ha intrapreso un’uscita spericolata dal sistema dei partiti della Quinta Repubblica, scegliendo il tempo giusto politicamente per dare la caccia alla presidenza, e sconfiggendo con un torrente di idee, in rivolta contro l’establishment della gauche e della droite tradizionali, la furia populista di Marine Le Pen all’assalto del potere. Pedro Sánchez è un perfetto campione del socialismo europeo, uomo di partito come pochi altri, ha vinto, perso e rivinto nello scombussolamento della Spagna investita dal ciclone economico-finanziario del 2008 e dal secessionismo catalano. Boris Johnson, nel paese classico del teatro e delle trappole elisabettiane, si è rivelato da subito l’attor giovane più promettente, squillante, vanitoso e appassionato alla stessa stregua, e alla fine di un lungo noviziato ha imbarcato i conservatori, con il segno tradizionalista della figura di Churchill, nella rottura del legame con l’Unione europea. Anche se tratta con loro, parla da capo di un governo che con loro se la cava, Giuseppe Conte è tutta un’altra storia.

           

Sta governando e ha governato la crisi in modo decente, utile, ma in politica, quella radicale e profonda, quella delle viscere e dell’appello popolare, quella della visione e della prospettiva, non basta un punto positivo nel curriculum istituzionale. Conte nasce dal nulla. Diventa presidente del Consiglio a sorpresa, esito lobbista di fortunata ventura, per l’impossibilità di nominare a Palazzo Chigi uno dei due bravacci del 4 marzo 2018, quando i numeri, e solo i numeri, diedero, in circostanze eccezionali e carovaniere, alla Lega e ai 5 stelle la possibilità di mettere insieme un governo “del cambiamento” destinato alla beffa. Conte era il vice dei suoi vice, un sughero che galleggiava, in certi casi anche con un minimo di dignità, ma appena appena sopra il pelo dell’acqua. Quel governo Conte 1 non fece gli sconquassi che prometteva o minacciava, alla fine si rivelò meno pericoloso di quanto sembrasse, ma nella sua vicenda si stabilì un brusco abbassamento della soglia della competenza amministrativa e politica, e il salvinismo truce inchiodò la compagine al nichilismo xenofobico e razzista fino alla tremenda e grottesca estate del Papeete e dei pieni poteri. Di fronte alla provocazione permanente e alla volontà di umiliare l’alleato, in quella bolgia di frescacce e intemerate, Conte compì un gesto politico interessante e dagli effetti duraturi in una Repubblica parlamentare. Diede una spinta seria, processando soavemente ma duramente il senatore Salvini in Parlamento, alla sua vaga fama di leader moderato e pragmatico, con la riserva, quella volta, di uno che non le manda a dire e si candida a una successione da tutti ritenuta effimera o improbabile, quella del Conte bis o Bisconte.

           

A quella scelta seria e pesante, che gli fruttò la guida del governo, anch’esso di natura vaporosa e improbabile, tra Pd e grillini, Conte ha fatto seguire una tabella di marcia modesta, sottotraccia, di umile e fattiva riconversione alla pratica e alla politica di conversazione e accordo in Europa, e con la crisi della pandemia ha saputo prendere con i tempi opportuni decisioni difficili e comunicarle, insieme con il suo esecutivo, i suoi ministri, i suoi politici di riferimento, le sue squadre tecniche di consulenti della Sanità, la sua burocrazia capace della Protezione civile.

 

Tutto questo è un viatico per continuare a governare, per essere considerato un campione civico e istituzionale di una buona politica come objet trouvé, come felice risultanza di un’occasione e di un estro imprevedibili. Non ha nessuna attinenza però con l’idea di un percorso politico autonomo, magari legittimato dal consenso dei sondaggi.

 

Se ce la fa a portare il Parlamento all’elezione del successore di Mattarella e il paese, per i tre anni che restano alla legislatura, a un livello accettabile di senso e di ordine democratico, dando il via con l’Unione europea a trasformazioni e innovazioni che sono giustificate dai grandi investimenti del dopo Maastricht e del dopo austerità, sconfiggendo le brutte pulsioni che erano state alla base della sua prima erratica fase al timone, il suo sarà stato un piccolo capolavoro di politica certosina, andreottiana nell’ispirazione, e un risultato pratico in grande stile. Questa sarebbe la buona ventura dell’avvocato Conte, il resto è cattiva ambizione, ambizione sbagliata.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.