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Dieci anni di M5s aiutano a riconoscere i complici del grillismo

Claudio Cerasa

Il Movimento 5 stelle non è arrivato in Italia per caso, come un meteorite, ma è il frutto di un mix pericoloso che il nostro paese ha covato a lungo e che Grillo non ha fatto altro che raccogliere. L’anti berlusconismo ma non solo. Piccolo stress test sul grillismo che c’è in ognuno di noi

Nei molti articoli dedicati in questi giorni al compleanno del Movimento 5 stelle – che lo scorso otto settembre ha festeggiato il decimo anniversario del suo primo sobrio, pacato e misurato vaffanculo day (qualcuno prima o poi dovrebbe spiegarci come si può parlare di una svolta moderata di un partito nato su un vaffanculo) – la nascita del partito fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è stata descritta con la stessa immagine usata dalla Bauli per promuovere il Buondì Motta: come un meteorite che improvvisamente arriva sulla scena pubblica senza che nessuno sappia minimamente il perché. L’idea che la nascita del Movimento 5 stelle possa essere considerata un evento casuale e misterioso e forse inspiegabile riecheggia, per esempio, in un titolo comparso mercoledì scorso sulle pagine di Repubblica. L’articolo, pulito e gustoso, è di Sebastiano Messina e il titolo sintetizza così il ragionamento del giornalista di Rep: “Dieci anni dopo il ‘Vaffa Day’. Quando Grillo inaugurò l’era dell’insulto permanente”. Dieci anni dopo il primo Vaffa Day possiamo dire con una ragionevole certezza che Beppe Grillo non inaugurò affatto l’era dell’insulto libero, ma fece qualcosa di diverso, di più drammatico, di più sottile, di più perverso: si limitò semplicemente a raccogliere i frutti di un’Italia già avvelenata da anni.

 

E la ragione per cui negli ultimi dieci anni una buona parte dell’opinione pubblica del nostro paese non è riuscita a combattere fino in fondo il virus del grillismo non è legata a una questione di malafede, di follia o di simpatia per Luigi Di Maio o per Alessandro Di Battista. E’ legata al fatto che coloro che hanno concepito il grillismo non sono ancora riusciti a disconoscere fino in fondo il frutto del loro seme.

 

Le tracce da seguire per provare a capire in che senso il grillismo si è presentato sulla terra più come un fungo che nasce sul fango che come un meteorite che arriva per caso sono molte ma se ne possono segnalare alcune per sintetizzare il più possibile.

 

Dire che il grillismo non funziona più perché ha tradito se stesso significa dire che il problema del grillismo non è quello di essere il simbolo di una forma pericolosa e antidemocratica di totalitarismo digitale ma è quello di essere il simbolo di un mondo che aveva dei buoni valori e che oggi invece non li ha più. Falso

Il primo seme da cui nasce il grillismo riguarda l’ambito della delegittimazione e le ragioni per cui nel 2007 un movimento fondato sul vaffanculo è entrato nella società italiana come un coltello nel burro sono fin troppo evidenti, così come è fin troppo evidente dire chi è che in quegli anni ha asfaltato la strada del grillismo, avallando l’idea che la questione morale fosse l’unica vera stella polare della politica italiana, promuovendo l’idea che fosse legittimo delegare ai magistrati il compito di moralizzare un paese, accettando l’idea che usare la gogna contro un avversario fosse un mezzo forse poco nobile che giustificava un fine nobile, sorridendo di fronte alla progressiva trasformazione dei magistrati in figure mitizzate, in giustizieri senza macchia e senza paura, custodi dei valori etici di una società civile, idealizzata e contrapposta a una politica corrotta. In altre parole, nel 2007 il Movimento 5 stelle non fece altro che amplificare come un megafono un odio anti sistema alimentato per anni nella società italiana da un mondo politico, culturale ed editoriale che ha sempre scelto la facile via della gogna, della delegittimazione, del pettegolezzo giudiziario, dell’infamia gossippara per combattere i propri avversari. Non è un caso che nel 2007 la comunicazione dell’Italia dei Valori e di Beppe Grillo fosse gestita dalla stessa società, la Casaleggio Associati, così come non è un caso che buona parte dei mastini del grillismo sia stata allevata all’interno del mondo del centrosinistra (lo stesso Marco Travaglio, prima di fondare il Fatto, lavorò all’Unità, all’Espresso, a Repubblica). Così come non è un caso che oggi i nuovi eroi del grillismo chiodato, per giustificare i metodi adottati nella politica di delegittimazione dell’avversario, siano portati ogni giorno a ricordare che Matteo Renzi per loro è il clone di Silvio Berlusconi, per provare a scaldare e a rinvigorire quel pezzo di paese che per vent’anni è stato abituato a considerare Berlusconi non un avversario da combattere ma un Caimano da eliminare.

 

In un bellissimo articolo pubblicato qualche mese fa sul Foglio, un bravo e colto senatore del Pd, Alessandro Maran, ha fatto un passo in più in questo ragionamento e ha dolorosamente ammesso che i grillini non vengono dal nulla, non sono delle schegge impazzite, ma sono invece “una pagina dell’album di famiglia della sinistra italiana”, ragione per cui oggi la sinistra a sinistra del Pd tende a considerare il Movimento 5 stelle più una risorsa da valorizzare che un nemico da combattere.

 

“Chiunque in Italia sia stato di sinistra – ha scritto Maran – riconosce di colpo moltissimi dei materiali che ora i grillini ci vogliono rivendere. Sembra, come direbbe Rossana Rossanda, di sfogliare l’album di famiglia: ci sono ovviamente tutti gli ingredienti che ci sono stati propinati negli anni da Repubblica e dal Corriere e quell’universo di tabù e di bugie, di analisi infondate e di illusioni, di concepimenti velleitari, che così a lungo è sembrato a molti l’unico universo di sinistra possibile, il pitale lanciato su Montecitorio, il pregiudizio antiscientifico, le sirene e le scie chimiche, il referendum sull’euro, la chiusura delle frontiere, l’odio per le classi dirigenti, i banchieri, gli eurocrati, la retorica del complotto (inevitabilmente ‘demo-pluto-giudaico-massonico’), ci sono anche il rifiuto della globalizzazione e la battaglia contro l’ordine liberista dell’economia mondiale, l’accusa rivolta al ‘potere delle multinazionali assassine che stanno distruggendo il pianeta, massacrando i lavoratori (uomini, donne e bambini) per i loro profitti miliardari’, l’uscita dell’Italia dalla Nato, la battaglia contro la ‘deriva autoritaria’ e la ‘legge-truffa’, la protesta ecologista, le posizioni di netta chiusura e di condanna del processo di integrazione europea (in sostanza, dietro ogni forma di integrazione europea – euro compreso, ovviamente – non ci sarebbero altro che la volontà e gli interessi degli Stati Uniti e del capitalismo tedesco), lo strabismo sulle vicende che riguardano Israele (di fronte agli orrori degli islamisti si insegue sempre qualche forma di giustificazione, come l’umiliazione, la povertà, lo spossessamento, che naturalmente hanno a monte un’unica causa: la volontà di dominio – economico, finanziario, politico e militare – del malvagio occidente), l’ostilità per gli scambi commerciali e il mercato tout court”.

 

La politica della delegittimazione – che negli ultimi dieci anni ha avuto una sua forma di collaborazionismo nell’ambito di una campagna di successo combattuta dal giornale della borghesia contro la Casta, e chissà se è solo un caso che nel 2017 si festeggiano contemporaneamente il decimo anniversario del V-Day e il decimo anniversario del primo volume sulla Casta – non nasce naturalmente con l’anti berlusconismo e ha una storia più complessa che passa da Tangentopoli, arriva a Bettino Craxi e abbraccia la questione morale di Enrico Berlinguer. Ma più che studiare le radici della delegittimazione (il libro da leggere su questo tema è quello splendido pubblicato a dicembre dalla casa editrice Viella, “La delegittimazione politica nell’età contemporanea”, a cura di Giovanni Orsina e Guido Panvini) il nostro ragionamento vuole concentrarsi su un punto particolare dei dieci anni del grillismo e sulla ragione per cui oggi tutti coloro che criticano il contributo dato dal Movimento 5 stelle alla nostra cultura politica lo fanno seguendo due tracce. La prima l’abbiamo descritta: il Cinque stelle è arrivato come un meteorite in Italia. La seconda è forse ancora più interessante da studiare: il Movimento 5 stelle è un partito da buttare perché ha tradito le sue origini. La seconda critica è molto utilizzata da chi tenta di demolire il grillismo (“Non sono più puri come un tempo”, “Sono diventati come gli altri”) ma è una critica che purtroppo nasconde un tic che vale la pena di essere focalizzato: dire che il grillismo non funziona più perché ha tradito se stesso significa dire che il problema del grillismo non è quello di essere il simbolo di una forma pericolosa e antidemocratica di totalitarismo digitale ma è quello di essere il simbolo di un mondo che aveva dei buoni valori e che oggi invece non li ha più. Quando sentite qualcuno dire che il grillismo non è più quello che era un tempo, siete autorizzati a entrare in modalità Buondì Motta e premere per il vostro interlocutore il pulsante meteorite.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.