Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Il trionfo del berlusconismo spiegato in cinque punti: da Tajani a Maria De Filippi

Claudio Cerasa

Giustizia, televisione, conflitto di interesse, Europa, San Remo. Se non fosse che il Cav. ha rinnegato parte della sua storia oggi ci sarebbe da celebrare una nuova egemonia culturale. Cinque storie

Se non fosse che Silvio Berlusconi si è dimesso da tempo da Silvio Berlusconi, ma nel futuro chissà, si potrebbe dire che oggi, anno domini 2017, Silvio Berlusconi è riuscito a ottenere un successo importante: la vittoria schiacciante del berlusconismo. Provate a mettere tutto in fila, senza girarci attorno. Primo punto. Dopo essere stato ostracizzato per una vita in Europa, il berlusconismo, via Antonio Tajani, è arrivato alla guida del Parlamento europeo ed entrambi i partiti che fino a qualche tempo fa ridacchiavano di Berlusconi (l’Ump un tempo di Sarkozy, la Cdu di Merkel, uniti in Europa sotto la bandiera del Ppe) hanno votato in massa, alla guida del Parlamento europeo, uno dei fondatori del partito guidato da Berlusconi. Secondo. Dopo essere stato demolito per una vita, il berlusconismo in politica estera, in particolare il rapporto con la Russia, è diventato uno dei punti centrali dell’agenda del governo italiano e il risultato è che nel corso del prossimo G7, che l’Italia organizzerà a maggio a Taormina, un presidente del Consiglio del Pd proverà a fare la stessa cosa che riuscì con successo a Berlusconi il 28 maggio del 2002 a Pratica di Mare, quando a un vertice della Nato, per la prima volta, partecipò l’ex potenza sovietica (“Penso – ha detto qualche giorno fa il ministro della Difesa Roberta Pinotti, Pd – che gli atti di Pratica di Mare siano stati un momento importantissimo, e questo va riconosciuto a Berlusconi. L’azione fatta dall’allora presidente del Consiglio, quel dialogo aperto tra Russia e Stati Uniti, è stato un momento importantissimo. Il mio obiettivo è ritornare lì”). Finisce qui? Non finisce qui.

 

Terzo. Dopo aver tentato di demolire per anni il berlusconismo per via giudiziaria – prendendo a mazzate il Cav. per i suoi attacchi contro la magistratura politicizzata, contro le inchieste a orologeria e contro le intercettazioni usate come mezzo di distruzione di massa delle reputazioni degli altri – oggi il centrosinistra scopre che la magistratura politicizzata esiste (referendum costituzionale), scopre che le inchieste che scoppiano con tempismo sospetto esistono (Tempa Rossa), scopre che i processi vengono spesso costruiti non per far rispettare il codice penale ma per far rispettare il codice morale (trattativa stato-mafia). Quarto. Dopo aver tentato di dimostrare per anni che il berlusconismo era marcio per via del conflitto di interessi, teorizzando che il Berlusconi imprenditore non fosse legittimato a fare politica perché ciò che voleva il Berlusconi politico rischiava di fare il gioco del Berlusconi imprenditore, oggi, grazie al caso Mediaset-Vivendi, scopriamo che l’interesse dell’azienda di Berlusconi coincide con l’interesse nazionale e così, dopo anni di battaglie, il risultato è evidente: un interesse di Berlusconi può essere anche un interesse nazionale. Quinto. Dopo aver tentato di dimostrare per anni che il berlusconismo in formato televisivo era il male assoluto, il simbolo di un paese allo sfascio, immorale, scostumato, distrutto dal virus letale del consumismo, oggi scopriamo qualcosa di diverso: scopriamo non solo, come detto, che Mediaset è un patrimonio della nazione, ma anche che i volti simbolo della tv del berlusconismo sono un patrimonio culturale non solo della rete del Caimano ma anche della rete dello stato.

 

E così succede che il più importante appuntamento televisivo dell’anno della più importante rete italiana sia condotto non solo da uno dei volti simbolo della Rai (Carlo Conti) ma anche da uno dei principali volti di Mediaset (Maria De Filippi). Ci sarebbero altri mille esempi che si potrebbero fare, non ultimo il fatto che il leader della sinistra italiana, Matteo Renzi, sia figlio non illegittimo del berlusconismo – e non ultimo il fatto che lo stesso Renzi ha cominciato a perdere consenso (e anche a perdere il referendum) nell’istante in cui ha scelto di rompere il patto con Berlusconi. Ma la vittoria del berlusconismo, che è oggettiva ed è trasversale, che va da Antonio Tajani fino a Maria De Filippi passando per Mediaset, la giustizia e Pratica di Mare, presenta un’opportunità e un problema.

 

L’opportunità è che mai come oggi una grande coalizione tra centrodestra e centrosinistra, nella prossima legislatura, sarebbe capita e compresa dall’elettorato progressista: la distanza che esiste tra le cose che contano tra un elettore di centrosinistra e uno di centrodestra è infinitamente minore rispetto alla distanza che può esistere tra ciascuno dei due elettorati e l’elettorato grillino. Il problema è che nell’epoca in cui tutti sanno che Pd e Forza Italia sono destinati a incontrarsi nella prossima legislatura (sempre che abbiano i numeri e sempre che ci sia davvero una legge elettorale proporzionale al prossimo giro elettorale) non c’è un grande sogno comune che possa avere un effetto di trascinamento per i due elettorati. L’essere le due uniche alternative a Grillo non basta. Per ricostruire un nuovo grande patto della Nazione più che del Nazareno serve qualcosa di più. Ma comunque la novità c’è ed è chiara: ciò che ieri era scandalo, oggi è la normalità. Ed è una buona notizia. O no?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.