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La restaurazione post renziana

Le partite economiche a rischio dopo il No referendario. Un punto

27 Febbraio 2017 alle 19:43

La restaurazione post renziana

Siena, palazzo del Monte dei Paschi (foto Wikipedia)

L’aria di restaurazione che si respira a quasi tre mesi dalla vittoria del No al referendum costituzionale, non arriva solo dalla Cgil che vuole smontare il Jobs Act o dalle corporazioni che ingaggiano battaglie luddiste, perché il soffio si sente anche nei salotti buoni. Senza seguire miti e riti della sinistra ortodossa, l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi quand’era in carica aveva un obiettivo ambizioso che ha perseguito per tre anni: rimescolare gli equilibri di potere nella politica, nella società, nell’economia. Ne sono successe di cose in mille giorni. Telecom Italia ha cambiato proprietà ed è finita ai francesi di Vivendi, forse il boccone più importante tra tutti quelli serviti alla tavola del Risiko estero; e a proposito di “italianità” i buoi scapparono prima che il governo chiudesse le stalle.

 

È scoppiata una crisi bancaria strisciante, sono state riscritte le regole europee: ora le banche possono fallire, purché a pagarne il prezzo siano i privati, non i contribuenti – anche se con il Montepaschi toccherà ancora a loro. Il Corriere della Sera ha cambiato proprietà uscendo dall’orbita di Mediobanca ma restando in quella di Intesa Sanpaolo. Si sono allentati i lacci e lacciuoli del capitalismo di relazione. Renzi voleva accompagnare la modernizzazione dell’Italia, che implica maggiore integrazione internazionale, rafforzando i campioni nazionali secondo criteri di mercato. Le cose, però, non sono andate come sperato. Nelle telecomunicazioni l’idea di usare l’Enel da apripista per portare la banda larga ovunque è servita a suonare la sveglia, ma la partita è ancora complicata e ce ne vorrà tempo prima che si riesca a fare concorrenza a Telecom su questo campo. Il rafforzamento della Cassa depositi e prestiti s’è scontrato coi suoi limiti operativi e finanziari. Il tentativo di salvare il Montepaschi attraverso il mercato non è riuscito, tocca allo stato. Il fondo pubblico-privato Atlante s’è arenato sulle sue ambizioni frustrate. E, prevalso il No al referendum costituzionale, s’è aperta la strada a un salvataggio pubblico che da Siena si estende già a Vicenza e nessuno sa dove si fermerà. Infine è fallito il matrimonio tra Intesa Sanpaolo e le Assicurazioni Generali.

 

Ci sono ragioni finanziarie e industriali, naturalmente, ma ha influito anche il fattore politico. La Stampa, che per prima aveva dato la notizia svelando il progetto e contribuendo di fatto a rendere più difficile un’operazione già complicata, ha scritto che “l’affievolirsi dell’interesse e dell’appoggio di Matteo Renzi avrebbe avuto un peso nella decisione finale”, perché da lì nasceva l’idea. Carlo Messina, ad di Intesa, ha percepito il cambio di stagione. Può darsi che fosse affrettato o velleitario unire la banca e le assicurazioni. E’ un fatto, però, che tra i cosiddetti poteri forti c’è chi tira un sospiro di sollievo.

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