Walter Veltroni al Lingotto di Torino nel 2007 (foto LaPresse)

Perché il Lingotto di Renzi non è quello di Veltroni

Claudio Cerasa

Il nuovo mondo richiede un segretario di partito che si occupi con più forza che in passato della rottamazione dei tabù del paese

Per evitare che il fumo prevalga sull’arrosto, nella tre giorni convocata a partire da oggi da Matteo Renzi a Torino per lanciare la sua campagna congressuale, è importante mettere subito a fuoco, e senza ipocrisie, le giuste coordinate da seguire per ricostruire in fretta un percorso politico che sappia tenere insieme due questioni basilari e fondamentali: presentare una piattaforma programmatica degna di un partito intenzionato a combattere il fronte della chiusura con le armi politiche dell’apertura ed evitare allo stesso tempo di contrapporsi all’agenda dei populisti rincorrendo gli anti sistema sul loro stesso terreno. La tentazione di fronteggiare il rigurgito anti casta scendendo sullo stesso terreno dei partiti di rutto e non di governo è un istinto difficilmente contenibile. Ma una forza politica che vuole provare a liberare le energie del paese dovrebbe avere il coraggio di dire, senza paura, che l’emergenza produttività è infinitamente più importante dell’emergenza vitalizio, che l’emergenza concorrenza è clamorosamente più importante dell’emergenza auto blu e che l’emergenza crescita – su questo potrebbero arrivare soddisfazioni dal professor Sergio Fabbrini – non la si risolve rincorrendo grillini e salviniani sul ridicolo terreno dell’anti europeismo ma la si affronta dicendo la verità sull’euro (senza il quale le nostre esportazioni oggi non sarebbero così forti come sono) e ricordando che i problemi dell’Italia riguardano più le mancanze dell’Italia (che cresce a un ritmo minore dell’Europa) che le mancanze dell’Europa (che cresce a un ritmo superiore degli Stati Uniti).

 

Tutto questo è ovvio, o quantomeno dovrebbe esserlo, ma mai come in questa fase storica concentrarsi sulla forza delle idee più che sul carisma delle leadership è importante anche per dimostrare di aver capito la particolare fase storica in cui ci troviamo. Il Lingotto di Torino, luogo della tre giorni renziana, per la cultura della sinistra riformista rappresenta il simbolo di un sogno esplicito che Walter Veltroni provò a declinare giusto dieci anni fa: la vocazione maggioritaria, incarnata nella sovrapposizione per statuto del ruolo di segretario di partito, eletto attraverso le primarie, e quello successivo di candidato premier.

 

Dieci anni dopo quell’appuntamento il punto importante da cogliere è che il contesto in cui si muove il Pd è profondamente cambiato e la vocazione maggioritaria ora può esistere soltanto in una forma diversa dal passato, sintetizzabile con una formula forse efficace: la politica delle due velocità. Inutile girarci attorno: a differenza del 2007, ma anche del 2009 e del 2013, questa volta l’elezione del segretario del Pd coinciderà solo virtualmente con l’elezione del leader che il centrosinistra candiderà a Palazzo Chigi nella prossima legislatura. Il ritorno dello schema proporzionale porterà inevitabilmente alla prevalenza dello spirito della mediazione sull’istinto della rottamazione, trasferendo nuovamente sul presidente della Repubblica la responsabilità della scelta del prossimo capo del governo (ragione per cui il Movimento 5 stelle, ops, non si sogna più di attaccare il capo dello stato). Tutto questo significa che i politici con i voti (come Renzi) sono destinati a far pesare il proprio consenso più attraverso la guida di un partito che attraverso la guida di un governo. E dato che la futura presidenza del Consiglio, in nome della mediazione che rottama la rottamazione, non potrà che essere affidata a leader affidabili ma con poco consenso (Gentiloni ha il profilo perfetto per governare anche nei prossimi cinque anni) è bene che il prossimo, probabile, leader del Pd cominci a studiare per fare quello che non ha avuto la forza di fare fino in fondo negli ultimi quattro anni: il segretario di un partito destinato a condizionare il governo più con le idee che con il carisma – passaggio tipico, questo, di un paese in cui la figura dell’uomo sodo al comando è destinata a prevalere su quella dell’uomo solo al comando.

 

Può piacere o no, ma il nuovo mondo con il quale dovrà fare i conti Renzi oggi è questo. Per forza di cose un segretario di partito non può più occuparsi della semplice rottamazione delle persone, ma deve occuparsi con più forza che in passato della rottamazione dei tabù del paese, provando a costruire alleanze con i corpi intermedi della società non sulla base di piccoli accordi clientelari, ma sulla base di un progetto ambizioso finalizzato a cambiare l’Italia. Lo spazio per realizzare questo progetto è minimo ma esiste, e per conquistarlo bisogna fare i conti con i nuovi equilibri di questa fase in cui le coordinate sono cambiate ma alcune certezze restano: se il populismo si impossessa delle agende dei partiti che dovrebbero combatterlo è inutile candidarsi a guidare un partito, tanto vale iscriversi direttamente al Movimento 5 stelle.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.