Luca Zaia sta serenissimo. E forse per Salvini è un problema

Redazione

In Veneto successo (previsto) per il referendum per l'autonomia. Il governatore si prepara a trattare per Roma, ma in molti pensano che questo sia l'inizio della sua ascesa. In Lombardia invece Maroni deve fare i conti con il flop del voto elettronico   

Alla fine è andata, più o meno, come previsto. Il sì ha vinto nettamente nel referendum consultivo per l'autonomia indetto da Lombardia e Veneto. Ma a pesare, come scritto dal Foglio ieri, non è certo questo risultato. Perché anche se nessuno lo ammette pubblicamente, il referendum per l'autonomia era anche una sfida tutta interna alla Lega, tra Roberto Maroni e Luca Zaia. E tra loro e Matteo Salvini.

 

Ebbene il governatore veneto, non c'è dubbio, ha stravinto la sfida. Non è una cosa inattesa visto che il Veneto ha sempre avuto un'anima "indipendentista" più marcata di altre regioni. Ma Zaia è riuscito a portare alle urne il 57,2% degli elettori (2.328.949). Quorum ampiamente superato. Notizia che, in tempi di astensionismi record, non era affatto scontata. Il 98,1% ha scelto di votare sì. E anche se si tratta di elettori che appartengono ai vari partiti in modo trasversale, è chiaro che il governatore leghista, rieletto solo due anni fa con il 50,08% dei voti, ha ricevuto una nuova e più forte legittimazione.

 

Diversa la situazione lombarda. Dove era difficile aspettarsi un plebiscito autonomista e dove Maroni, con diverse difficoltà in più, è riuscito ad arrivare al 38% di affluenza portando alle urne circa 3 milioni di cittadini. In realtà il dato ufficiale è arrivato molte ore dopo la chiusura delle urne. Con la Regione Lombardia costretta ad ammettere che il voto con i tablet ha avuto "qualche criticità”. E anche questa, a suo modo, è una sconfitta visto che il governatore, alla vigilia del referendum, era stato duramente criticato per l'acquisto dei tablet.

  

Il dato, però, resta comunque e inequivocabilmente politico. L'autonomia, qualunque cosa questo significhi, sarà oggetto di trattativa con il governo. Il ministro Maurizio Martina, intervistato da Repubblica, spiega che “le materie fiscali e anche le altre come la sicurezza, non sono e non possono essere materia di trattativa” (parole cui Zaia replica netto: “L'interlocutore è Gentiloni”). Poi, con un po' di malizia, il vicesegretario del Pd sottolinea che "il dato del Veneto è sicuramente un messaggio chiaro: è un mandato degli elettori ad aprire una trattativa. Ma per quanto riguarda la Lombardia parlerei, al contrario, di una sconfitta. Nello specifico di una sconfitta di Maroni". 

 

È chiaro che, a questo punto, in molti proveranno a giocare su questa dicotomia Zaia-Maroni, nella speranza che questo produca una spaccatura interna alla Lega. L'altro fronte riguarda invece le ambizioni politiche del governatore veneto. Lo scorso febbraio Silvio Berlusconi, parlando del futuro leader del centrodestra, aveva fatto una mezza investitura: “Se non potrò tornare in campo, il centrodestra dovrà trovare qualcuno al suo interno. Il governatore del Veneto Luca Zaia si sta comportando molto bene. Dico Zaia o qualcun altro in grado di emergere e convincere tutti”.

Il governatore non aveva gradito e nemmeno Matteo Salvini che aveva replicato: “Se qualcuno pensa di mettere zizzania nella Lega facendo nomi, ha sbagliato a capire. Perché, a differenza degli altri, noi siamo una squadra”. Ora il problema si ripropone. L'impressione è che poco sia cambiato. Difficilmente Zaia potrà aspirare ad un ruolo nazionale in contrapposizione a Salvini. E quasi sicuramente la Lega non si spaccherà prima del voto. Ma il governatore ha ancora poco più di due anni di mandato. Un tempo politico in cui può succedere di tutto e in cui si può anche provare a costruire una candidatura che, al momento, difficilmente riuscirebbe a sfondare nel Centro-Sud. 

Molto dipende anche da come Maroni e Zaia, a questo punto, giocheranno le loro carte. Il rischio che si riproponga anche in Italia un effetto Brexit, con una trattativa in stallo e promesse non mantenute, è dietro l'angolo.

 

Nel frattempo, certamente, Berlusconi può leggere soddisfatto le parole di Giorgia Meloni che commentando il referendum, prosegue la “polemica” con la Lega: “È evidente che i quesiti referendari non hanno affascinato i 14 milioni di cittadini chiamati al voto. Meno della metà di loro si è recata ai seggi respingendo di fatto questa impostazione plebiscitaria”. I toni, certo, non sono eccessivi, ma il malessere e le divisioni all'interno del fronte sovranista del centrodestra ci sono. E questo non può che far piacere al leader di Forza Italia.