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Il modello Milano non coincide più con il modello Renzi

I rapporti tra il segretario e la community milanese non sono finiti ma si sono raffreddati. La ricerca di un’alternativa

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

9 Giugno 2017 alle 15:50

Il modello Milano non coincide più con il modello Renzi

Beppe Sala con Matteo Renzi (foto LaPresse)

Milano. Emanuele Fiano è stato il primo ad annunciare: “La legge elettorale è morta”. Fiano non è uno qualsiasi. Non solo perché è il deputato Pd relatore per la riforma elettorale; non solo perché è stato con Renzi alle primarie e lo è nel partito. Ma anche perché è di Milano, conosce bene la sinistra meneghina, la città e i suoi umori. Nella sua resa incondizionata s’intuisce la consapevolezza di un clima politico cambiato e di cui il “sistema Milano” è una spia accesa da tempo. Una città, tra le poche, dove ha vinto il Sì al referendum, dove un anno fa Beppe Sala è diventato sindaco sulla base di un patto d’investitura con Matteo Renzi, di segno riformista. Adesso si colgono segnali diversi. Contraddittori. Il silenzio freddo di Sala, che qualcuno personalizza, ma non è proprio così. L’ondivago campo di Pisapia, che è per molti versi un tic della Milano radical. Ma il puzzle è più complicato. Sondando, ad esempio, un manager di quelli top, analista affilato, che ha tifato per il Sì, che continua a ritenere Renzi l’unico leader politico su piazza, ci si sente dire che “nel mondo degli affari, non solo milanese, e ad alto livello, è partito qualcosa di più di un tam tam per Carlo Calenda. Il Macron italiano che se un giorno scendesse in campo con un suo partito avrebbe il mondo economico dalla sua parte. E’ il nuovo talento”.

 

Cosa succede a Milano? E quali segnali offre la capitale economica – nonché, tutt’ora, la capitale del Pd a trazione renziana, la città simbolo solo un anno e fa dell’Italia che riparte” dell’Expo e della vittoria elettorale? “La verità – ragiona il nostro top manager – è che qui Renzi ha deluso. Non perché ha perso il referendum, ma perché non ne ha tratto la lezione per insistere con più capacità sulla sua strada. Il pasticcio del tentato ritorno al proporzionale ha irritato, non è piaciuto”.

 

Ci sono un po’ di fattori da mettere in fila. Prima quelli che luccicano, e di cui sia parla sempre. Quello più decrittabile è che il patto tra Renzi e Sala – l’uomo che doveva essere garante di una business community gagliarda, internazionale e innovativa – sì è quantomeno congelato. Irriconoscenza del sindaco, che alle primarie fu il grande assente? Forse, ma non solo. Lui si sente innanzitutto city manager, “Milano first”. Non sente la sponda di Roma, arrivano con il contagocce i soldi del Patto di Milano. Non è soddisfatto. Eccede troppo nel coccolare la sua sponda sinistra, ma è roba che conta poco. E’ probabile che nel suo entourage stretto qualcuno gli abbia fatto balenare di essere la riserva giusta, il federatore possibile nell’eclissi di Renzi. Ma Sala non è un politico. E nel caso, dice un antico osservatore della sinistra milanese, è un cattivo politico. Poi c’è l’altro federatore, Giuliano Pisapia, una creatura riluttante della sinistra-sinistra e del suo quotidiano (romano) di riferimento. Dietro, c’è l’eterno equivoco sul fatto che la stagione Pisapia sia stata determinata dal rassemblement arancione. Un altro manager che mastica bene la politica di Milano ricorda invece con un certo sarcasmo che “era stato un colpo di fortuna. Pisapia sfruttò il momento di peggior bassa marea di un centrodestra che vinceva da vent’anni. Tutto qui. E Sala non ha vinto per i voti di Pisapia. Altrimenti avrebbe stravinto Stefano Parisi. Sala ha vinto perché lo ha imposto Renzi”. Ora Renzi zoppica, c’è un piccolo mondo che crede di poter tornare a essere determinante. Fine.

 

Poi c’è, piuttosto alla luce del sole, il Corriere della Sera che è sì di Urbano Cairo, ma è anche di Luciano Fontana, che Renzi non l’ha mai amato. E pur sempre guidato da una cabina di regia editorialistica che è passata dal famoso terzismo che aprì la porta all’anti-casta a un sorriso a denti stretti durante il premierato Renzi, poi all’“odore stantio di massoneria” e adesso a un critica frontale al nuovo patto del Nazareno. Segno che i poteri forti di Milano stanno con… (con chi? Prodi? Enrico Letta?). A confondere la posizione del Corriere con quella dei misteriosi poteri forti si rischia di scivolare. Oggi come oggi il Corriere conta più come una consorteria di critici indispettiti. Quello che fiutano, al massimo, è che un governo Gentiloni-Padoan-Calenda è il minore dei rischi per arrivare alla fine della legislatura. Forse sotto sotto pensano pure loro a Carlo Calenda. Ma è troppo presto per avere un’idea chiara.

 

Il gioco dei grandi vecchi è oscuro per definizione. A volte più che altro non esiste. L’ombra lunga di Nanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo, quella speculare di Giuseppe Guzzetti, patron della potente e benemerita Fondazione Cariplo. Non sono poi così speculari. L’algido Bazoli, il giovane Renzi non l’ha mai amato. Antropologie. Guzzetti è scuola vecchia Base democristiana, più poteri territoriali che alta finanza. “Il loro è un mondo e un modo di relazioni pragmatiche e solide”, spiega ancora il nostro conoscitore di cose meneghine. “La vecchia finanza bianca ha una logica. Non hanno mai fatto avventurismo. C’è un governo, c’è un Pd al governo, per il momento si continua con quelli. Certo che alla vecchia sinistra cattolico-bancaria il ritorno di Berlusconi non piace. Ma mica scatenano una guerra”. Del resto ci sono i dati economici che depongono per la legge della stabilità. La debacle del 4 dicembre – il 90 per cento dei top manager dei grandi gruppi erano per il Sì, basta ricordarsi alcune “cene” di un anno fa – non ha affossato l’Italia. La ricapitalizzazione di Unicredit – il grande spettro del 2016 – è stata fatta. Intesa Sanpaolo va. La fusione di Banco Popolare e Banca Popolare di Milano è un mattone di crescita. Il salvataggio lampo effettuato in Spagna dal Santander è stato accolto come il segnale che, volendo, si possono salvare anche le piccole banche in affanno senza sfondare le cassaforti. Il Quantitative easing cambierà, ma non sparirà. La Borsa ieri, secondo il titolo del Sole 24 Ore, ha “festeggiato” le “scampate elezioni anticipate”. Spread in discesa. L’economia continua ad andare, l’unica cosa da temere sono le elezioni. Per il momento va meglio così.

 

Insomma, per la community milanese è Renzi che sta sbagliando, e per questo sarà abbandonato? No, concordano gli interlocutori. E’ che vogliono un Renzi-Macron, maggioritario ed europeista. E siccome non lo vedono, al momento, meglio fidarsi di un governo che c’è. O forse davvero sperano in “Calendà”. O forse Milano, che è pur sempre Milano, lancia come sempre segnali alternati. Da una parte c’è la sua anima incendiaria, massimalista che alligna nei giornali, nelle case editrici, nell’accademia. E crea “il clima”. Dall’altro c’è la città pragmatica, che forse ha capito prima degli altri che la Prima Repubblica è tornata. Quieta non movere.

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