L'algoritmo cretinista spiegato per bene

Giuliano Ferrara

Il saggio di Da Empoli sul casaleggismo e sul suo obiettivo totalitario

Giuliano da Empoli ha pubblicato per Marsilio un saggio brillante e ben documentato sul fenomeno grillino-casaleggiano. Non evita l’inevitabile, cioè la manifestazione della nausea che promana dalla novità politica serpeggiante ormai da un quinquennio nella palude politica italiana, e che solo un pieno successo politico e riformatore di Renzi, notoriamente mancato il 4 dicembre scorso, avrebbe fatto rifluire in modo convincente. Da Empoli non indulge al difetto cardinale della classe commentatrice e discutidora, insomma non è un notista politico di palazzo, non è un banale opportunista, non si mette in coda per essere ricevuto dal presunto nuovo potente, il dottor Di Maio. Anzi, segnala tratti pericolosi del casaleggismo con estrema precisione, come ha notato bene Sabino Cassese nella sua impeccabile intervista nel Foglio di ieri: l’obiettivo è una presa totalitaria, algoritmica, da superfollower, sull’opinione pubblica. Non importa pensare il bene comune, il bene o male comune è il pensato bene o male da masse ricondotte a una media, dunque il massimo del cretinismo collettivo, la sua istituzionalizzazione, un vitalizio caricaturale e non-democratico. Essendo persona seria e responsabile, Da Empoli non dice che questa “presa” è la messa in schiavitù del peggio, del cretinismo collettivo, dell’apocalittico della porta accanto, dell’ignoranza come scienza, della dabbenaggine senza congiuntivo. Il totalitarismo frustrato dei depositari di coscienza populista in gita antipolitica. E’ la conclusione che il lettore attento può tirare dal suo saggio, ma l’andamento è meticoloso, il procedere dello sforzo conoscitivo è ferrato e incalzante, e alla fine effettivamente viene rappresentato un caso che sembrerebbe avere alcune qualità originali da prendere in considerazione sotto il profilo della politologia e della storia del paese e del globale che è in noi.

 

Io non amo faticare e approfondire. Non è nelle mie corde. Se l’istinto e il buon gusto mi dicono di diffidare, di disprezzare perfino, io diffido e disprezzo. Ma sono felice che la mia vecchia diagnosi politologico-umorale, quella che parla di un attore usato, un po’ bolso, annoiato e deluso dai successi di botteghino delle sue barzellette, che si allea con una banda di teppisti rousseauiani del web per un’impresa antidemocratica, venga confermata nella sostanza anche attraverso una forma saggistica impegnativa e profonda. La democrazia conta le teste formate nell’agorà e nelle istituzioni, e si serve dei partiti o comunque dei gruppi politici che aderiscono a un sistema e se ne fanno classe dirigente; l’algoritmo corrompe chi lo applica alla media d’opinione e attraverso il chattamento criminale al quale ormai siamo abituati genera simulacri velenosi di movimento, accozzaglie impraticabili di non governanti, sindaci della malora, e una generica teppaglia parlamentare che apre le proprie teste come una scatola di tonno solo per trovarci scie chimiche, complotti, oscurità e bellurie da ladri nella notte. 

 

Credo si sia capito che l’unico vero dissenso dal saggio di da Empoli, per quanto mi riguarda, è che prende troppo sul serio il suo oggetto. Posso sbagliare, e anzi certamente il margine di errore è più serio per il mio moralismo di quanto non sia per la ricognizione partigiana ma scrupolosa del saggista, eppure sono convinto che alla fine, dopo aver mostrato inclinazione allo sberleffo, dopo anni di intortamento televisivo e bizzotico del grillismo-casaleggismo nella giostra italiana, ci risveglieremo simili a quei francesi che temevano a giusto titolo il maternalismo populista e fascista della Marine Le Pen e si sono ritrovati con una soluzione diversa per la presidenza, soluzione stramaggioritaria, che a quanto pare varrà anche per le legislative, moderna, competente, seria, e addirittura capace di rimettere la politica e la tradizione delle istituzioni repubblicane all’onore del mondo. Certo che i francesi sono gente che studia, che ha un senso dello stato da ghigliottina, cioè tragico e serio, e un’adesione ai diritti universali come bandiera della comunità, mentre noi italiani siamo un po’ una pappa del cuore, forse meno impermeabili alle caramelle e ai cinguettii dei Di Battista e soci, ma fa lo stesso: amo prevedere un risveglio diverso da quello sbalordito della minoranza romana che sapeva come sarebbe andata in caso di elezione della Sindaca, e a giudicare da quanto accade, tra una birretta e l’altra, anche della minoranza torinese che ha bocciato un bravo Sindaco.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.