cerca

Come funziona la "macchina votante" del referendum lombardo

Abbiamo provato la “voting machine” con cui gli elettori potranno esprimersi il prossimo 22 ottobre. Ma il sistema dei tablet della "democrazia partecipata" (come l'ha chiamato il M5s lombardo) ha qualche falla

18 Ottobre 2017 alle 11:14

Come funziona la "macchina votante" del referendum lombardo

Roberto Maroni alla presentazione del voto elettronico per il referendum sull'autonomia lombarda (foto LaPresse)

Il barista è sulla sessantina, sta parlando con un tipo che ha l'aria da rappresentante di vini. L'affettatrice è coperta da un asciugamano. Sono le tre di pomeriggio e a Brescia l'orario della pausa pranzo a prezzo fisso è ormai passato. Mancano pochi giorni al voto per la secessione – secessione teorica perché il referendum è consultivo – che è soprattutto elettronica. In lontananza appare la sagoma dell'Ufficio territoriale regionale, UTR, un palazzone stile Pyongyang in cui si può sperimentare il voto su tablet introdotto per la prima volta in Lombardia che si terrà il 22 ottobre.

 

Nelle due settimane che precedono il voto le sedi distaccate del Pirellone hanno i loro banchetti digital, con i tablet su cui pigiare Sì, No o scheda bianca. Prima di arrivarci, a Brescia, bisogna attraversare il triangolo delle bermuda di industrie dismesse, svincoli tangenzial-autostradali, capannoni e un florido cantiere da cui, entro pochi mesi, salterà fuori un nuovo centro commerciale più grande di quello appena lasciato.

 

Camminiamo in uno degli epicentri dell’A4 Lifestyle, in avvicinamento al wannabe grattacielo chiamato Pirellino, senza che abbia nulla in comune con l’altro gran lombardo, il Pirellone, tranne il fatto che entrambi siano ascrivibili alla categoria “edifici”. La Regione ha spostato qui i suoi uffici in stile guerra semi-fredda nel 2000, sotto la presidenza Formigoni, pagando il palazzo 15 miliardi del vecchio conio. Ora si ritrova circondata da un gommista dai muri giallo shocking, un autoricambi che – si legge sulla grande insegna – serve anche i trattori, sovrastato da bandiere ammosciate di Stati Uniti, Canada, Germania, Inghilterra, Brasile, Australia e Spagna.

 

C'è anche un supermercato che vende prodotti cinesi e africani, con all’interno un ristorante. Due cani Fu di pietra proteggono l'ingresso, tra le palme applicate ai vetri a specchio della facciata. Siamo in piena sintonia politico-cromatica: il capannone uso commerciale, a due piani, è di un verde intenso macroregionale. Poco oltre, il bar New Life è adagiato sotto le ampie sale dell’ufficio vendite giudiziarie.

 

Nella hall d’ingresso c’è una guardia giurata seduta dietro al banco a semicerchio. Ha in mano il controllo della situazione, non si muove, mentre l’addetto al pubblico ci viene incontro e spiega dove fare la prova del voto elettronico. C'è un grande silenzio, nemmeno una musichetta d'accoglienza o un po' di pubblico esasperato dall'attesa di qualche pratica, anche solo per fare scena. Niente. In effetti, di motivi per passare in Regione non ne vengono in mente. A parte i tablet elettorali, ora. La sala della prova è subito sulla sinistra, ha l'aria di essere polifunzionale nel senso che non si capisce bene a cosa serva, con qualche computer appoggiato sui tavoli, un'isola centrale per sedersi e poi manifesti, volantini, ciclostili appesi e impilati che promuovono le attività e i servizi della regione.

 

L'oggettino è lì, su una scrivania in un angolo dedicato, circondato da materiale promozionale del referendum. Sembra lo stand alla fiera del turismo della Bassa Sassonia, ma invece di “Come to Lombardy” c'è scritto che il 22 ottobre si vota per l'autonomia. La commessa ha i capelli corti color fucsia, ma non facciamo a tempo a chiederle di provare il tablet che subito chiama una collega in soccorso. Per i giornalisti c'è una procedura apposita, pare. “Io devo solo stare qui”, spiega, e intanto che aspettiamo le chiediamo se è proprio quello il famoso tablet e dice che sì, è quello, “ma non potrei dirle niente”. In attesa dell'altra impiegata iniziamo a smanettare con la voting machine, come la chiamano confidenzialmente qui all'UTR, ma piombiamo in pieno digital divide, fallendo pure l'accensione.

 

Insistiamo, pigiamo i tasti a lato più volte finché si illumina lo schermo, dove tra le varie icone ce n'è una chiamata InLombardia. Cliccandoci sopra esce la schermata del referendum, con la scritta “attivazione in corso” perennemente accesa. “Deve aspettare che si attivi”, dice l'assistente che nel frattempo si è palesata, ma dopo un paio di minuti siamo ancora in fase attendere prego. E allora fotografiamo, producendo nuovo imbarazzo. “Aspetti un attimo, non so se può”. Per scattare serve infatti l’autorizzazione da Milano, con tre diverse telefonate dell'impiegata verso la sede centrale, che prendono altro tempo, ma almeno scongiurano il rischio di dover mandare la mail. Teniamo in mano il tablet intenzionati a non mollare il trofeo, anche se non c'è nessun altro che lo voglia, mettendo in agitazione la commessa. “Non mi metta nei guai. E non mi fotografi”, implora. “Oggi sono un po' tutti delle teste calde”, commenta guardandoci un signore seduto in attesa di essere chiamato in un ufficio del backstage amministrativo, al di là di un corridoio.

 

Permessi accordati, nel frattempo. Si può cominciare davvero. Il tablet, tutto sommato, è solo un tablet. Quasi banale. "Ma sarà esattamente così? La macchina per votare, intendo”, chiediamo facendo scattare il dibattito tra "sì", "sì, ma con modifiche", "no". Due colleghe, tre pareri diversi. Almeno una di loro dev'essere del Pd, pensiamo. Allora digitiamo, fregandocene dell'attivazione in corso e votiamo scheda bianca, tagliando l'attesa, e quando appare il messaggio "operazione terminata" tocchiamo per curiosità il tasto back, ripartendo dal principio. Quindi rivotiamo, stavolta sì, torniamo indietro e ci ritroviamo ancora nella schermata iniziale, anche se la sessione dovrebbe essere terminata. Votiamo di nuovo, digitiamo “no” per par condicio, ma a quel punto facciamo notare la cosa ai funzionari. Panico loro da un lato, soddisfazione personale dall’altro nel sentirsi un po’ hacker. Il baco della Lombardia.

 

La prima ad appassionarsi al caso, venendo in aiuto alle due colleghe, è una signora con l'aspetto da dirigente intermedia. Mostra una fiducia sospetta nella tecnologia, quasi grillina. D'altronde, se l'autonomia è un tema caro al presidente Roberto Maroni e alla Lega nord, la piattaforma di voto digital è puro M5s, con i consiglieri del Movimento pronti a rivendicare il voto elettronico come una vittoria loro e, va da sé, del popolo. La genesi del voto, e del voto elettronico, è infatti grillina: non potendo trasferire il referendum su Rousseau, ma prendendo la piattaforma a modello, ecco che nel 2015, in fase di approvazione della delibera che dava il là alla consultazione, il M5s otteneva "una vittoria su tutta la linea". Trionfò il consigliere Stefano Buffagni, determinando il quesito referendario, imponendo il voto elettronico. Salvifico. "La Regione Lombardia sarà la prima a investire in strumenti di democrazia partecipata", acclamava Lombardia 5 Stelle, e "il voto elettronico consentirà ai cittadini di riappropriarsi delle scelte che la politica assume nelle segrete stanze". Touch screen contro poteri forti.

 

Però i tempi non sono proprio quelli digitali e Maroni ci impiega un paio d'anni a firmare il decreto del referendum. Accade in giugno, nel 2017, e assieme alla cassa che batte "più risorse" c'è il rullante dell'innovazione, col voto elettronico, fino a quando non salta fuori che le 24mila voting machine dell'azienda olandese Smartmatic International Holding costano 23 milioni di euro. Digital spreco, cyber casta: i media banalizzano sempre tutto e le macchine votanti diventano subito tablet.

 

La dirigente è sicura. “È impossibile che torni indietro, si figuri”, mi dice, e allora le faccio una dimostrazione di votazione multipla. Ma lei ancora no, “innanzitutto deve aspettare che si carichi il programma, vede? C'è scritto attivazione in corso”, e qui capiamo che è inutile, però le piazziamo un altro paio di sì e no sotto il naso per il gusto dell'ultima parola.

 

Entra allora in gioco la carta a sorpresa: la moglie del consigliere regionale leghista. Si chiama Silvia Raineri, è sposata con l'ex vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi, ed è sufficientemente millennial per non sentirsi spaesata davanti al tablet. Per contrappasso, ora accoglie allo sportello utenti per lo più stranieri con i quali è gentilissima, dando a tutti del tu. Data la posizione, dev'essere particolarmente informata sui fatti. Spiega che il tablet sarà inserito in una struttura che impedirà di selezionare il tasto back, tipo catafalco anti intrusione. Forse ha visto anche lei le immagini che circolano online di un apparecchio a metà tra l’aspirapolvere roomba e una stampante compatta. Comunque ormai è chiaro che nessuno qui al Pirellino ha la minima idea di come sia fatta, questa benedetta voting machine, chiamata anche vote machine, all’imperativo.

 

“Non so come aiutarla, non l’ho mai vista”, ammette l'impiegata di prima davanti a un'altra signora che chiede dettagli tecnici, mentre l'anziano ancora in attesa del proprio turno è tentato di sperimentare il touch, ma desiste: "Non voglio farmi influenzare da lui", indicando il giornalista, che sarei io.

 

Tranquilli, comunque, se la sede periferica vacilla, ci pensa Milano: "La versione definitiva del programma di voto non consente di tornare indietro", dicono al telefono. Inviano anche fotografie delle macchine votanti arrivate ormai da settimane, in attesa di essere distribuite agli UTR e poi nei seggi. Eccole: scatole nere con lo schermo touch. Ne hanno comprate ventiquattromila, in Regione, pagandole 23 milioni di euro all'olandese Smartmantic Digital Holding. A chi ha gridato allo spreco, Maroni ha assicurato che, una volta usate per il referendum, resteranno in dotazione alle scuole, e uno già si immagina consultazioni classe per classe “volete matematica o ginnastica?”, “la prof va licenziata sì o no?”. Comunque un po' di delusione resta, di fronte alla machine. Sarebbe questo il voto elettronico? In California le auto si guidano da sole, quando gli incendi lo permettono, e qui ci balocchiamo con uno schermo touch. Tanto valeva trovare un sistema per votare direttamente da casa, con un'app. Oppure costruire la macchina che vota da sola, chiudendo direttamente il discorso.

 

Fine della prova 2.0. Ormai i tablet ci sono. Sono pure in corso le lezioni di formazione per i settemila assistenti digitali che accompagneranno le macchine votanti ai seggi. Li ha selezionati Manpower in tutta la regione, cercando soft skills, dicono, come "buona capacità di lavorare sotto stress", "attitudine al Problem Solving (maiuscolo nell’originale", "proattività", "buone capacità relazionali". E poi, in caso di problemi, basta conoscere il mantra del tecnico del computer: "Spegni e riaccendi".

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Carbonet

    21 Ottobre 2017 - 08:08

    Spero che il Foglio non scada facendo scrivere un incompetente che scrive di referendum per la secessione

    Report

    Rispondi

  • guido.valota

    19 Ottobre 2017 - 13:01

    Non sapevo che si trattasse di ‘referendum per la secessione’.

    Report

    Rispondi

  • massimo mastruzzo

    massimo mastruzzo

    18 Ottobre 2017 - 21:09

    Quanto chiesto dal prossimo referendum lombardo-Veneto si poteva fare tutto tranquillamente nel rispetto assoluto del quadro istituzionale e anzi nel solco tracciato dalla riforma costituzionale voluta dal centrosinistra nel 2001. Il terzo comma dell’articolo 116 riconosce infatti alle Regioni a statuto ordinario la possibilità di accedere a condizioni differenziate di autonomia. In altre parole, il referendum serve a chiedere ai lombardi – e ai veneti, in Veneto – se vogliono che la loro giunta regionale invochi il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. È una fattispecie ben precisa, introdotta con la riforma della Costituzione del 2001, che permette alle regioni con un bilancio in equilibrio di chiedere allo Stato centrale di affidargli nuove competenze oltre a quelle che sono affidate a tutte le regioni a statuto ordinario dal famoso Titolo V della Costituzione. Non c’è bisogno di un referendum per farlo: dallo scorso luglio la regione Emilia-Romagna ha attivato le proced

    Report

    Rispondi

Servizi