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Mondiali, Ema. Cosa significa fare squadra?

Così due sconfitte possono indicare a FI e Pd le sceneggiate da evitare in campagna elettorale

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

21 Novembre 2017 alle 06:22

Mondiali, Ema. Cosa significa  fare squadra?

Tabacci, Vendola, Bersani, Prodi, Ambrosoli (foto LaPresse)

La clamorosa eliminazione della Nazionale di calcio dai Mondiali e la dolorosa sconfitta dell’Italia nella partita valida per l’assegnazione dell’Agenzia del farmaco sono storie che non hanno molti punti di contatto ma che in modo forse indiretto ci offrono indicazioni preziose per capire quali sono le sfide che la politica italiana dovrà affrontare nei prossimi mesi, per non ritrovarsi nella stessa condizione in cui si sono ritrovate una settimana fa l’Italia di Giampiero Ventura e un giorno fa la Milano di Beppe Sala. Le storie sono diverse ma in entrambi i casi al cuore delle sconfitte ci sono due temi che saranno al centro della prossima campagna elettorale: cosa significa mettere insieme una squadra competitiva e cosa manca al nostro paese per contare in Europa. La Nazionale di calcio non è certamente lo specchio del nostro paese e il modello Milano è certamente lo specchio dell’eccellenza italiana ma nonostante questo oggi viene naturale chiedersi quali sono i principali punti di debolezza dei due schieramenti che si giocano verosimilmente la partita del governo dell’Italia: ovverosia, il centrodestra e il centrosinistra.

 

La campagna elettorale è ancora lunga e la vera corsa comincerà solo dopo le vacanze di Natale ma già oggi è possibile mettere a fuoco i due principali guai del centrodestra di Silvio Berlusconi e del centrosinistra di Matteo Renzi. E per quanto i percorsi siano differenti i problemi in realtà sono simmetrici e hanno un punto di contatto: la trasformazione della formula politica messa in campo per provare a governare l’Italia nella proposta centrale del proprio programma di governo. In questa logica pazzotica – in questa logica in cui il “mi alleo con chi” diventa quasi più importante del “mi alleo per fare cosa” – tra Renzi e Berlusconi l’unico che rischia di trarne un vantaggio è naturalmente il secondo, che ha fatto della “non divisione” un tratto peculiare della sua leadership ecumenica e che, essendo lui stesso il programma del centrodestra, può persino permettersi di non avere un programma chiaro per andare al governo.

 

Per Matteo Renzi invece la questione è più difficile ma semplice da spiegare: un leader orgogliosamente divisivo che ha provato a cambiare l’Italia facendo leva sul suo essere alternativo a una vecchia idea di sinistra quanto rischia di pagare il tentativo-sceneggiata di rimettere insieme tutti i cocci della sinistra, compresa quella rottamata? Probabilmente Matteo Renzi è il primo a sapere che una sinistra nata per superare il modello Unione ha una speranza di ottenere un risultato accettabile alle prossime elezioni solo non replicando il modello Unione. Ma in ogni caso lo spettacolo di questi giorni, le trattative con le sinistre lontane anni luce dal Pd, non è un granché e non riguarda solo l’oggi: riguarda anche il domani. In estrema sintesi: con che forza il Pd potrà rivendicare le mille ragioni che rendono il Pd alternativo alla sinistra a trazione sindacale (globalizzazione, lavoro, Jobs Act, giustizia, Europa) se alle elezioni il Pd si presenterà senza quella sinistra solo sulla base di una scelta subita e non del tutto rivendicata? Aver portato dalla propria parte Giuliano Pisapia, aver costruito un patto di non belligeranza con Romano Prodi e aver creato le condizioni affinché sia percepito che la sinistra isolazionista sia quella dalemiana e non quella renziana può avere un senso e può portare anche qualche granello di consenso. Ma per avere un paese più forte rispetto a quello che per mille ragioni non è riuscito a costruire su Ema alleanze più solide rispetto a quelle messe insieme da un paese che nell’ultimo anno è stato più mesi senza un governo che con un governo (l’Olanda) occorre mettersi in testa che la strategia dell’Unione senza programma può avere un senso per chi ha il vento in poppa mentre chi il vento non riesce più a intercettarlo come un tempo dovrebbe entrare in una nuova modalità: di chi capisce cioè che una divisione diventa un problema se viene subita mentre diventa un’opportunità se viene rivendicata. Per mettere insieme una squadra competitiva, e impegnarsi per far sì che il nostro paese possa contare di più in Europa, forse non si può non partire da qui.

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Commenti all'articolo

  • oliolà

    21 Novembre 2017 - 19:07

    Capito. Ma il calcio è messo lì per far coppiola di sconfitte? E' che la disfatta è madre di tutte le sconfitte. Anche la Spagna, che non è più il regno dove non tramontava mai il sole, va con chi vince non con chi è disfatto. Pena la Catalogna.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Novembre 2017 - 13:01

    Le nazioni che nel bene e nel male, nei secoli hanno fatto l'Europa, non l'UE: Spagna. Francia, Germania, ancora una volta hanno dimostrato quanto abbiano su coglioni un'Italia più forte, competitiva e unita di quanto i loro interessi abbiano deciso sia. Non cadiamo dal pero: dal sorrisino irrisorio franco-tedesco a Berlusconi, alla solitudine in cui ci hanno lasciati su Dublino e sulla accoglienza, gestione e distribuzione dei flussi immigratori, mentre a Mentone la Francia chiudeva, a Ceuta la Spagna sparava e l’Austria ce li rimandava indietro, all'ultima beffa per attivare il sorteggio, gli esempi non mancano. Chiosa: ci rifiutiamo di capire che le nostre feroci divisioni interne, amplificate anche dai media internazionali, su Berlusconi e gli immigrati e ciò che può unirci, hanno favorito gli interessi del Trio e reso più difficile difendere i nostri. Quando arrivammo all’Expo, la cricca antitaliana mediatico/giustizialista si mise in moto. Fare squadra? Alla cricca non expedit

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  • riflessivo

    21 Novembre 2017 - 11:11

    Renzi dovrebbe fare scelte decisive, lasciare al suo destino la sinistra a sinistra del Pd perchè essa ormai è fuori della storia. se continua a inseguire la sinistra-sinistra andrà incontro al suicidio politico e con grave danno per l'Italia.

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  • lorenzolodigiani

    21 Novembre 2017 - 10:10

    Caro Cerasa, sono molto rammaricato per Milano che si e’ vista sfuggire l’Ema, quando forse iniziava a credere in un risultato positivo che avrebbe replicato quello dell’Espo. D’accordo che il sistema del sorteggio sia deprecabile, ma sapevamo che esisteva. In ralta’ si e’ compiuto un ottimo lavoro, non sufficiente, però, a rendere le credenziali di Milano e del nostro paese un poco superiori a quelle dell’Olanda. La decisione e’ stata certamente politica, al di la’ della cattiva sorte. Non avra’ certo giovato vedere e sentire da che cosa Milano e’ circondata. Meglio i freddi canali di Amsterdam che il bel mare di Ostia con il rischio di capocciate da parte dei locali. I luoghi comuni soni duri a morire.

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