Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Nel Pd c'è un caso Puglia

David Allegranti

Il Partito democratico pugliese alle Europee è stato tra i peggiori d’Italia e adesso è iniziata la resa dei conti

Roma. In Puglia ci sono due modelli che non si incontrano: uno è quello Decaro, uscito vincitore dalle elezioni a Bari al primo turno (oltre il 66 per cento), l’altro è il Pd regionale (alle Europee fermo al 16,6 per cento, sotto la media del partito in Italia meridionale, al 17,8) superato da Lega e M5s. E mentre il sindaco Antonio Decaro può legittimamente festeggiare, i vertici regionali dei Democratici finiscono sotto accusa. La tensione nel Pd è comprensibile, visto che a Bruxelles non ci va neanche un europarlamentare pugliese, sui tre che erano candidati nella circoscrizione dell’Italia meridionale.

 

Neanche la parlamentare uscente Elena Gentile, la quinta più votata della circoscrizione e la prima del Pd in tutta la regione, che insieme ai candidati non eletti Nicola Brienza e Ivan Stomeo ha scritto un documento durissimo contro il segretario regionale e deputato Marco Lacarra, che ha fatto in tempo a essere vicino a Michele Emiliano, poi vicino a Matteo Renzi, poi a Maurizio Martina: “Il Pd in Puglia non è riuscito ad eleggere un suo europarlamentare, la destra ha conquistato un cospicuo bottino. Il che non induce all’ottimismo in vista delle elezioni regionali 2020. Tanto più se l’anno prossimo uno di quei parlamentari europei dovesse assurgere a candidato unitario della destra alla presidenza della Regione”.

 

Subito dopo i ballottaggi di domenica prossima, scrivono Gentile, Brienza e Stomeo, nel Pd regionale “si impone una discussione approfondita sulla disastrosa gestione in Puglia della campagna elettorale per le elezioni europee da parte dell’eterodiretto Segretario regionale. Partendo da un passaggio non secondario della relazione di Nicola Zingaretti alla direzione nazionale del 30 maggio scorso, che ha denunciato la presenza di ‘realtà territoriali del tutto autonome, feudalizzate, che non rispondono a nessun imput della politica’. Quella denuncia riguarda direttamente anche la Puglia? Nessuno può escluderlo. Ma se è così, viste anche le scadenze che già ci attendono e quelle che potrebbero prospettarsi dobbiamo agire per tempo”. Dunque, “con la opportuna responsabilità, ma anche con il necessario coraggio. Perché, come si dice, non c’è peggior medico di quello pietoso e senza coraggio. E non c’è peggiore classe dirigente di quella che non sa assumersi le proprie responsabilità”.

  

I candidati alle Europee non eletti hanno qualche comprensibile motivo per essere adirati, ma per la verità c’era chi, dal Pd in Consiglio regionale, aveva chiesto le dimissioni di Lacarra già l’anno scorso. “All’inizio anche Emiliano era d’accordo con noi, non fosse altro per dare brio a un partito che di brio non ne ha per nulla”, dice al Foglio Fabiano Amati, presidente della commissione Bilancio in Consiglio regionale. “Il Pd pugliese è il penultimo per quoziente in tutta Italia, ci frega solo il Molise che però – sia detto con rispetto – è piccolo piccolo. Qualche tempo dopo Emiliano ci ha ripensato e ha fatto retromarcia sul cambio del segretario. E’ sempre così: nel Pd pugliese non bisogna toccare nulla, non ci deve essere iniziativa politica, non ci deve essere competitività tra le persone; tutto deve procedere tranquillamente senza illusioni e senza grandi scossoni. Adesso alcuni candidati non eletti chiedono le dimissioni di Lacarra. Siamo d’accordo ma noi l’avevamo già detto un anno fa. Le dimissioni servivano ieri e servono oggi. In Piemonte, dove il Pd alle elezioni regionali ha avuto un quoziente molto alto e aveva Sergio Chiamparino come candidato, quindi non uno qualsiasi, abbiamo perso. Quindi si figuri quanto rischiamo in Puglia. Serve dunque un rimedio. Per questo spero che qualcuno crei una gamba di liberali alla don Sturzo per poter prendere una quota di elettorato che nel Meridione d’Italia c’è ed è più grossa che altrove”. Ma liberali alla don Sturzo o liberali alla Calenda? “C’è bisogno di un forte partito popolare, non alla Calenda. Vede, quando si fanno le separazioni fittizie per eludere il fisco, l’Agenzia delle entrate se ne accorge sempre. Si figuri in politica, dove i partiti devono nascere dal conflitto e poi prepararsi a un compromesso, la più alta forma di morale in politica, come disse una volta Ratzinger a un gruppo di deputati cattolici tedeschi”.

  

Il caos del Pd regionale fa il paio con la vicenda di Leonardo Di Gioia, l’assessore regionale all’Agricoltura della giunta di Emiliano che ha fatto campagna elettorale per la Lega. Amati e alcuni consiglieri regionali del Pd, insieme ad altre forze di sinistra, hanno appena presentato una mozione di sfiducia nei confronti di Di Gioia, che ha sostenuto la Lega e ha contribuito a far eleggere all’Europarlamento Massimo Casanova, proprietario del Papeete Beach (notare bene: l’assessore dal 2017 siede nel cda dell’ente pubblico Ismea, che sta per Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare e voci di corridoio dicono che potrebbe diventarne il presidente su proposta del ministro dell’agricoltura Gianmarco Centinaio). “Abbiamo presentato una mozione di sfiducia in cui lo invitiamo a dimettersi o in alternativa chiediamo a Emiliano di revocare la delega”, dice Amati al Foglio. “Ma non perché sia della Lega; di sinistra e destra, sopra e sotto non ci interessano. L’argomento è più semplice, a noi interessano i soldi. Far campagna per la Lega significa portare acqua al mulino di un partito che vuole l’autonomia e in Puglia questo si traduce in meno 282 milioni di euro sul fondo sanitario regionale pensando solo all’Iva. L’assessore ha risposto di aver sostenuto il candidato della Lega per amicizia, come se la politica si riducesse a un moto dei sentimenti. La questione è diversa: come possa stare in una giunta pugliese uno che sostiene un programma di povertà per la sua regione è cosa che si deve ancora capire”.

Di più su questi argomenti:
  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.