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La seconda impossibile vita di mr. Bonafede

Avvocato ufficioso di molti colleghi, il deputato quarantenne di M5s è ormai considerato il vice Di Maio da mandare in tv

8 Ottobre 2017 alle 06:00

La seconda impossibile vita di mr. Bonafede, vice Di Maio da tv

Alfonso Bonafede. Foto LaPresse/Fabrizio Corradetti

Roma. Accade da qualche tempo nelle redazioni dei talk-show: il redattore vuole invitare un esponente del M5s, possibilmente Luigi Di Maio (che però, essendo stato ufficialmente candidato premier, è meno presente in tv, anche forse per non inflazionare anzitempo l’immagine da candidato premier). Se non viene Di Maio, pensa il redattore che cerca il plenipotenziario Rocco Casalino, colui che ha potere di vita o di morte sugli ospiti di M5s da inviare in tv, ci mandino un Alessandro Di Battista (che però al momento ha altro da fare, essendo appena diventato padre). Oppure una Roberta Lombardi, neocandidata alla regione Lazio. O una Barbara Lezzi, richiesta su temi economici. E invece ultimamente viene sempre più spesso “proposto”, anche se non imposto, il già visto sugli schermi ma ora molto più visto Alfonso Bonafede, deputato quarantenne di M5s nonché avvocato ufficioso di molti colleghi nonché esperto di class action nonché cosiddetto “commissario politico”, assieme al collega Riccardo Fraccaro, del sindaco di Roma Virginia Raggi. (Quando però, com’è accaduto quest’estate a in Onda, su La7, si dice a Bonafede “lei è una specie di commissario politico”, Bonafede risponde che no, lui semplicemente è “nel team di coordinamento” creato per “stare vicino ai nostri sindaci”).

  

Sia come sia, è un fatto che Alfonso Bonafede, siciliano d’origine e fiorentino d’adozione (nel 2009 si è candidato sindaco a Firenze contro Matteo Renzi, ottenendo l’1,9 per cento dei voti), venga ormai considerato una sorta di vice Di Maio, ma anche un signor risolvo-problemi per antonomasia. E non soltanto per le competenze avvocatizie, con passato da nemico del passante fiorentino della Tav. Bonafede, infatti, uno che finora era rimasto senza scalpore in seconda fila, in gennaio è stato mandato a vegliare (e sorvegliare) il Campidoglio per via di una caratteristica non si sa quanto a lungo destinata a durare nelle more del tour de force televisivo a cui è sottoposto: l’avvocato è infatti considerato un “conciliatore”, uno capace di smussare le asperità al punto da rendersi invisibile tra due litiganti (lo dice anche il suo curriculum, seppure con riferimento ad altro campo: Bonafede è stato “conciliatore tra imprese e clienti finali dei servizi elettrico e gas”). Non è uno scherzo – sennonché negli ultimi mesi Bonafede, possibile “ministro della Giustizia” di un futuribile governo Di Maio (neanche questo è uno scherzo: c’è chi nei Cinque stelle ci ha davvero pensato), ha dovuto affinare non tanto l’arte del mettere d’accordo quanto quella del difendere l’indifendibile. Per esempio Virginia Raggi. E’ capitato così che il 28 settembre, a Otto e mezzo, il deputato si sia dovuto esercitare a scagionare il sindaco di Roma, su cui era piovuta la richiesta di rinvio a giudizio per falso, dall’accusa non proprio del tutto incontestabile di aver contribuito al peggioramento dello stato già comatoso della città. Noi non abbiamo detto che “avremmo cambiato Roma in un giorno”, si inalberava. Noi “abbiamo iniziato il risanamento di Atac”. Noi rivendichiamo il fatto che Raggi sia “andata in tv a ‘chiedere scusa’”. E chissà se Bonafede, ogni tanto, di fronte a tali e tante fatiche (tra cui, quest’estate, quella difendere Alessandro Di Battista dai rimproveri del presidente della Camera Laura Boldrini, al grido di “lei non è la maestra”), pensa al se stesso baldanzoso che, nella dichiarazione d’intenti da parlamentare, scriveva: “Egli dovrà ricordare a se stesso di essere il veicolo e non l’autore della voce che deve provenire da ogni cittadino”. E vai a pensare che il veicolo si sarebbe dovuto trasformare in voce ventriloqua dell’autodifesa unificata a Cinque stelle.

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