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Perché è un guaio serio per la democrazia se lo stato coincide con un solo partito

Il dramma di un partito che gioca con una formula pazza: “Lo stato siamo noi”. Il caso Tap, il Quirinale, i tecnici infangati. Il M5s ha trasformato il dissenso in un crimine e ha messo in circolo un veleno pericoloso. Come reagire

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

5 Novembre 2018 alle 07:45

Perché è un guaio serio per la democrazia se lo stato coincide con un solo partito

Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Pochi giorni fa, alcuni inferociti militanti no Tap hanno diffuso sui social e sulla rete diversi video molto critici con il Movimento 5 stelle per protestare contro la decisione del governo CDS (che curiosamente significa sia Credit Default Swap sia Conte Di Maio Salvini) di dare il via libera alla costruzione del gasdotto Tap. Gli attivisti, come avrete visto, hanno criticato Luigi Di Maio promettendo di non votare mai più per il Movimento 5 stelle, che il 4 marzo in Puglia era riuscito a fare il pieno di eletti (42 parlamentari su 62 disponibili) anche grazie alle battaglie contro l’Ilva e contro la Tap, e nel farlo hanno compiuto un gesto drammaticamente significativo che da solo ci dimostra la pericolosità del messaggio politico veicolato dal grillismo: la distruzione delle proprie tessere elettorali. Distruggere le tessere elettorali non significa protestare solo contro un partito che ha deluso i propri elettori ma significa fare qualcosa di più. Strappare le tessere elettorali, come ha notato su Twitter il nostro amico Mario Seminerio, indica simbolicamente la protesta contro lo stato. Se siete arrabbiati per la Tap, si è chiesto giustamente Seminerio, perché stracciate le tessere elettorali? Pensavate che loro fossero lo stato o siete solo costituzionalmente analfabeti? 

 

Il punto però è proprio questo: la sovrapposizione tra la traiettoria di un movimento e quella dello stato. La storia delle promesse grazie al cielo tradite sulla Tap e sull’Ilva ha fatto molto discutere per ragioni legate all’inaffidabilità del grillismo e per ragioni legate alla propensione naturale dei populisti a promettere non solo cose che non si devono fare ma anche cose che non si possono fare. Eppure, nell’immagine clamorosa della tessera elettorale stracciata, strappata, bruciata, c’è tutto il messaggio eversivo contenuto nella propaganda grillina: la trasformazione del Movimento 5 stelle nell’unico partito legittimato a rappresentare lo stato.

 

Può sembrare solo una sfumatura, un piccolo dettaglio per addetti ai lavori, ma se si osserva con attenzione il fenomeno si capirà che l’essenza della battaglia anti casta portata avanti dal Movimento 5 stelle contiene un elemento pericoloso che coincide con la sovrapponibilità tra lo stato e il movimento e con la conseguente incompatibilità a rappresentare lo stato di una qualsiasi parte politica che non sia strettamente legata allo stesso movimento. E’ sulla base di questa logica che il Movimento 5 stelle costringe i suoi eletti a comunicare con gli elettori non attraverso i canali istituzionali ma attraverso le piattaforme internet gestite dalla Casaleggio Associati. E’ sulla base di questa logica che il Movimento 5 stelle può affermare che con l’arrivo del grillismo al governo la casta è stata eliminata. E’ sulla base di questa logica che il Movimento 5 stelle si sente autorizzato a criminalizzare ogni forma di dissenso. E’ sulla base di questa logica che ogni avversario politico diventa non un nemico con cui confrontarsi ma un nemico da eliminare. E’ sulla base di questa logica che il movimento arriva a considerare ogni istituzione critica con il governo come se fosse un’istituzione nemica del popolo. E’ sulla base di questa logica che arriva a chiedere di togliere i poteri al capo dello stato solo perché il capo dello stato usa i poteri che la Costituzione gli ha concesso per bilanciare la traiettoria del governo. E’ sulla base di questa logica infine che il Movimento 5 stelle arriva a chiedere l’impeachment contro il presidente della Repubblica solo perché durante le trattative post elettorali il presidente della Repubblica si era permesso di non dire di “sì” a tutte le richieste del Movimento 5 stelle. E’ sulla base di questa logica che si arriva a dire che la Costituzione viene strattonata se non si rispetta la volontà del Movimento 5 stelle. E’ sulla base di questa logica che si arriva a provare “disgusto” nei confronti del capo dello stato se il capo dello stato non fa quello che i partiti populisti si aspettano che faccia. E’ sulla base di questa logica che si arriva ad augurarsi che quando il capo dello stato dice di no a un’idea populista ci si augura che il Quirinale possa diventare come una nuova Bastiglia. E’ sulla base di questa logica che nessun elettore del Movimento 5 stelle si sente in dovere di inviare un tweet in dissenso quando il capo del movimento di fronte a migliaia di elettori arriva a dire una frase come quella usata a giugno da Luigi Di Maio a Roma durante una manifestazione grillina alla Bocca della Verità.

 

Quando subito dopo un discorso fatto da alcuni dirigenti del Movimento 5 stelle sul caso dell’imprenditore Sergio Bramini – che ha accusato lo stato di avergli fatto chiudere la sua attività per via di alcuni mancati versamenti della Pubblica Amministrazione – Di Maio chiede ai suoi elettori di non fischiare lo stato non perché lo stato non va fischiato ma perché, ha detto Di Maio, “d’ora in poi lo stato siamo noi”. Di Maio si è poi giustificato dicendo di aver citato un libro di Pietro Calamandrei di cui è probabile che abbia letto solo il titolo della copertina (“Lo stato siamo noi”) senza rendersi conto del significato di quel testo (nessuno è lo stato, tutti devono essere lo stato). Ma il punto che merita di essere tenuto bene a mente è che non opporsi alla sovrapposizione tra un movimento e lo stato significa creare le condizioni per far diventare lo stato e i suoi rappresentanti un qualcosa contro cui combattere una volta esaurita l’esperienza di governo del Movimento 5 stelle. “Mai un despota aveva esplicitato più energicamente la sua natura con la frase ‘lo stato siamo noi’”, disse nel 1849 Chateaubriand parlando di Luigi XIV. Oggi in Italia non c’è una monarchia, non c’è una tirannia ma c’è un governo che sta abituando gli elettori a considerare lo stato come qualcosa da non combattere solo a condizione che al governo ci siano i partiti populisti. Il Re Sole era pericoloso e non finì bene e un po’ di storia e meno Wikipedia farebbero bene anche al nostro splendido Re Sòla d’Italia: Luigi Di Maio.

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Commenti all'articolo

  • stearm

    06 Novembre 2018 - 01:01

    Lo Stato -il Sovrano- deve essere temuto, non amato. Che poi il Sovrano si sia posto dei limiti -nel nostro caso, quelli garantiti dalla Costituzione- non implica che il popolo debba cessare di temerlo.

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  • Giovanni Attinà

    05 Novembre 2018 - 18:06

    Quello che non riesco a capire nei vari commenti e non solo su"Il Foglio" sono le sole critiche a Giggino, mentre Matteuccio è il nuovo eroe italiano. Davvero , cadono le braccia!

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Novembre 2018 - 15:03

    Caro direttore - A latere, ma mica tanto. Il camaleonte istituzionale che chiamiamo "democrazia" sembra non si senta bene. Appare in confusione. Non riesce più a controllare, a gestire i cambi di pelle. Strano: ma non erano proprio le "democratiche"mutazioni di pelle, il sale della democrazia? Ci siamo perso qualcosa?

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Novembre 2018 - 13:01

    Sarebbe interessante capire cosa le masse italiche, maxime quelle che vivono sotto la linea centrale Toscana, Umbria, Marche, intendano per Stato. Già perché il concetto di Stato postula l’esistenza di un popolo e di un territorio unitario, con propri confini sovrani. Lo Stato ha proprie istituzioni, legislative, esecutive, giudiziarie e culturali omogenee e condivise, in cui il Popolo di quello Stato si riconosce. Riassumendo: il combinato disposto della nostra storia, della nostra indole, dei nostri costumi, della nostra istintiva rissosità, ha impedito che da noi potesse nascere, svilupparsi e consolidarsi il senso dello Stato. Nessuna forza politica che abbia raggiunto il potere s'è impegnata seriamente a far nascere un senso dello Stato che accomunasse dall'Alpe alla Sicilia. Il potere politico è sempre stato inteso come il potere di una parte e usato in prevalenza per gli interessi di quella parte e per averne consenso. Ergo, accostare i Grillozzi allo Stato è un ossimoro.

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